giugno 2012 archive

Un pomeriggio di ordinaria follia

Lui, l’uomo piccolo di casa, è dotato di ciuffi disorganizzati sulla testa, e di una scura bellezza inconsapevole. Si aggira magro e veloce per le stanze. Lo segue una tipa con due dispettosi occhi azzurri, minacciati da pendule molle bionde, che rimbalzano ad ogni movimento. Sono semi nudi e bagnati, hanno entrambi sei anni e quattro mesi di differenza. Sono cugini pasciuti dalle pance di due sorelle. Loro due insieme, già prima di occupare questo mondo bizzarro. Due fratelli gemelli anche se etero corporei.
I due tipi fuggono dal bagno, dopo aver annegato dentro un lavandino pieno d’acqua due bambole, una macchinina, Super Mario ed una pecora dalla faccia tonta .
La ragazzina decenne, sorella del seienne magro, con un abito da festicciola, tutta bardata di collanine e braccialetti come la Madonna in processione, si aggira disinvolta su due tacchi poco sostenibili.
“Mamma non le rovinare queste scarpe perché fra qualche anno le devo indossare io”
“…”
Improvvisamente il piccolo di casa in preda ad un nirvana rap, inizia a ballare convulsamente sulle note di un disco di Fabri Fibra.
“Non potresti ascoltare una canzone con meno parolacce?” gli dico sfiancata dal caldo e del tutto incapace di reagire a tanto delirio, esploso alle tre di un pomeriggio avvolto dall’estate.
“Non ti preoccupare mamma, io sono un reppista educato! Ho composto anche della musica. La vuoi sentire?”
Per venti minuti, si spertica in un furore onomatopeico traboccante di tzi tzi … .
“Ho finito la saliva, non riesco più a cantare”
“Peccato” .
Nel frattempo la cugina che si crede sorella gemella, prende un oggetto tubolare di legno, ed inizia a soffiarci compulsivamente dentro….esce un suono che fa pensare ad un’anatra con l’enfisema.
Maledico il momento in cui abbiamo consentito alla decenne di collezionare decine di fischietti che riproducono il verso degli uccelli, anche se lei avrebbe preferito riempire la casa, di cani, gatti, rettili, volatili, pesci rossi, criceti e squali.
Meno male che la giovane vicina di casa del piano di sotto, artista e folle, è partita da tanto tempo e forse non torna più. Avrebbe certamente risalito veloce le scale del palazzo, avrebbe pigiato più volte il dito sul nostro campanello. Io avrei aperto la porta e lei dopo averci fatto vibrare con una delle sue risate, sarebbe entrata dentro casa……per diventare parte di questo circo surreale, come il colore giusto dentro un quadro allegro .Perché si sa gli artisti ed i folli, sono visionari e sorprendenti come i bambini. Panni stesi al vento, su una tela tutta bianca.

Tizianeda

Talento oscuro

Quando arriva sera, quando hai già cenato, quando la casa poggia su un surreale silenzio perché i piccoli sono stati rapiti dal Signor Morfeo, quando pensi dopo una nevrotica giornata di lavoro, di mollemente abbandonarti sul divano con la lieta visione televisiva di una commedia, insomma quando tutto questo, ti accorgi con disappunto che il maschio adulto di casa ha scelto anche per te.
Dopo i primi 15 minuti di sconsolata visione, capitoli e te ne vai mesta a dormire.
Perché lui, ha un talento oscuro in questa scelta, la cui genesi appare misteriosa.
I “suoi” film sono ambientati:
a) dentro claustrofobici sommergibili o navicelle spaziali, dove tutti sudano, corrono, sgranano gli occhi e prima o poi si accendono luci rosse intermittenti.
b) Su alte vette, dove una o più persone si arrampicano, non mancano mai tempeste di neve e congelamento agli arti.
c) All’interno di grotte nel centro della terra in cui un gruppo di sconsiderati rimane intrappolato per tutta la durata dello spettacolo.
Il comune denominatore: qualche cosa va sempre storto, una guerra, una tempesta, un allagamento, un alieno rivoltante e malefico…. Se ci sono donne appaiono maldestre e scemotte, quindi muoiono subito.
Quanto agli uomini, muoiono pure loro, ma soltanto alla fine del film.

Tizianeda

Cinque

Cinque come le dita di una mano che afferrano e tengono stretto.
Cinque come le vocali che rendono musicali le parole.
Cinque come gli anni di un tempo perduto.
Cinque come le maestre di una scuola elementare da salutare, senza potersi più voltare indietro.
“Come ti vesti per il pranzo di fine quinquennio scolastico?”
“Da funerale!”, ha risposto incisiva la decenne, mostrandosi indispettita per un tempo che, bastardo, si sfalda inesorabile.
Così, avvolti da una luce bianca, in un posto con il cielo addosso, una classe di quinta elementare, che classe più non era, tanti genitori e le maestre, hanno celebrato un addio.
Dentro un girotondo di emozioni nostalgiche, una maestra ha pianto, le bambine hanno pianto, qualche mamma ha pianto, suggellando un talento matriarcale a stare dentro le cose, con coraggio. Mentre i papà ed i ragazzini (tranne sparse eccezioni), si defilavano con il corpo o con la mente, perché si sa, l’attitudine oscura dello stare altrove è tutta maschile.
E tra chiacchiere, risate, lacrime, sguardi di intesa, amicizie consolidate, siamo rimaste ferme e vicine, ancora un po’ e ancora un po’, con addosso la silente percezione, come un dejà vu capovolto, come una premonizione, che l’urgenza del presente rapirà la memoria di questi anni lievi.

Tizianeda

Il musicista e la groupie

L’uomo adulto della famigliola, prende lezione di basso elettrico da un maestro paziente.
Poi a casa, con il suo strumento, si esercita serio.
Mentre suona mi sento la sua groupie dissoluta, tutta sesso, droga e rock and roll.
Convengo con me stessa, tuttavia, che la maglietta sbrindellata e gli infradito rosa ai piedi richiedono uno sforzo di fantasia eccessivo.
Dovrei cambiarmi d’abito e indossare il corpetto sexy con reggicalze, regalo di un’ amica ottimista, giovane e non sposata.
Apro il cassetto del mobile in camera da letto, guardo il corpetto, ma due rumorosi minori semi-irrazionali che vagolano per la casa, dissolvono i miei sogni di gloria.
Sospiro, saluto mesta l’accessorio pretenzioso, mentre la groupie si allontana indispettita, dopo avermi lasciato addosso il suo sguardo rassegnato.
La mando al diavolo…ma lei ormai, è troppo lontana per sentirmi.

Tizianeda

Malattie mortali

La Puzzodite è una terribile malattia mortale trasmessa dalle mosche,  svolazzanti insetti domestici   invisi al  piccolo di casa, che dinanzi alla loro ronzante visione cerca riparo in ogni possibile anfratto.
Il contatto con queste  bestie feroci innesca una catena di effetti nefasti, almeno così dice il seienne:
1)   La mosca infida si poggia su una parte del tuo corpo.
2)   Immediatamente contrai la  Puzzodite.
3)   Da quel   giorno inizi a pestare    tutte le cacche dei cani abbandonate sui marciapiedi.
4)   Gli scontri ravvicinati con gli elementi organici dei quadrupedi  ti fanno puzzare terribilmente.
5)   Muori.
6)   Quando muori però guarisci.
7)   Ma non  subito.
8)   Prima devi  arrivare dinanzi al cospetto di Gesù.
9)   Gesù sente la tua immonda puzza.
10)  Capisce che sei malato di  Puzzodite
11)  Lui però è Gesù e non si scompone.
12)  Ti tocca sul braccio,  smetti di puzzare e guarisci.
13)  Finalmente entri  in cielo profumato.

Tizianeda

Dietro l’angolo

“Vai a comprare i cornetti, giù al bar”.
L’uomo adulto di casa, un ozioso sabato mattina, ha soffiato dietro le spalle della ragazzina decenne, il vento dell’indipendenza.
“Mamma, papà ha detto che devo comprare i cornetti al bar, posso ?”
“Tesoro, ma certo, papà sa quello che dice!”, sorrido inespressiva.
Sa quello che dice, spero, questo ex bambino che si arrampicava sulle impalcature dei palazzi in costruzione per poi buttarsi giù sui cumuli di terra, che finiva i suoi giochi dentro stanzette di ospedale, davanti agli occhi rassegnati di santa Gina, la sua mamma. Sa quello che dice, anche se in un tempo non lontano, saltellava felice tra le nuvole come un moderno Peter Pan. E mi serpeggia l’idea che lui non abbia il senso del pericolo, così come a un cieco dalla nascita, manca la percezione del colore.
Perciò aspetto di sentire il rumore del portone che quattro piani più sotto si richiude alle spalle di mia figlia, per lanciarmi sul balcone, disapprovata dal democratico incosciente.
Vedo la decenne attraversare lieve e colorata il marciapiede, e sparire dietro l’angolo, mentre controllo la gente passare: sono tutti malfattori, rapitori di bambini, distributori di caramelle avvelenate, spacciatori, truffatori, streghe malvagie travestite da fatine tonte.
Poi lei riappare, dallo stesso angolo, con passo soddisfatto, con in mano il sacchetto dei cornetti: il suo piccolo trofeo per il coraggio.
E capisco che in quell’angolo da valicare sta la differenza tra restare e partire, tra rimanere a terra e volare leggeri, tra il sentirsi imprigionati e una libertà da conquistare un pezzo alla volta, fregando la paura, appassionandosi alla vita, come ad un chiassoso spettacolo di strada.

Tizianeda

Cugine

Tra i ricordi gioiosi dell’infanzia ci sono le feste, fatte nella rilassata confusione della famiglia allargata, tra nonni, zii, zie, cugini e….. cugine.
Crescendo, tra le piccole donne di famiglia si sono create relazioni più o meno intense, o incolmabili distanze, perché anche i parenti alla fine si scelgono, come gli amici.
Questa la “ lista delle cugine ”, con dentro quel po’ che ci rende uniche, quello che fa la differenza tra la vicinanza e la lontananza:
1) C’è quella tosta, che potrebbe guidare sola con la macchina fino a vattelaapesca, senza paura di non trovare più la strada del ritorno.
2) C’è quella dolce, quella che quando ama, ama e basta, quella che non si lagna, quella che conserva l’innocenza… nonostante tutto.
3) C’è quella che non c’è mai stata affinità elettiva, neanche da piccolissime, due pezzi di un puzzle non combacianti.
4) C’è quella caruccia, simpatica, claunesca, dai pensieri profondi e dalla lingua biforcuta, quella che da piccola si picchiava con i maschi per non essere remissiva (prendendole…perché il fisico purtroppo…), sentendo che le ingiustizie e la prepotenza erano un’onta da far pagare con il sangue, se necessario.
5) C’è quella fighissima, quella con il tacco 12 nella testa, prima che nei piedi. Quella che anche quando si smoccia riesce ad essere sexy, quella che se stringe la mano ad un uomo e dice solo “buongiorno”, lui si sente come se fosse stato invitato ad una notte di sesso selvaggio, quella che sa ancheggiare senza essere volgare, che ha le tette grosse e le gambe lunghe.
6) C’è quella che è sempre stata la prima della classe, quella intelligente, quella brava in matematica, quella che ancora oggi quando per lavoro studia, rifiorisce come se avesse fatto una seduta da un chirurgo estetico.
7) C’è quella in giro per il mondo, che vive in una bella città Europea, che comanda in un mondo maschilista, ma quando ritorna per fugaci incursioni alla sua Itaca, sa riprendersi la freschezza di figlia.
Una di queste, sono io. Una di queste di queste, porca miseria…avrei voluto essere…almeno un po’.

Tizianeda

Lo sposo errante

Sei uscito dalla porta frettoloso, con la valigia in mano.
Sei lo sposo errante di questa terra capovolta, di questo posto strambo, segnato da treni sbrindellati ed interrotte strade malferme.
Quando tu vai via, divento la regina del nostro tempo ordinario, su un trono solitario.
Quando tu vai via, lo sai e ridi, i due invasori della nostra libertà, nell’ora del sonno misto ai pensieri, occupano il lettone del loro respiro caldo e lento, con pretesti truffaldini: “perché mamma, le regole sono regole e vanno rispettate. Quando papà non dorme a casa, noi dobbiamo stare con te nel letto grande ”.
Quando tu vai via, per sfiancare la paura, mi esercito nella dimenticanza di te….
E se poi ti dimentico davvero?
No, non ti spaventare, non è possibile. Io di te mi ricordo tutto.
Tranne di quella prima volta, perchè la memoria vecchia ormai di 15 anni, è annegata in un bicchiere di vino di troppo, quando mi hai vista dentro una stanza rumorosa di gente, in una sera fredda, con il mare accanto a quella casa festaiola. Tu, che ricordi, dici di aver puntato come un segugio, il mio sguardo liquido e le mie gambe nude, in una gonna allegra.
Poi ti ho conosciuto qualche mese dopo, in un altro posto, con la stessa gente, nella stagione dei vestiti lievi e sottili .
“Ero davvero brilla quella sera per non ricordare la tua bella faccia” ti ho detto.
Mi hai guardato incredulo, come si guarda una tipa un po’ stramba, un’audacia insolita, o un destino inaspettato, che sta per arrivare.
Ma ora basta. Ora che è notte, devo trovare un punto libero del letto, tra il sonno dei due inquilini. Devo riempire la tua assenza dei miei sogni, nel mare calmo di questo presente.

Tizianeda

Hot club

“Mamma che vuol dire hot club?”
“Come sai tu dell’hot club, dove lo hai visto” Rispondo al piccolo di casa balbettando.
“Non l’ho visto” – e questo è già un sollievo – “l’ho letto sul giornalino che ci arriva, quello dei programmi in televisione…ti faccio vedere”.
Mi apre l’ultima pagina della rivista, e vedo fotografie di signorine in posizione monacale, rispetto al prodotto da loro offerto.
“Guarda mamma c’è scritto qua : Hot club, il bello di essere adulti..allora mamma non mi hai risposto”.
“Vedi mio caro figliolo, il cinema offre una vasta gamma di prodotti, ci sono i film che fanno ridere, film che fanno piangere perché raccontano storie tristi, e ci sono anche quelli della categoria hot club, che mostrano uomini e donne mentre si baciano e si abbracciano con passione. Non sono film molto belli da vedere ritengo, scoprirai figliolo con il tempo che questo tipo di passione, è meglio viverla quando sarai sufficientemente grande e maturo, piuttosto che vederla in televisione o al cinema”.
Questa è probabilmente la risposta che avrebbe dato una madre assennata, capace di parlare con i propri figli di sesso e sessualità, con la stessa disinvoltura con la quale si parla del tempo, con i propri vicini di casa.
Invece io ho risposto “Sono dei film terrificanti e bruttissimi”.
“Dell’orrore mamma?”
“Sì dell’orrore!”
“Allora speriamo che stanotte non me li sogno e che se me li sogno, il mio sacchetto acchiappa incubi se li prende”.
“Già speriamo amore mio”.

p.s.: il sacchetto acchiappa incubi, è una piccola bisaccia di panno rosso cucito dalle mani amorevoli dalla zia M., che accompagna come la copertina di Linus, i sonni del piccolo di casa.

Tizianeda

Un’inaspettata fatica

“Questa sera sono proprio stanco. Unf!  Se penso che ancora devo radermi  e preparare la valigia….. vorrei essere già a letto”.
Lui, lo sposo errante, che sognava l’abbraccio tiepido della trapunta, che guardava ai piccoli gesti preparatori del suo  vagare, come alti muri dispettosi,  non aveva ancora compreso che in fondo,  la barba da tagliare e la valigia da riempire,  sono  due attività  veloci e rilassanti.
Un  bambino seienne con i pensieri altrove, un bidet, un rubinetto dell’acqua aperto ed un tappo ostinatamente chiuso, hanno ridato ai gesti quotidiani, la giusta collocazione nella gerarchia delle fatiche invincibili.
Perché,  finito  di cenare tra racconti e lamenti a quattro voci , fuori dalla cucina, i miei piedi scalzi sono stati avvolti da un liquido freddo, che lento e silenzioso aveva preso possesso  del pavimento delle camere da letto e del bagno,  così come l’infida acqua alta, invade Venezia .
L’uomo adulto di casa,  intervenuto sui luoghi del disastro, ha reagito come se l’apocalisse fosse ormai imminente, ha incastrato il suo profondo malumore dentro un eloquente silenzio, dopo aver  vaticinato   una casa ormai in disfacimento, con  pavimenti divelti e mobili corrosi dall’acqua.
Poi l’efficienza familiare ha avuto la meglio sullo sconforto, io aspiravo, lui passava stracci, la ragazzina aiutava come poteva, l’artefice del disastro giaceva nascosto sotto una coperta, parlando di ragni sul tetto della cucina.
Dopo due ore di fatica, di mutismo inquietante, di umido ai piedi, dopo un bel po’ di nervosismo e sudore, dopo una valigia finalmente piena, ed una faccia rasata,  i quattro reietti della famigliola, si sono fatti consolare dalla notte e dal sonno.

 

 

Tizianeda