settembre 2012 archive

Sono come sono

Lei.
Ogni sera li sistema sopra il letto, completi di accessori, poi mi chiama.
“Mamma vieni a vedere come mi vesto domani a scuola”. E’ un tripudio di bracciali e collane, di strass e teschi, di barocco e gotico, di contrasti in cui si muove sicura, e penso che certi talenti sono innati, almeno nel suo caso. Per forza.
Io le rammento la sobrietà necessaria a scuola, lei mi rammenta che presto sarà costretta ad indossare la “triste” tuta da ginnastica delle medie, che la uniformerà agli altri, e vorrebbe approfittare degli ultimi giorni di libertà estetica.
E così, con l’abbigliamento selezionato la sera prima, forzatamente sfrondato di qualche eccesso – “la collana con l’enorme ciondolo a forma di cobra pieno di brillantini rimane a casa”- con lo zaino abbarbicato sulle spalle, pieno e rigonfio fino all’inverosimile che se cade all’indietro non si rialza più, con il suo passo veloce sicuro ed indomito, si accinge ad affrontare le cinque ore di scuola che l’aspettano, non senza prima aver risistemato mille volte il ciuffo dei capelli.
Lui.
I vestiti da indossare a scuola non sono la preoccupazione del seienne.
Li sceglie dopo la colazione secondo i suoi personali canoni estetici e cromatici. Un giorno prende nell’armadio i pantaloni arancioni con la maglietta gialla, un altro la maglietta arancione con i pantaloni rossi, oppure la maglietta verde con i pantaloni arancioni o ancora i pantaloni arancioni con la maglietta arancione.
Quando poi lo invito con l’ausilio di terribili minacce a pettinarsi, lui mi guarda stupito ed incredulo.
“Non capisco perché ci tieni tanto che mi pettino”
In realtà i capelli ordinati, male si abbinano con il suo modo sbrindellato di indossare i vestiti, con la maglietta sempre infilata per metà nei pantaloni , l’altra ciondolante fuori e quel tripudio chiassoso di colori.
E così usciamo, la decenne che freme e vuole andarsene da sola, il seienne avvistabile anche da molto lontano e poi ci sono io, che insomma, come loro, sono come sono.

Tizianeda

Era mia zia

Ci sono persone che profumano di bontà, come il pane che trattiene il ricordo del forno caldo.
Ci sono persone che attraversano la loro terra capovolta lievi e sorridenti, come i personaggi strambi di un cartone animato, di quelli che cadono milioni di volte senza mai farsi male, facendoti sganasciare dalle risate.
Ci sono persone con gli angoli della bocca verso il cielo, e gli occhi presidiati da rughe avvolgenti e danzanti.
Ci sono persone con la tavola sempre apparecchiata e piena, perché non si sa mai chi può arrivare all’improvviso.
Ci sono persone con mani pietose pronte a raccogliere e consolare, che hanno il coraggio dei bambini, che fiduciose circondano con il loro gratuito improvviso amore ogni essere vivente che gli capita a tiro, perché per i giusti è così che funzionano le cose.
Ci sono persone che non le puoi frenare o cambiare perché tanto è inutile, e comunque sai che se il mondo sta su, è solo grazie a loro.
Ci sono persone che quando non ci sono più, il pianeta perde un po’ della sua lievità.
Ci sono persone che quando le pensi ti viene da sorridere.
Persone che le devi raccontare, per incastrarle nella memoria.
E c’era una donna che era tutte queste persone messe insieme e molto altro. Perchè la sua casa era un tripudio di accoglienza. Un transito allegro di umanità e vita.La sua casa era anche il rifugio di animali orbi e sciancati che raccoglieva ovunque sentisse il loro richiamo. E se vedeva uomini o donne derelitti rovistare in cerca di cibo, lei, che mai distoglieva lo sguardo, che aveva sempre posti a tavola da riempire, li portava fiduciosa con sé. Lo sapevano e lo accettavano pazienti il marito, le figlie, tre bellissime, e i nipoti.
Questa donna, che ormai da parecchio si è trasformata per noi che l’amavamo in un pensiero bello, si chiamava Teresa, era mia zia. La zia Sisa.

Tizianeda

Una faccenda complicata

Nel tempo in cui mia nonna era una ragazza, quando essere donne era una faccenda complicata, certe parole non si potevano pronunciare e di certe cose non si doveva parlare, perché non stava bene. Nel tempo in cui mia madre era una ragazza, quando essere donne era una faccenda complicata, è arrivata la concessione degli eufemismi o della fantasia verbale.
Molti anni sono passati da allora, i costumi si sono evoluti, la modernità ha preso il sopravvento, essere donne continua ad essere una faccenda complicata. Però, di coloro che non si dovevano nominare, oggi ne parlo con serenità alla ragazzina, in un raro momento di solitudine ed intimità.
“Voglio essere onesta con te, quando un giorno arriveranno saranno una gran rottura di scatole, però devi pensare che sono anche il racconto di una storia sorprendente. Noi donne siamo legate al ciclo dell’universo. Siamo come la luna che ogni ventotto giorni ci ricorda la sua perfetta natura sferica!”
E poi parlo parlo, mentre lei mi guarda muta e spiego non utilizzando più l’infida bugia dello sciroppo di mirtilli. Mi sento orgogliosa dell’uso sapiente delle mie parole, anche perché questa storia della perfezione sembra affascinarla. Ma proprio mentre mi stupisco di quanto sia stato facile affrontare l’argomento con mia figlia e assaporo la certezza di averla preparata per il futuro, ecco che arriva l’imprevisto.
“Chi è che si è fatto male?”
Il seienne! No, dove diavolo era!
“A me il sangue fa schifo. Quando ero piccolo e mi hanno infilato l’ago nel braccio per farmi le analisi stavo svenendo. Ti ricordi mamma?”
Intanto la ragazzina si allontana.
“Dove vai?”.
“Mamma, ho bisogno di bere un bicchiere d’acqua, mi viene da vomitare!”.
Il lento lavoro di emancipazione che ha attraversato generazioni di donne, distrutto in pochi secondi da un seienne.

Tizianeda

E allora?

Dopo il primo giorno, le strade, i cortili, gli abitacoli delle macchine bloccate nel traffico, le piazze, le scale ed ogni anfratto della città, sono stati inondati da un unico interrogativo: “e allora?”.
E’ fuoriuscito dalle bocche imbambolate ed ansiose di noi genitori in attesa di risposta, come di fronte a un oracolo reticente. I potenti detentori della verità, con i loro zaini sulle spalle, rispondono, secondo personali priorità.
“E allora ragazzina come è andato il tuo primo giorno nella scuola media?” : mmm, tutto ok, tutto bene, non mi sono mai mossa dal banco, durante la ricreazione non ci fanno alzare, i maschi sono quasi tutti brutti.
“E allora seienne?”: nella mia classe c’è una bambina nuova , si chiama Maya, ed ha quelle cose nere tutte attorno agli occhi che sono lunghissime e finiscono in alto ed in basso, come si chiamano… secondo me è truccata. E’ bellissima.
Il primo giorno tornati a casa, la decenne ha svolto i suoi primi compiti della scuola media, il seienne, per tutto il pomeriggio ha disegnato bambini saltellanti e felici, che sconfiggevano mostri cattivi . Si è disegnato insieme a sua cugina, quella che si crede la sua sorella gemella, quella che è sbucata quattro mesi prima di lui dalla pancia della zia Dada. La cugina che fuori dalla sala operatoria, quasi sette anni fa, aspettava l’arrivo del seienne nella terra sbilenca, tenacemente abbarbicata alla tetta della sua mamma.
Poi è arrivata la notte ormai agitata da qualche settimana, ed il sonnambulismo del piccolo di casa. “Cosa fai qui in piedi vicino al mio letto. Mi farete venire un infarto” “Dobbiamo andare nell’aldilà” “Come?”
Poi è arrivato il secondo giorno con tutti noi fuori, ancora in attesa di risposte.
“E allora?”:
“ mmm, tutto ok, tutto bene, non mi sono mai mossa dal banco, durante la ricreazione non ci fanno alzare, a scuola vorrei andarmene da sola”.
“Oggi è successa una cosa fantastica, per la prima volta mi sono difeso dal bambino fastidioso …..non ho iniziato io per primo”.
Io l’ho abbracciato. Sua sorella gli ha stretto la mano e si è complimentata come se avesse vinto le olimpiadi. Suo padre gli ha voluto parlare al telefono. La nonna vecchietta ed ecclesiastica, pur disapprovando, si è astenuta da ogni sermone.
Gli scarafaggi ed i ragni sopra il tetto di cui il seienne ci parlava in prima elementare per dirci che aveva paura, sono scomparsi e lui si gode il suo momento di trionfo. Di nuovo il pomeriggio ha disegnato bambini felici. Poi la sera nell’ora della cacca e delle chiacchiere, ha voluto fare un gioco “mamma ora io ti chiedo: lo sai chi si è difeso dal bambino fastidioso? E tu fai finta di non saperlo e poi te lo dico che sono stato io. Va bene?”.
E poi c’è stato il terzo e il quarto giorno di scuola. E poi e poi… insomma, poi si vedrà.

Tizianeda

Pronti partenza via

° Il seienne ha ripreso ad ascoltare le canzoni di Fabri Fibra, che è un rapper arrabbiato, che si agita ansiogeno, che in ogni verso infila una parolaccia. Lo osservo mentre ascolta eccitato il tipo che canta – “mamma hai sentito?” “Si però tu non ripetere” “no….e che sono matto!” – pensando a quanto si possa essere attratti da ciò che non ci somiglia .
° La decenne da un po’ di giorni, oltre ai documentari su cani, gatti, invertebrati, coccodrilli, squali, subisce la fascinazione di trasmissioni che raccontano storie agghiaccianti di UFO e di manifestazioni soprannaturali o che parlano di disgustose malattie rare – “mamma non ti preoccupare guariscono tutti”- che guarda con serena disinvoltura e serafico distacco. “ Se arriva tuo fratello cambia canale per favore”.
° Da due settimane si verificano inquietanti fenomeni notturni. I minori, si spostano dalle loro postazioni, per stazionare in quella dei due adulti di casa. Il sonno è diventato un fenomeno collettivo e sembriamo una comunità hippie. A volte però prima di procedere all’occupazione silenziosa, ti fissano immobili ed ansimanti mentre sei avvolto in un sonno profondo che implode svegliandoti. Poi per tutto il resto della notte hai la sensazione di essere intrappolato in un film di Kubrick . “Mamma ti guardavo perché volevo capire se dormivi”.
° Sabato al supermercato, ho fatto la spesa riempiendo il carrello fino all’inverosimile, come se l’apocalisse fosse imminente, e dovremo passare i prossimi mesi in un bunker chiuso ermeticamente. Il carrello sotto quell’enorme peso, ha iniziato ad ignorare i miei comandi girando su se stesso come la testa di un indemoniato.
° Da qualche giorno, per le strade, si aggirano donne con gli sguardi un po’ assorti, un po’ preoccupati, un po’ allucinati, un po’ deliranti. Camminano veloci trascinando bambini e buste piene di libri quaderni penne matite borsellini righelli colla diari zaini forbici colori scarpe nuove per l’inverno. Io sono una di loro.
° L’uomo adulto di casa da questa mattina ha iniziato “l’operazione scanner”. Ha preso montagne di fotografie di quelle che si facevano con i rullini. Con pazienza le ha ricercate, copiate, catalogate. C’è un passato che ci appartiene ed uno individuale quando l’altro era ancora molto lontano dall’arrivare ed ancora più lontano il risultato del nostro incontro. In questo tripudio scientificamente nostalgico, lui sguazza e si bea. Io un po’ meno.
° Domani ricomincia la scuola per tutti i bambini e ragazzini della mia città. Si sa che le attese che nascondono aspettative, paure e speranze, fanno fare ai grandi ed ai piccini, cose a volte strane, a volte insolite, a volte solo diverse.
Domani si ricomincia anche per la famigliola. Buon inizio ragazzina decenne per il tuo primo giorno nella scuola media. Che hai addosso una paura che mi intenerisce, che la nascondi dicendomi che non vedi l’ora, che ti guardi allo specchio mille volte spostando la riga tra i capelli, che vorresti vestirti con jeans strappati, una maglietta punk e tutta bardata di gioielli e so che dovremo trovare un compromesso . E buon inizio a te mio piccolo seienne ormai quasi settenne, che invece della scuola non vuoi proprio parlare e se ti chiedo, cambi discorso. Che mi accenni a volte a quel compagno “fastidioso”, che in prima elementare ti spaventava e poi a casa ci raccontavi degli scarafaggi e dei ragni sul tetto. Ma quest’anno sarà diverso perché sei più forte, perché tuo padre ti ha insegnato a pedalare senza le rotelle, perché sei caduto mille volte graffiandoti le gambe e non hai pianto e non ti sei arreso.
Buon inizio a tutti voi.

Tizianeda

Prendila sul serio

“Mamma perché se le figure mistiche di Babbo Natale e della Fatina dei Denti non esistono, dovrebbe esistere Dio?”
“…”
La decenne mi incalza
“Ma allora quando muori che succede?”
“Non lo so non sono mai morta”.
“Mamma smettila!”. Ride.
Il seienne è più diretto…ed inquietante.
“Io penso che tu moriraiprestononmivedraicrescereenonvedraiimieifigli!”.
“E’ una profezia? Ma perche non coinvolgete anche papà nei vostri discorsi?””
“Mamma smettila!” Ride.
Non posso spiegargli qualcosa che non so o di un aldilà in cui non credo più da un bel po’. Però gli parlo della vita che è il mistero dei misteri e della sua complicata bellezza, e prima o poi gli leggerò quella poesia che dice “la vita non è uno scherzo”….anche se io faccio sempre la buffona.

P.S.:
“(…) La vita non è uno scherzo,
prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio,
pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli,
ma perché non crederai alla morte,
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.” N.H.
Buona vita a tutti.

Tizianeda

Buoni propositi

Buoni propositi per l’anno che verrà:
. le unghie delle mani non saranno più sbrindellate, ma curate e colorate. Perché così ha fatto questa estate un’amica dopo un pranzo gustoso ed ipercalorico a casa sua in montagna. Dopo il caffè ha imbandito la tavola di smalti multi-cromatici, ne ho scelto uno, lei lo ha steso sulle mie unghie incredule, regalandomi mani di una sconosciuta. Dopo due giorni però i primi cedimenti strutturali, colpa di qualche piatto lavato ed un po’ di detersivo, ho perso l’incanto, sentendomi come Cenerentola dopo il ballo di mezzanotte con il principesempreazzurro. Avendo quindi capito che le mani smaltate sono incompatibili con le faccende domestiche non le farò più…le faccende domestiche intendo.
. imparerò a camminare sui tacchi dodici. Troverò, le mie decolté dimenticate e nascoste come il mondo di Narnia nell’armadio e comprate sul web in un momento di ottenebramento feticista. Andrò dalla mia cugina fighissima, quella di cui vi ho parlato, quella che ha il tacco dodici nella testa prima che nei piedi, le chiederò di svelarmi i segreti della camminata perfetta e magari frequentandola diventerò bona come lei.
. applicherò con disciplina da asceta indiano, la assoluta atarassia, l’indifferenza sentimentale nei confronti del cibo. La cucina calabrese verrà sostituita da piatti ipocalorici ai quali mi abituerò con serena determinazione, come un’elegante ed ossuta signora milanese.
. diventerò la reginetta delle check list, che mi trasformeranno nella persona più organizzata dell’universo interplanetario. Avrò una c.l. per le attività lavorative, una per i bambini, una per la gestione della casa, una per le attività al di fuori della casa, una per curare le relazioni con gli altri una per i colleghi di lavoro, una per disciplinare i miei accessi su internet, una per usare in maniera efficiente le check-list.
. imparerò la lingua inglese. Il mio eloquio raffazzonato e preistorico si trasformerà in una retorica degna di un drammaturgo vittoriano o di un traduttore simultaneo…tempo preventivato per il raggiungimento di un risultato soddisfacente : 10 anni.
. finirò di leggere il libro che giace impolverato sul mio comodino surclassato da altre più fluide letture. Innalzerò la media di approccio giornaliero che, tenendo conto delle lunghe pause di riflessione, è di circa 10 righe, ma soprattutto imparerò a citarne il titolo troppe volte diventato “il Giardino delle ragazze”, “L’ombra degli alberi”, “Le fanciulle sotto l’ombra”, “I fiori sotto l’ombra delle fanciulle” e mi perdoni il signor Proust se la sua opera si intitola “All’ombra delle fanciulle in fiore” . Dopo aver letto questo, ricercherò tutti gli altri suoi libri sperando di finirli prima della vecchiaia.
. andrò spessissimo dall’estetista dal parrucchiere dal massaggiatore ed in palestra, andrò in piscina, a fare corsa, Yoga e pilates non considerando più queste attività tediose o faticose. Le incastrerò nella mia quotidianità nevrotica senza subire cedimenti o ripensamenti, sarò granitica come un lottatore ed ostinata come uno scienziato pazzo.
. ogni tanto fuggirò per qualche giorno, per ricaricarmi o per ritrovarmi, lascerò quei tre a cavarsela da soli, prenderò un aereo per andare al Polo Nord o nel Kamchatka, o soltanto a Roma per trovare la zia M., che amo alla follia, lo zio M. , mia nipote M., e mia nipote I (perché in famiglia ci vuole sempre una lettera dissonante). Per dirmi che anche io lo posso fare, per fregare la paura della distanza, per mettermi alla prova, per avere un tempo che sia tutto mio e di nessun altro, perché i bambini sono più grandi, perché anche io sono cresciuta, forse anche grazie a questo blog che mi fa guardare dentro con un sorriso, ed a voi che mi rendete felice leggendomi pazienti.

Tizianeda

La donna con il vestito azzurro

Illuminata da un vestito azzurro, il corpo abbronzato, cammina sullo spazio bianco davanti una labirintica costruzione, la mattina invasa da noi avvocati. Una collega, di quelle con cui parlo del lavoro o delle piccole cose della vita, con piacere e di sfuggita.
In mezzo ai nostri incontri, agosto e l’assenza da questi posti. Oggi la rivedo ed è cambiata, come i bambini che tornano a scuola dopo le vacanze.
Il suo cambiamento è attrattivo soprattutto per noi donne, gli occhi si posano sopra, come quelli di un uomo per una scollatura audace. Produce empatia e la voglia di toccarla. Il suo cambiamento oggi protetto dal vestito azzurro, è un punto esclamativo, un grido impertinente, un precedere la vita.
“Tizianeda, a quarantadue anni sono rimasta incinta come una sprovveduta sedicenne”.
La donna con il vestito azzurro, prima di tutto questo, stava bene dentro il suo tempo, dentro la sua libertà senza figli, con il suo compagno.
Così parliamo. Non del lavoro o delle piccole cose della vita. Lei è un fiume di pensieri sui quali vuole soffermarsi, perché non si è mai abbastanza grandi e preparati per questo nuovo spazio prepotente.
Chiede a me come si fa ad essere madre e donna e tutto il resto, a me che ho due figli ed un lavoro complicato come il suo.
A me che vorrei dirle che una mamma è una fata ed un orco, un’ eroina con i super poteri, è Superman ma con la criptonite infilata dappertutto, è un funambolo con mille braccia e cento piedi, è un pagliaccio a volte triste, è un alieno che legge nella mente ed usa il teletrasporto, è uno zombie asociale, è Anna dai Capelli Rossi, è Barbarella, è la Fatina Smemorina, è Cenerentola, è GenoveffaedAnastasia, è Wendy e Capitan Uncino, è Alice nel Paese della Meraviglie, è Mago Merlino.
A me che non ho tutte le parole per spiegarlo, che contemplo i miei figli come uno spettacolo stupefacente di cui non posso più fare a meno, loro che mi hanno fregata per sempre ed intrappolata dentro un ossimoro affascinante e indistricabile.
Ma la donna con il vestito azzurro, tutto questo lo sa, ha l’intelligenza ed il cuore per vedere per capire. Suo figlio che solo lei sente, già la rassicura già la spaventa.
Così ci salutiamo e poi la osservo mentre si allontana piano, con il suo bambino dentro quel palloncino azzurro e fluttuante.

Tizianeda

Quanto è bella giovinezza

Quando mio marito chiacchiera al telefono con i suoi antichi amici cinquantenni sparsi per l’Italia, lo sento ridere, come mai fa con me. Ride come quegli adolescenti maschi che incontri per strada, quando passeggiano in gruppi di tre o quattro elementi, tutti gesti, ammiccamenti e brufoli.
Se melliflua, cerco di carpire i segreti di tanto sganasciarsi, lui risponde evasivo “ Abbiamo parlato di tutto. Niente di particolare”. Che tradotto in linguaggio compiutamente femminile significa : ” cosa vuoi che ti racconti. Non puoi capire tu che sei di un’altra generazione, che non hai vissuto e condiviso i tempi dell’infanzia e dell’adolescenza, quando eravamo completamente liberi, incoscienti e pazzi. Quando ancora i nostri ormoni erano addormentati e non potevamo sapere che quel tempo di grazia, sarebbe stato sostituito da pruriti e struggimenti amorosi, preludio della perdita della nostra spensieratezza”.
Però lo stesso voglio capire, e lo interrogo avida e curiosa di un mondo che non esiste più.
Lui racconta ed io vedo bambini sparsi per il quartiere e nei cortili, teppistelli rumorosi ed innocui. Li vedo arrampicarsi, come ragni imperturbabili, lungo le impalcature dei palazzi in costruzione, li vedo lanciarsi sui cumuli di terra, li vedo addormentarsi la sera nelle loro case, esausti e sporchi con in testa i giochi del giorno dopo.
Li vedo ancora camminare incoscienti e svampiti e sempre miracolosamente vivi lungo le rotaie della ferrovia, raccogliere lattine di bevande vuote da collezionare, gettate dai finestrini dei treni.
Li vedo qualche anno dopo, ascoltare musica, quando la musica era un tempo da dedicare e non un prodotto da consumare distrattamente. Li vedo prendere tra le dita come reliquie i loro vinili, li vedo lenti e concentrati inserirli nel giradischi per ascoltarli seduti e muti, da soli o in compagnia. Li vedo chiudersi, un tempo indefinito, dentro le cabine dei negozi di musica. Li vedo ascoltare con le enormi cuffie alle orecchie le ultime novità che il più delle volte non avrebbero comprato, eccitati ed increduli per tanta gratuita abbondanza, sotto gli occhi distrattamente rassegnati, del proprietario dell’unico venerato negozio di dischi della città.
Questo è il tempo perduto dell’uomo adulto di casa e dei suoi amici. Loro sanno di non poterlo più riavere, perché è inutile, certe cose non ritornano più.
Allora si tengono stretta la memoria comune ed il cazzeggio privo di ritegno, che li fa sganasciare dalle risate…. senza troppo preoccuparsi di essere capiti dagli altri.

Tizianeda

Le chiavi

“Ciao mamma, siamo venuti a trovarti…..hai le chiavi di casa vero?”
Alle quattro dell’ultimo pomeriggio di agosto,  dopo il trasloco del suo studio in un appartamento che è dentro lo stesso palazzo dove vive la famigliola solo un piano più giù, Tizianeda ha iniziato a  liberare  la sua casa dalle invasive carte di avvocatessa.
“Bambini papà  non c’è  io scendo un attimo sotto, non vi muovete sono senza chiavi lascio il telefono qui”
“Mmmm”
Dopo pochi minuti   la decenne  ed il seienne, suonavano al campanello.
Dopo pochi secondi di conversazione con quei due, Tizianeda  apprendeva che avevano chiuso la porta di casa al piano di sopra, che no, le chiavi non le avevano con loro, che la decenne si era portata con sé il seienne per non lasciarlo solo, che non avevano il telefono fisso e mobile  perchè il  cellulare era dentro casa  e la linea telefonica dello studio non era stata ancora trasferita nell’appartamento.
Dopo lo sconcerto che si è trasformato in arrabbiatura che si è trasformata in urla che hanno echeggiato per le scale del palazzo mutando la mamma gentile  in un orrido orco senza cuore, i tre si sono recati sul balcone che confina, diviso da una grata, con quello della vicina artista e folle e del suo cane, per farsi prestare il telefono e avvertire l’uomo adulto di casa.
“Ciao sono io richiamami siamorimastifuoricasahailechiavi?”
Click!
Poi l’uomo adulto ha richiamato  comunicando che anche le sue chiavi giacevano insieme alle altre dentro casa.
“Si però non imprecare così”.
Lui ha invece continuato ha esprimere il suo dissenso riempiendo l’etere di  parole e frasi grevi, solitamente usate dagli adulti nei momenti di difficoltà emotiva.
Poi i tre rinchiusi nel nuovo studio, finito di parlare al telefono,  hanno aspettato che qualcosa succedesse, mentre la decenne piangeva dicendo che quello era il giorno più brutto della sua vita, mentre  il seienne per esigenze emulative  piangeva pure lui dicendo che  in quello studio semi vuoto sarebbero morti tutti e tre di fame e di sete.
Invece l’uomo adulto di casa, finito di imprecare, veniva soccorso dal signore del negozio di ferramenta, dove in quel momento si trovava.Il signore del negozio di ferramenta da coerente uomo del sud aveva intercettato la conversazione telefonica, carpito il senso e trovato la soluzione. Dopo pochi minuti, infatti, il titolare, l’uomo adulto di casa, un avventore unitosi al consesso  ed una radiografia con sopra impresse ossa di chissà chi e inspiegabilmente dentro il negozio, come una spedizione per una missione di soccorso, si sono recati davanti alla porta chiusa della famigliola.
Così l’uomo della ferramenta ha infilato la lastra  tra gli ingranaggi della serratura, l’avventore l’ha smossa con foga e l’uomo adulto di casa si è ripreso dal turbamento assistendo al miracolo della porta che si apre grazie  a quei due, che come Sherlock Holmes e Watson, Batman e Robin, Topolino e Pippo , avevano  restituito la normalità alle vite dei rintontiti destinatari del loro intervento.
Tizianeda ancora una volta si domanda se spostare il suo studio così vicino a casa è stata una buona idea.

Tizianeda