agosto 2012 archive

Il trasloco, un toy boy, un camion e due bambini

Tizianeda, che è anche avvocatessa, un po’ di tempo fa ha pensato che la montagna di carte, che come una fitta giungla aveva riempito la stanzetta dell’appartamento condiviso con altri colleghi amici, in realtà lì dov’era, non poteva più stare.
Per questo ha trovato un’altra stanzetta, che in realtà è una stanzona, che è dentro un appartamento, che è dentro lo stesso palazzo dove c’è la casa di Tizianeda e della sua famigliola, solo un piano più giù.
Per questo Tizianeda, ha dedicato i suoi ultimi giorni d’agosto a spostare da un posto ad un altro, carte fascicoli faldoni computer stampante scanner fax scrivania sedie libreria libri e suppellettili varie.
Ed ora che tutte le cose del suo lavoro sono accatastate ed ancora inscatolate dentro la stanzona sotto casa, prima che la assalga come uno tsunami la malinconia per il posto che lascia con tutti i suoi abitanti, si è concentrata sui variegati momenti del trasloco:
1) Momento Toy Boy.
Lui è il ragazzo di fatica….. e molto altro. E’ quello che dodici anni fa, l’aveva incoraggiata ad affittare la stanzetta del vecchio appartamento, anche se di clienti Tizianeda ne aveva appena tre, “non ti preoccupare tu sei un buon investimento”, che le aveva pitturato le pareti di color aragosta con addosso la sua aderente canottiera bianca, i jeans tagliati e gli addominali scolpiti. Quello che le aveva appeso i quadri alle pareti e l’aveva rassicurata per il futuro. Lui è lo stesso ragazzo che oggi l’ha aiutata ad inscatolare, posare, sigillare con i nastri adesivi, che si è preoccupato di un’infinità di aspetti pratici cui Tizianeda è poco avvezza, che l’ha rassicurata per il futuro. Lui dopo dodici anni è ancora il suo ragazzo, anche se le magliette aderenti non le mette più perché sono diventate troppo strette, anche se da questa fatica forse non si riprenderà, anche se con lui Tizianeda ha fatto due figli e tutti insieme vivono in una casa di 90 mq.
2) Momento Vintage.
Alle tre del pomeriggio, sono arrivati gli uomini del trasloco per prendere la roba impacchettata, metterla su una piattaforma fissata ad una scala mobile appoggiata ai balconi che dalla strada saliva fino al cielo, per poi ritornare giù dove c’era un vecchio camion che ingoiava gli scatoloni di Tizianeda come il ventre di una balena.
Poi quando tutto è finito e la stanzetta diventata vuota come una galleria dismessa della Salerno-Reggio Calabria, Tizianeda ha chiesto all’uomo che guidava il camion di poter andare con lui. E’ entrata dentro quell’ affare chiassoso e cigolante che le ha provocato un’esaltazione puerile. Avrebbe voluto guidare lei quell’aggeggio pesante che non sa perché le ricordava l’infanzia e l’ha riportata in un mondo un po’ sfocato e in bianco e nero come i programmi televisivi di quando era piccina. Ha contemplato l’abitacolo rosso tutto sbrindellato come i sedili, ha guardato i finestrini a manovella, il cambio delle marce con il pomello, il volante grandissimo che ci vogliono braccia lunghe e forti, ed i bottoni quadrati incastrati nel cruscotto che Tizianeda avrebbe voluto schiacciare per vedere che succede, tutti gialli verdi e rossi che sembrava di essere in una navicella spaziale di un ingenuo telefilm degli anni ’70. Poi sono arrivati sotto i balconi dove c’è il nuovo studio ed anche la casa di Tizianeda. L’uomo del trasloco ha tirato il freno a mano, il camion ha sferragliato vibrando, ed il viaggio vintage è finito, purtroppo.

3) Momento pediatrico-terroristico.
I più felici per questo trasloco, per questo ardito avvicinamento a casa anche negli orari lavorativi, sono la decenne ed il seienne, che hanno partecipato con giubilo alla movida degli scatoloni, trottando per le scale del palazzo per approdare nel nuovo studio della mamma. E mentre quei due debosciati correvano per l’appartamento semi-vuoto, si nascondevano eccitati dentro le stanze, esploravano gli anfratti, aprivano e chiudevano le finestre, uscivano sul balcone dove il seienne socializzava con la vicina artista e folle invitandola a venire a lavorare con Tizianeda, tempestavano di domande gli uomini del trasloco, litigavano tra loro, chiedevano di poter mangiarebereandareinbagno, Tizianeda si chiedeva se questo sforzo fisico ed emotivo fatto per rendere più fluida la giornata, per meglio assemblare i diversi momenti della vita, facilitare gli spostamenti e togliere da casa un bel po’ di noiose carte, è davvero stata una buona idea.

Tizianeda

Che cos’è l’amor

“Il mondo sarebbe triste senza le ragazze”.
Questo pensa il seienne di casa, e lo dice con serafica convinzione.
Perché le ragazze, “sono belle, intelligenti, non dicono le parolacce e non fanno la lotta”.
Ed un giorno lui sposerà la donna che “capisce come sono fatti i maschi, fa i rutti con le mani davanti alla bocca, le puzzette solo dentro casa …vero mamma? E poi se lei non vuole fare una cosa io mica la posso costringere?”
La prescelta è la bambina F., la sua fidanzata da sempre, quella a cui un giorno di due anni fa, dentro l’aula della scuola d’infanzia, tra gli sguardi curiosi di bambine dagli occhi stupiti e bramosi, ha regalato un enorme “diamante” preso da una scarpa dismessa della sorella. E per lui è un dettaglio trascurabile che da quando ha lasciato l’asilo per la scuola primaria non vede più la bambina F., ed a volte è ammaliato da altre graziose bambine.
Vorrei spiegargli che non sempre le donne sono sinonimo di felicità maschile, e che comunque certe cose non funzionano così come le vede lui, ma travolta dalle sue dogmatiche convinzioni, preferisco rimandare.
Tuttavia non avevo previsto che il materialismo estremo della decenne, sorella del romantico innamorato, avrebbe riempito i miei vuoti pedagogici, e preceduto gli insegnamenti della vita.
“La vuoi finire con questa F., lo vuoi capire che lei non ti pensa più e sicuramente ormai avrà un altro fidanzato”
“Non è vero. Lei mi pensa e quando cresco la sposo”
“Mamma, diglielo tu che non è così che si ragiona, che poi quando è grande e sua moglie divorzia da lui, quello va a dire in giro che stanno ancora insieme mentre lei è già fidanzata con un altro..pensa che brutta figura!”.
“Ragazzina, ora basta vedi di non esagerare!”
Poi per fortuna quei due si dileguano imperturbabili, con le loro estreme visioni dell’amore.

Tizianeda

Mangia come me

Prima gli amici organizzati, ospiti della famigliola, che hanno portato dalla città il loro robot delle meraviglie, che sminuzza trita cucina impasta riscalda bolle, tutti i giorni ti prepara anche un dolcetto, e finisci per venerare quell’oggetto, come un totem dotato di poteri ultraterreni. Poi altri amici, tutti cucine dotati, amanti della compagnia e delle tavole generose. Così le passeggiate nei boschi non bastano a smaltire tanta gaudenza culinaria, perché per salvarti, dovresti attraversare correndo, con uno zaino pieno di pietre, tutto l’Aspromonte…..più volte.
E si sa, dopo il tripudio, dopo Sodoma e Gomorra , dopo il Paese dei Balocchi, la festa finisce, si spengono le luci e ti abbandoni senza ritegno ad inutili brontolii solitari…… sempre che nelle vicinanze non c’è un seienne, che ti intercetta come un esperto radio-amatore.
“Porca miseria. Ho mangiando troppo in questi giorni, sono ingrassata!!”
“Mamma non ti preoccupare ognuno è diverso, io sono magro, mangio tanta pasta e lenticchie e non ingrasso. Tu invece sei come sei”
Già, pasta e lenticchie, il suo piatto preferito che mangerebbe anche la mattina a colazione…
“Perchè come sono io?”
“No, non te lo dico non ti voglio dispiacere”
“Tesoro, mamma non si dispiace, dimmi”
“Mamma tu sei cicciottella, però a me piaci lo stesso”
“………….”
“Ma non ti preoccupare. Se mangi sano come me dimagrisci. Cucina tutti i giorni pasta e lenticchie”.

Tizianeda

Quei cinque

“Possiamo piantare due tende nel giardino da voi? Siamo cinque”.
La casetta in montagna, che non è della famigliola, ma è popolata nelle giornate vacanziere da Tizianeda e dagli altri tre, è circondata da un generoso giardino, dove in uno spazio silenzioso e nascosto, per un giorno ed una notte, sono state ormeggiate due tende da campeggio, come due barchette placidamente appoggiate in un mare tranquillo.
Perché Tizianeda, dinanzi alla richiesta di uno di quei cinque, ha detto sì senza pensarci.
Quei cinque, sono una mamma e un papà e i loro tre ragazzi, tutti maschi tra i tredici e i vent’anni passati da un po’. Sono una famiglia. Dentro questo assemblaggio multiforme e colorato, c’è musica che sgorga da ogni parte come quando ti si pianta un odore addosso, arte esibita per strada, ricerca di radici lontane, senso di appartenenza, matematica, disegni, rime strambe, impegno pulito, vita da gitani iperattivi, silenzio e chiacchiere, libertà e regole, cibo e blues, armonica, basso elettrico e contrabbasso.
E ora che sono nel mio giardino, io li osservo questi cinque, come mai ho fatto prima. Perché tutti insieme e così vicini, come una famiglia non li avevo mai pensati. Anche se quella mamma e quel papà, io li ho visti diventare genitori nel tempo del cazzeggio e dell’incoscienza. Nel tempo in cui, hai addosso un vago odore di infanzia lasciata ormai per sempre. Quando provi a dare una forma ai tuoi pensieri e alla tua vita. Un tempo in cui non si hanno ancora vent’anni e sei un’esplosione di sogni, progetti, ribellione, possibilità, dentro a un mare tumultuoso e mutevole in cui cerchi la tua strada.
Io li ho visti, con loro figlio in braccio, bellissimo, percorrere quel mare. Quando, incosciente e giovane, non mi chiedevo quanto grande fosse lo sperdimento e la paura . Quel bambino, era una presenza fresca e allegra per me, da guardare come si contempla uno spettacolo stupefacente.
Poi quella mamma e quel papà, sono cresciuti con il bambino in braccio, senza perdere di vista la loro strada da tracciare, i loro sogni, le loro possibilità.
E oggi guardo questa donna mentre frigge le zucchine nella mia cucina, con gli occhi da aliena e tutti quei capelli colore della terra, avvolta da un tripudio maschile di testosterone che le danza attorno, lei compatta silenziosa moderna passionale con le sue tante cose da fare. E guardo lui con gli occhi grandi da sognatore con la sua piccola armonica, che ci soffia dentro ed esce fuori la musica. E ci sono quei tre, i tre fratelli, perché il bambino in braccio nel frattempo è cresciuto senza rimanere solo. Il bambino in braccio che ora è un uomo, che è andato lontano, con la valigia di cartone da riempire per diventare adulto, con le costellazioni da cercare per orientarsi dentro il suo mare da percorrere, anche lui con la musica tra le mani e il vento dell’indipendenza soffiato alle spalle.

Tizianeda

Compagni della Scuola media G.G. sez. c

Sono stata trasportata con un tocco di prestigitazione virtuale, con un teletrasporto informatico, dentro un gruppo facebook, composto da persone che in comune hanno l’età, una diaspora ormai trentennale, e l’aver condiviso per tre anni, le loro vite in bilico tra la fanciullezza e l’adolescenza, tra sbalzi umorali, cambiamenti epocali, ormoni pronti ad esplodere e brufoli in arrivo.
Ci incontreremo, i Compagni della scuola Media G.G., davanti ad un chiosco di gelati, come fossimo ancora piccoli, non senza perfida curiosità, ansiosi di rivedere i ragazzini di allora e gli adulti geneticamente modificati di oggi.
Per lenire l’ansia da prestazione, mi sono prospettata una serie di possibili non augurabili situazioni:
1) ci verrà uno struggimento nostalgico, che ci farà venire voglia di abbracciarci tutti e piangere;
2) ci scambieremo sorrisi benevoli e pacche sulle spalle, dicendoci l’un l’altro che nonsiamo cambiatiaffatto e comefaiamantenerticosìbene, pensando tuttavia l’esatto opposto;
3) qualcuno ricorderà episodi della nostra preadolescenza scolastica, che qualcun’altro avrebbe voluto dimenticare;
4) non sapremo cosa dirci per tutta la serata, e dopo esserci salutati promettendoci di riorganizzare assolutamente un altro incontro, ce ne andremo ognuno per la propria strada e non ci rivedremo per almeno altri trenta anni;
5) non appena osserverò i volti dei compagni, la nebbia che ho di quel periodo, si dissolverà lentamente, si materializzerà l’immagine sbiadita di una ragazzina goffa e fastidiosa, e con sgomento capirò che quella figurina lontana, che alle feste faceva tappezzeria, sono proprio io;
6) saluterò con una scusa, tornerò a casa e costringerò mio marito a mettere una musica lenta anni ottanta perché, per la legge della compensazione, dovrà farmi ballare tutta la notte.

Ora, siccome so che nessuna di queste ipotesi immaginifiche si verificherà (almeno spero), vado a prendere un bel vestito nell’armadio per indossarlo questa sera , come quando si andava tutti alle festicciole, con la musica del Tempo delle Mele. Come quando in un tempo assai lontano, tutti ci sentivamo un po’ Sophie Marceau o il ragazzo di cui non mi ricordo il nome con il gelosino, anche quando l’unico incontro ravvicinato era con la tappezzeria.

Tizianeda

Prendi

Prendi un ruscello di montagna “che dura tanto”, coi massi dentro, quattro minori semi-irrazionali convinti che lì nell’acqua ci siano milioni di girini da catturare.
Prendi un seienne che si crede Super Mario, e saltella sui massi, ma poi i suoi piedi le sue scarpe e le sue calze planano nell’acqua.
Prendi i milioni di girini che non si trovano perché, in preda al panico, sono tutti fuggiti altrove.
Prendi la decenne, il seienne ed i loro amici V. ed E., e dì loro che è inutile, che i bicchieri bianchi che si sono portati per la caccia, rimarranno vuoti.
Prendi un bellissimo sentiero da seguire in mezzo ai boschi.
Prendi la ragazzina, che ha dieci anni ed è in un’età dagli umori altalenanti, e per questo decide che no, la passeggiata non la vuole fare.
Prendi che ignori i suoi sbalzi ormonali e la poni dinanzi alla prospettiva di camminare o di rimanere lì, sola, tra lupi, cinghiali, la strega cattiva di Hansel e Gretel e folletti malefici.
Prendi che lei opta per la prima soluzione, ma che per tutto il tragitto ci segue a distanza, come un segugio famelico, con la bocca serrata e teatrali occhi cupi .
Prendi che la passeggiata tra i boschi è bellissima, a parte lo sguardo torvo della tipa che ci cammina dietro.
Prendi che quando arrivi sulla strada ed esci dal bosco, si prosegue a fila indiana su uno stretto marciapiede.
Prendi che in mezzo alla strada tortuosa, tra gli sguardi attoniti degli automobilisti, deambula zigzagando una signora ultracinquantenne stretta in un vestito fiorato fucsia, come il colore dello smalto sui suoi piedi ed il rossetto.
Prendi che al guinzaglio tiene un barboncino nano bianco accessoriato di codino sulla testa, come il suo.
Prendi che pensi che devi salvare da morte certa la signora ed il cane, e la inviti a salire sul marciapiede.
Prendi che eviti alla donna ed al quadrupede un incidente, ma non la salvi dalla logorrea compulsiva del seienne.
Prendi che la signora manda messaggi subliminari al seienne “il mio cane non ama i bambini”, ma il seienne continua a sorriderle beato.
Prendi che il seienne inonda la poveretta di domande “come si chiama il cane, quanti anni ha perché è così piccolo ma cresce quanto è lungo il guinzaglio lo posso accarezzare lo posso prendere in braccio ma come è carino ma dai lo posso prendere in braccio”
Prendi che la signora con il cane, saluta e senza darci il tempo di risponderle, è di nuovo in mezzo alla strada.
Prendi che si torna nella casetta montanara tutti stanchi, felici e sporchi di terra, come Pig Pen dei Peanuts, senza però le mosche ronzanti sulla testa, almeno credo.
Prendi che alla decenne la tempesta ormonale si dissolve come nebbia e così Voldemort ci restituisce Hermione.
Prendi tutto questo, che è poco, che è tanto, anzi tantissimo, che è uno spazio senza tempo, come quello dell’infanzia, dove tutto è sospeso, la prospettiva è diversa, lo sguardo è pieno di innocenti possibilità. Prendi una giornata così, che ti regala sorrisi ed un bel po’ di nostalgia.

Tizianeda

Vacanza=Vuoto

Vacanza= vuoto.
Il primo ad andare in vacanza è stato il mio cervello, resettato da un improvviso ed inusuale tripudio di ozio. La famigliola si è trasferita in un posto amato da Tizianeda e dallo Sposo Errante, dove non si suda, la notte si dorme coperti, si contempla fermi e stupiti il silenzio.
E’ fuggita in un posto dove la terra vista da lì sembra semideserta e fascinosa, perché gli alberi e la fauna sovrastano la presenza umana. Ma anche un posto che è un’occasione mancata, perché qui al sud molto sud, a chi ha il potere sul bene pubblico, con frequenza drammatica, la bellezza è invisa.
Così il mio cervello, in questi primi giorni di vuoto, sta vivendo come un’irresponsabile collegiale alle prese con la sua prima esperienza di campus, dominato dal sonno e da una fame compulsiva da tenere a bada. I due minori,, il seienne e la decenne, solitamente contrariati da tanto entusiasmo montanaro, quest’anno hanno partecipato al nostro tripudio, grazie alla presenza salvifica di una coppia di amici, minori forniti, ospiti nostri per qualche giorno in questa casa fresca ed avvolgente, profumata di legna e bosco, colorata da chiazze di ortensie blu.
Salvifica anche per me, che sono la reginetta del caos, perché a fare da controcanto alla mia dinoccolata gestione del tempo libero, c’è la mamma di V. ed E., ai miei occhi la donna più organizzata dell’universo interplanetario. Con lei hai la insolita fortuna di conoscere con almeno un giorno di anticipo quello che mangerai. Con lei non soltanto ogni cosa è al posto giusto, ma anche secondo logica ed ordine. Lei che con le sue lunghissime dita prensili, come tutto il resto del suo corpo, arriva dappertutto a sistemare. Per questo, la seguo beata e grata, sentendomi placidamente sgravata da tanto sforzo mentale .
Ecco sono in vacanza. Sono nel vuoto, nella lentezza calma. Dentro chiacchiere in ore insolite, con un bicchiere di vino in più. Dentro lo sguardo distratto sui figli che corrono impazziti e liberi, dentro pomeriggi ingoiati da un allucinogeno sonno amniotico, dentro improvvisi momenti di amore coniugale veloce e furtivo.
Sono in non luogo ed un tempo di grazia, irreale come in un sogno, un buco bianco,che mi regale l’essenziale, mi ricorda chi sono, mi scrolla da dosso la nevrosi di tante vite da incastrare perché tutto funzioni e rimanga saldo.
Oggi il mio cervello è una leggiadra ragazza dei fiori.

P.s.: In questo posto la lentezza avvolge anche il collegamento internet. Mentre scrivo non so se riuscirò a postare. Se invece mi leggete vi mando il mio saluto allegro.

Tizianeda

Siccome sono molto triste…..

Per sette lunghi giorni la decenne di casa, ha vissuto selvaggiamente tra castagneti, pini, felci, coetanei in divisa verde e marrone con fazzoletto al collo, pentole da lavare, acqua da reperire, giochi, canti buffi o malinconici, fuochi di bivacco.
Per sette lunghi giorni, il seienne di casa, ha vissuto nostalgicamente a casa, tra inquietudine, noia, bisogno di consolazione e ristoro per la subita assenza della sorella maggiore, con due genitori ancora sommersi dal lavoro, il campo estivo finito, la cugina gemella, preferita e coetanea, altrove, i nonni vecchietti fuggiti al mare, consolato dall’amata da tutti G., presenza sicura ed intermittente della casa. Il tutto farcito dalla sua innata capacità di ottimizzare anche i momenti di sconforto.
Per questo ogni richiesta del seienne, preannunciata dalla seguente premessa: “Mamma siccome sono molto triste, perché mia sorella non c’è…”, accompagnata da uno sguardo scuro e penetrante impastato di innocente dolcezza, colorata da un sorriso accessoriato di fossetta laterale, è stata esaudita.
Per questo per sette lunghi giorni, sono state svolte le seguenti attività:
1) Mangiato per cinque volte pasta e lenticchie, il suo piatto preferito.
2) Giocato alle tre del pomeriggio a nascondino..in due in una casa di 90 mq.
3) Guardato mano nella mano vicini vicini, sudati sudati, i suoi programmi televisivi preferiti.
4) Dormito in tre nel lettone “perché mamma sono molto triste e non voglio dormire solo senza mia sorella” “Si però ora dormi. Ma perché ti rigiri così nel letto?” “Perché sono molto triste ché penso che noi siamo insieme nel lettone e mia sorella no..”
5) La sua mamma ha dormito malissimo, perché, essendo il seienne molto triste, le è stato tutta la notte addosso.
6) Giocato alle tre del pomeriggio con giocattoli vari consistenti in Tuffy e Procy, peluche spelacchiati e consunti, 17 piccoli cuccioli di plastica, tutti di animo buono ed irrazionale tranne due di animo cattivissimo ed irrazionale: un gatto nero con gli occhi da drogato, ed un castoro con un fiore rosso in bocca. Un ometto di plastica che si chiama Luigi vestito con una buffa tuta verde e con improbabili baffi, tre minuscoli personaggi di carta disegnati dal piccolo e ritagliati da Tizianeda, che poi sarebbero i tre elementi della famigliola sfornita della decenne, tutti con la coda ed un buffo cappello in testa con le orecchie. L’onirico circo, ha combattuto con i due elementi disturbanti, il gatto drogato ed il castoro, ogni tanto sono morti tutti, per poi resuscitare. “Mamma ora combattono muoiono tutti ma poi si abbracciano” “Ma un po’ d’amore non c’è mai?” “Si abbracciano”.
7) Invitato a casa il suo amico del cuore dai tempi dell’asilo, Giuseppe, dotato di occhiali da vista, sguardo furbo, sorriso avvolgente. Amante del calcio, Giuseppe ha manifestato il suo affetto con tutta la sua fisica prorompenza, non lesinando scappellotti, che da sempre lasciano interdetto il seienne. I due minori sono l’ opposto ed il completamento l’uno dell’altro. Unico elemento in comune: riescono a devastare una stanza in pochi minuti.
8 ) La mamma, più di una volta, adducendo spregevoli scuse, si è rifugiata in bagno, zona franca della casa, dove si e’ chiusa a chiave senza destare sospetti, solo per godere di qualche momento di solitudine e silenzio.

Poi la decenne è tornata, la folle normalità familiare è stata ripristinata con tutti i suoi quattro elementi. Il seienne ora dorme nella sua stanza, il primo pomeriggio gioca con sua sorella, continuiamo a cucinare pasta e lenticchie, il bagno è usato per i suoi scopi naturali, almeno per ora…

Tizianeda

La ragazzina decenne

Mi aspettavo uno tsunami, un terremoto emotivo, uno struggimento nostalgico senza ritorno, ed invece….
Ti ho lasciata nella piazza calda, piena di ragazzini in divisa Scout, gli zaini accatastati in disordine, e un pulmino sonnecchiante, circondato dalle vostre presenze eccitate.
Non ho aspettato il momento della partenza come faceva mia madre, che non si scollava dalla strada con gli occhi grondanti e rossi, fino a che non sparivo dall’orizzonte.
Sono andata via prima, con tuo fratello in lacrime, lui sì, già avvolto dalla nostalgia.
Sette giorni di distanza e silenzio, senza il sollievo di una telefonata, perché queste sono le regole, affidata ad altri ed a te stessa.
Faccio i conti con il mio mutismo, il mio essere dimidiata, come tutte le donne, tutte le madri, tra il sollievo e la mancanza.
E’ una voce sorda, un silenzio ovattato, un ventre pieno.
Ora che non giri per la casa, mi scontro con quello che so, che ho sempre saputo: tu non mi appartieni, non sei mia, non sei di tuo padre, non sei del mio passato.
E’ mio però il nostro tempo condiviso, da quando tutto è iniziato, da quando mi hanno detto che c’eri, da quando hai occupato il mio respiro, allargato i muscoli prima compatti del mio corpo, cambiato per sempre il mio sguardo. E’ mio questo tempo da quando sono stata espugnata da dentro. Perché l’amore non sempre e non subito è solare e facile.
L’amore si è insidiato come un seme piccolo piccolo nella terra, non il giorno in cui hai iniziato a crescermi dentro, e neanche il giorno in cui ti ho vista per la prima volta e ti ho baciata, perché è così che si fa, e a te non è piaciuto. L’amore è successo dopo, quando eri da un mese la costante presenza nei miei giorni mutati per sempre. Dopo che mi hai stordita e confusa. Dopo che ho dato un nome alla paura. Io ero seduta sul divano di casa con fuori l’inverno, quando all’improvviso, con voce lenta ho detto a tuo padre che mi ero pentita, che non ero pronta.
Lui quel giorno mi ha guardato stupito ed incredulo con due occhi da bambino, ed io ho iniziato a guarire dallo sperdimento, ho iniziato a diventare madre.
Si è aperta una porta ed io sola, l’ ho attraversata con te, sicura tra le mie braccia.
E’ mio questo tempo dentro il quale ti muovi ed io ti guardo e ti accompagno, restando ogni giorno un po’ più in disparte. Guardo il tuo modo vibrante e già femminile di percorrere lo spazio, il tuo sguardo ironico, le tue mani mobili a volte nevrotiche.
Tra pochi giorni ci rivedremo, ragazzina. Ti troverò cambiata, impercettibilmente. Nel diverso movimento della tua testa, in un guizzo nei tuoi occhi, in un altro modo di far scorrere le dita tra i capelli o di sorridere. Ed ancora, davanti a tanto innamorato stupore, rinnoverò come una preghiera arcana quello che so e che ho sempre saputo: tu non mi appartieni, non sei mia, non sei di tuo padre, non sei del mio passato.

Tizianeda