febbraio 2013 archive

Sei ragazzine, 90 mq e lo Sposo Errante

Elenco di conclusioni empiriche, ottenute dall’osservazione, per due volte in un mese, del comportamento di sei ragazzine undicenni, nei 90 mq della famigliola:
1. All’interno di uno spazio ridotto, è sufficiente una quantità di ragazzine superiore all’unità, per credere di essere capitato per sbaglio in una affollata e ridanciana sagra estiva.
2. Le divise scolastiche in fibra sintetica che indossano, associate agli ormoni della pre-adolescenza, sono un miscuglio chimico- batteriologico, di natura aliena.
3. Le ragazzine hanno una fame pari a quella di mille energumeni iper palestrati dopo una seduta di sei ore con i pesi.
4. Se A fa un’affermazione, C dirà l’esatto opposto, D replicherà, E dissentirà, F si offenderà, e poi faranno pace scambiandosi baci e abbracci, promettendo di non litigare mai più nella loro vita, salvo dimenticarsene dopo un po’.
5. Camminano in gruppo, come stormi di uccelli. Si spostano all’unisono vicine vicine da una stanza all’altra.
6. Soffrono della sindrome “effetto ola della pipì”. Se una di loro manifesta l’urgenza di recarsi in bagno, tutte le altre saranno colpite dalla stessa esigenza, quindi ci andranno contemporaneamente. Che in casa di bagni ce ne siano due, è un dettaglio irrilevante.
7. Stazionano dentro una stanza per parlare, con porte e finestre serrate. Se per caso ti ritrovi dietro la porta con l’orecchio appoggiato, non riesci a decriptare il loro linguaggio, sentendo soltanto confusi bzi bzi.
8. Se l’incontro avviene subito dopo la scuola, con loro avranno un ricambio comprensivo di : a. scarpe b. collant c. gonna e maglietta d. borsetta (anche se non devono uscire) e. le più ardite anche lucida- labbra e ombretto.
9. Cambiano umore alla stessa velocità dei climi continentali. Sono un grafico impazzito di allegria, ombrosità, tutte coccole, non ti avvicinare, stai qui anche tu, vattene via, mi sto divertendo da morire, uffa che noia…
10. La loro idiosincrasia per l’ordine è pari all’avversione di Superman per la criptonite, di Maga Magò per Merlino, di Paperone per la Banda Bassotti. Lasciano sparsi ovunque con lieve noncuranza, zaini, scarpe, giacche, sciarpe, cappelli, borsette.
11. Ridono, ridono, ridono, ridono tanto, nel loro modo unicamente femminile di appassionarsi alla vita, che a guardarle ti viene il buon umore…almeno Tizianeda osservandole, si è proprio divertita, nonostante la fatica.

Tuttavia, lei ha il sospetto, che se consentirà l’accesso in casa, per la terza volta, a tanto tripudio chiassoso, lo Sposo Errante, già vistosamente provato nel corpo e nello spirito, potrebbe dirle una cosa tipo “Tesoro, è arrivato proprio oggi un certo Jaco Pastorius in città. Gli porto il basso elettrico, per farmelo accordare e torno”. Ed uscendo con il suo oggetto preferito, con cui va a musicare quando può con i suoi amici cinquantenni, uscirà e non tornerà più.

Tizianeda

La ragazzina undicenne

Quando ci siamo viste per la prima volta, io avevo paura, tu eri arrabbiata. Il mio sguardo era liquido, il tuo torvo di chi è stato derubato di uno spazio unico e irripetibile. Prima di incontrarci, poco prima, in quella stanza di ferro e acciaio, cantavo una canzone di Joni Mitchell, The Circle Game, quella che fa “E le stagioni girano in tondo e i cavallucci colorati vanno su e giù Prigionieri sulla giostra del tempo Non possiamo tornare indietro ma solo guardare da dove veniamo E girare e girare e girare in questo girotondo”, però in inglese. Che poi non era la canzone più adatta per la nostra prima volta, lo so, eppure mi ci sono aggrappata per non cedere e liquefarmi. E mentre cantavo con la voce che tremava, mentre appoggiavo la fronte sul petto di una donna dalle mani forti, un’altra mi infilava un ago grosso nella schiena. E mentre le mie gambe scomparivano dai sensi e file veloci di parole, le mie, coprivano l’assenza, loro, i dottori, con mani rabbiose tra le mie costole e il tuo corpo, non riuscivano ad acciuffarti, a farti traslocare dall’altra parte. Dio se hanno faticato. E dovevo capirlo già allora e anche prima di che materia sei plasmata, dovevo capirlo quando ti sei abbarbicata dentro la mia pancia, seduta come una regina sul trono o un manifestante che occupa un edificio, chè no a testa in giù non ti sei voluta girare, come tutti gli altri. Lo dovevo capire già allora di cosa sei capace, lo dovevo capire dal primo sguardo che ci siamo scambiate e in quello sguardo tu eri madre ed io figlia, tu immensa ed io piccola, eravamo le due Alice nel Paese delle Meraviglie. Io trasparente e fragile come carta velina, tu con addosso il peso di insegnarmi a diventare roccia strada e vento che soffia alle spalle. Tu che sei la misura del tempo passato insieme, con le ore e i giorni e gli anni che ti sono cresciuti addosso. Tu mia bella undicenne, tu con quegli occhi che ci hanno stupito da subito “Cambierà il colore. Noi non abbiano gli occhi così, ma che è? Azzurro grigio verde? Cambieranno”. Ed invece no, il tuo corpo è cresciuto attorno a quegli occhi dal colore che non è mio né di tuo padre, quegli occhi dal colore che non ha nome, un po’ come quelli di tuo zio Peppino, quello pazzo, che ami tanto. Tu, che sei i tuoi occhi e come loro conquisti e ipnotizzi, che non posso definirti, chè hai la complessità ossimora delle donne. Perché sei forte e fragile, sei prepotente e generosa, sei lieve, sei un muro invalicabile, sei indipendente e avida di sguardi e consenso. Sei furba ed ingenua, sei malinconica e folle, sei ironica e scontrosa. Tu che vedi l’essenza e il peso ma hai imparato la leggerezza. Sei un corpo che non si decide tra la nostalgia e il desiderio e la paura di essere finalmente ragazza. Tu sei roccia, sei strada e vento, tu sei acqua e fuoco, sei la terra, tu sei la luna, che si mostra e si nasconde. Auguri mia sorprendente undicenne, auguri mia tutta bella A.

Tizianeda

La scatola americana

Da quando è arrivato in casa, non lo ha più tolto diventando un tutt’uno uniforme con il resto, una protesi, un prolungamento naturale del suo corpo.
Una mattina lo ha consegnato dentro una scatola leggera, un signore gentile. La scatola prima di essere accolta nei 90 mq della famigliola, è stata accatastata con bagagli, casse, gabbie, valigie, passeggini, ombrelli, cappelliere, su un lunghissimo aereo ciccione, che è partito dalla pista di un aeroporto lontano lontano in America. Ha volato sopra un bel po’ di mare, attraversato le tempeste atlantiche, subìto la condizione esistenziale dei vuoti d’aria transoceanici. Poi ha visto l’Italia per la prima volta, è stata smistata, controllata, timbrata, presa tra le mani solerti di funzionari, signorine addette, postini e dopo finalmente è approdata nella terra capovolta.
Perché due mesi prima del suo avvento, mentre il mondo intero pensava al cenone di capodanno, ai vestiti del veglione e a come farli entrare nel corpo mutato da giornate di acrobatiche perfomance culinarie, il settenne progettava il suo costume di carnevale, disegnava su un foglio sgualcito i pezzi che avrebbero dovuto comporlo, ossessionava Tizianeda e lo Sposo Errante per la ricerca immediata dell’abbigliamento, in cui primeggiavano due lunghissime rigide nere orecchie da coniglio. L’Uomo adulto di casa, che conosce le elevate qualità sartoriali della sposa, la sua attitudine a manipolare ago e filo pari all’abilità del dottor Victor Frankenstein nel creare esseri umani, entrava nel sito di un rivenditore americano e in cinque minuti acquistava il cappello del coniglio nero dalle orecchie lunghe e rigide, proprio mentre Tizianeda vedeva la catastrofe familiare, assumere la forma di un groviglio sbrindellato di stoffa prodotto dalle sue mani inette.
Ora, invece il cappello del coniglio, uscito dalla scatola americana, giunto fino alla famigliola, risiede fermo e imperturbabile, come un re potente e distaccato, sulla testa del settenne. Lui lo indossa la mattina appena si sveglia – “Dov’è il cappello?”-, lo indossa quando mangia, mentre disegna il coniglio nero dalle lunghe orecchie che salta e fa capriole, lo indossa mentre fa pipì -“ma non puoi levarlo almeno in bagno? Se ti cade sugli occhi e non centri il bersaglio qui si allaga tutto!” “Tranquilla mamma sono bravissimo ormai”- , quando fa la cacca e costringe Tizianeda a stare chiusa in bagno con lui per chiacchierare. Lo indossa mentre legge Topolino, mentre gioca con la cugina coetanea che si crede sorella gemella, mentre vede la televisione, quando ripete le tabelline o scrive i pensierini sul quaderno. Così le orecchie nere e lunghe ormai fanno parte della famigliola, come tutti gli oggetti di cui un bambino non può fare a meno. Come un orsetto di pezza, una coperta o il sacchettoacchiappaincubi, perché non sono parti di cose assemblate, non per loro. Sono il portale magico che li teletrasporta in un mondo fantastico e visionario, nel loro altrove colorato. Sono uno scudo protettivo, la barca sulla quale navigare, il filo del funambolo, il paracadute che ti fa dondolare lieve tra le nuvole. E qualche volta la loro magia è così potente, che anche se per poco, riesce a portare noi, che siamo grandi e confusi dalla fredda certezza delle cose che passano, in un posto senza spazio e tempo, dove lo sguardo è stupito.

Tizianeda

…e ovviamente ballate

Ciao Tizianeda allora sei andata?
Sì certo
Ma pioveva
No, grandinava
E come avete fatto
Siamo stati un bel po’ sotto i portici, quelli davanti al Teatro Comunale, abbiamo provato i passi…non ne azzeccavo uno, partivo con il piede sinistro anziché con il destro, quando tutti erano girati da una parte io ancora stavo dall’altra, finivo addosso a chi mi stava vicino, ero fuori tempo in maniera scandalosa
Sarà stato un disastro
No è stato fighissimo, mi sono divertita, di più, è stato liberatorio e catartico
Certo il pensiero che in tutto il mondo si svolgeva la stessa manifestazione, è un po’ come sentirsi parte di un tutt’uno
Già, come nel film Avatar, hai presente gli Alieni, quelli blu con la coda lunga lunga seduti in cerchio, le gambe incrociate e le braccia sulle spalle dell’altro, tutti sotto l’albero luccicante? Ecco un po’ così. Solo che al posto del popolo colorato c’erano donne e ragazze, uomini e ragazzi e al posto dell’albero c’era l’empatia che faceva sembrare la notte giorno e la pioggia un cielo azzurro. E poi la danza è magia. E’ stato come liberarsi da un peso, rompere le catene appunto.
Ma non ti sei un po’ vergognata. Dico, abiti in una piccola città di provincia, che mica qui sono abituati a queste cose. Non hai pensato che apparivi una tipa un po’ stramba, fuori le righe, insomma poco allineata.
Sì l’ho pensato, ma giusto un nano-secondo. Perchè mi sono detta, Tizianeda fregatene e me ne sono fregata e poi io sono un po’ pazza.
E poi
Poi ho pensato a loro, alle donne violate di tutto il mondo, ho pensato ad Eve Ensler ed alle attiviste come lei, ho pensato a quello che è riuscita a fare in tutti questi anni ho pensato al suo libro “I monologhi della Vagina”, e quanto mi piace essere donna, oh sì mi piace un casino essere donna
Già “I monologhi della Vagina”, se non sbaglio hai avuto qualche problema nell’acquisto
E’ vero, l’ultima parola del titolo mi incartava la lingua, non riuscivo proprio a pronunciarla. Poi sono andata dalla edicolante che mi conosce da almeno trent’anni, solo che è spuntato il marito da dietro una catasta di riviste, che mi ha guardata torvo mentre mi ordinava il libro tramite internet. Ho cercato di spiegargli . Non so se mi ha creduto. Però a mio marito non lo ha mai consegnato “C’erano i bambini signora e se facevano domande?”, mi ha detto
Così poi lo ha consegnato a te
Si dentro una busta scura come fosse un video porno.
L’ avete letta la poesia di Eve Ensler, “L’insurrezione”?
Sì certo. Anche io ne ho letto un pezzo, e mi è venuto un nodo alla gola, ed ho pensato ora piango . Però non ho pianto, ma mi è entrata dentro un bel po’ di tristezza.
E poi?
Poi abbiamo ballato, sotto la pioggia, ma chi se ne frega.
E poi?
La tristezza si è sciolta. E’ scesa giù insieme all’acqua che veniva dal cielo. E quelle Una Una Una di donne violate, sono diventate Una Una Una di donne che ballano in tutto il mondo
E poi?
E poi abbiamo sollevato il braccio e abbiamo puntato il dito verso il cielo
E lo Sposo Errante c’era ?
E’ riuscito a passare un attimo . Mi ha detto scialati e anche brava bella mia e mi ha dato un bacio
E i tuoi figli, il settenne e la decenne cosa ti hanno detto, lo sapevano che andavi a manifestare?
Certo. La decenne ormai quasi undicenne, ha ascoltato in silenzio. Il settenne mi ha chiesto “ Mamma perché tu manifesti se nessun uomo ti tratta male?”
E cosa hai risposto
Per le mie sorelle maltrattate, per non farle sentire sole. Questo gli ho detto.
Vuoi dire qualcos’altro?
Sì. Belle ragazze, sorelle di tutto il mondo insorgete ribellatevi rialzatevi anche per chi non lo può fare, perché siamo tutti collegati, le donne, gli uomini, la terra, sentitevi parte di un tutto, lottate contro la violenza, lottate contro la coercizione, amate il mistero, la bellezza e l’energia che è dentro di voi… ed ovviamente ballate.

Tizianeda

Six girls rising

“Domenica voglio stare a casa nel silenzio e rilassarmi”.
Lo Sposo Errante, offuscato dai suoi granitici propositi, non rammentava che, secondo la Legge di Murphy il cui rigore scientifico è inconfutabile, se desideri trascorrere la domenica pomeriggio in una situazione di nirvana e beatitudine, i 90 mq in cui vivi si riempiranno di ragazzine decenni gaudenti, con aumento del desiderio di essere teletrasportato su un’isola disabitata direttamente proporzionale al fastidio provato.
“La decenne ha invitato le sue amiche, le ho detto non più di due”.
Le due bambine graziose, che per oscuri effetti moltiplicatori sono diventate sei, hanno riempito, con il loro tripudio di grida, risate, gonnelline, capelli lunghi, morbidezze acerbe, zaini, e tante chiacchiere, il regno della famigliola.
Lo Sposo Errante colpito dalla sindrome della casalinga disperata “Ci distruggeranno tutto!”, si è rinchiuso in camera da letto, con l’unica entità con la quale empatizzare: il suo basso elettrico. Perché per un soggetto che in un’altra vita sarà stato un asceta felicemente nascosto nel punto più disabitato della terra, o un rude pioniere solitario ai tempi del vecchio west, che ha sperimentato la distanza dalla terra con un paracadute in spalla e che se potesse si farebbe un bel giro nello spazio su un razzo , magari fino alla Luna – “ma dici sul serio? Io avrei una paura bestiale!” “Ma scherzi? Sarebbe bellissimo” – insomma per un tipo come quello che Tizianeda ha sposato circa un decennio fa, la contemporanea presenza di sei ragazzine in così poca superficie vitale, ha la stessa forza destabilizzante dell’effetto serra per la Terra.
Tizianeda invece ha sacrificato i suoi propositi di ozio, per seguirle ed osservarle.
Le sei, con in dotazione una piccola telecamera, si sono improvvisate attrici, seguendo il copione scritto dalla decenne ormai quasi undicenne, che prevedeva: 1. Il funerale di James Bond, ucciso a causa del suo scarso acume e della sua natura tonta 2. Una serie di dialoghi surreali 3. L’uccisione da parte di una criminale di una mamma con figlio al seguito ( Tizianeda ha preferito non soffermarsi sui risvolti psicoanalitici di questa scelta) 3. Inseguimenti per le scale del palazzo con improvvise ed inaspettate comparsate dei vicini di casa (ed anche qui Tizianeda ha preferito non soffermarsi sui possibili pensieri dei vicini di casa) 4. Un’agente dei servizi segreti, Johanna Bond, rigorosamente donna.
Così le ragazzine, la domenica pomeriggio, con le loro risate, l’allegria, la voglia di giocare, di correre per le scale fregandosene degli sguardi stupiti, con dentro il desiderio di inventarsi e di creare, hanno celebrato loro stesse, hanno celebrato la vita con i suoi giochi teatrali cui appassionarsi, hanno celebrato la loro essenza femmina.
Dimenticavo. Tra di loro si aggirava beato un settenne, unico elemento maschile ammesso nel gineceo minorile, il quale ha tirato fuori il suo migliore repertorio di bambinodolcebisognosodicoccole, ricevendo baci, abbracci, carezze e ricambiando tanta amorevole attenzione, tanto tripudio femminile, con il suo sguardo stupito e grato.

p.s.: Eve Ensler, autrice de “I monologhi della vagina”, di cui Tizianeda ha parlato nel suo secondo post, da anni attivista contro la violenza sulle donne, ha lanciato la campagna One Billion Rising. Per questo un miliardo di donne e uomini di tutto il mondo, giorno 14 febbraio alle ore 18,00 balleranno insieme perché “un miliardo di donne violate è un’atrocità” dice Eve Ensler, “un miliardo di donne che ballano è una rivoluzione. Ballare significa libertà del corpo, della mente e dell’anima”. Anche nella città di Tizianeda, Reggio Calabria, alle 18,00 davanti al teatro “Cilea”, si ballerà. Se vi trovate da quelle parti, venite a danzare.

Tizianeda

Una convivenza forzata

Non li voglio, non li voglio e non li voglio. Le mie ridotte forze mentali non possono sopportare la loro presenza in casa. Se ci penso, mi sento Superman con la criptonite infilata dappertutto. Che poi lo Sposo Errante, erra e quei due me li devo gestire io “Volete caffè, pane e mortadella. Una birra?” Perché qui al sud sud certe cose sono sacre, come la mamma, e se due tipi vengono ad occupare la tua intimità domestica, mica li puoi lasciare in balia della fame e della sete? Però no, non li voglio con la scia polverosa che lasciano ovunque, che non la levi così facilmente e poi finisci per trovartela anche a distanza di tempo, come i coriandoli. Non li voglio, chè a vederli girare per casa provo un vago imbarazzo, un senso di invasione, sgradevole come l’orticaria. E per vestirmi, cambiarmi, infilare i calzettoni, soffiarmi il naso o tagliarmi le unghie, devo chiudermi a chiave dentro una stanza, e come una folle paranoico controllare, almeno tre volte, che la serratura sia ben chiusa. Che poi sto lì a disinfettare tutto il tempo il bagno condiviso con loro – “Ci sono i bambini”- e se non ci ucciderà la polvere, passeremo una settimana strafatti dei fumi dell’ alcool etilico costantemente nell’etere. No, non li voglio, che è un’altra cosa che si aggiunge alle mille faccende da incastrare, che poi io quelle crepe sul controsoffitto pitturato da neanche un mese, non le vedo – “Ma come è possibile guarda, rischia di caderci in testa” “Sposo Errante io non vedo niente” “Guarda è piegato!” “Non mi sembra”. Non li voglio quei due no, no e poi no…..
“Tesoro ricordati che domani vengono P e C a sistemarci il controsoffitto pericolante”
“Come domani, ma io non… ma quando pensavi di dirmelo”
“Veramente ne abbiamo parlato la settimana scorsa, quando è venuto P. a guardare il soffitto del soggiorno”.
L’avevo censurata nella mia mente questa cosa, porca miseria, cancellata come si cancella una cosa sgradevole…Che poi sono simpatici P e C ed è la terza volta che si incastrano nella nostra vita familiare, ed è pure piacevole chiacchierarci, però non li voglio no e poi no…
“Ve lo faccio il caffe?”
Da martedì, gli stessi pittori che circa un mese fa avevano ritinteggiato le pareti dei 90 mq della famigliola, e otto anni fa tutta la casa appena ristrutturata, che oltre a saper pitturare pare sappiano anche aggiustare i controsoffitti pericolanti, sono stati nuovamente prelevati e rinchiusi in casa per una convivenza forzata con la famigliola, meno lo Sposo Errante che erra.
Ed ora Tizianeda osserva il pavimento ricoperto da uno strato bianco polveroso, e si chiede se è approdata sulla luna, o se è stata catapultata da un sadico dentro un incubo, che la rende nervosa e impolverata come un nomade del deserto. Ora si abbandona alla sconfortante ipotesi che le impronte bianche lasciate dalle scarpe, diventeranno un tutt’uno con l’arredo. Ora guarda il controsoffitto, che secondo lo Sposo Errante stava per crollare in testa alla famigliola, con la pittura nuova di un mese tutta scartavetrata e i faretti un tempo ben piantati nel cartongesso, che ciondolano tristi. Poveri faretti trattenuti dai fili della corrente, che sembrano la installazione di un artista fighetto, dentro un museo di un’ariosa città europea.
E mentre sta lì ad inalare alcool etilico, polveri fluttuanti nell’aria, a fare caffè e a chiacchierare con P e C, pensa che vorrebbe essere altrove, possibilmente in un posto senza controsoffitti.

Tizianeda

Le polpette al sugo la memoria e i messaggi

“Mamma, sono super squisite!”
“Magnificamente deliziose!”
“Tutto quello che fa nonna Gina è buonissimo… le lenticchie poi!”
“Sì però bambini mangiate piano, così vi strafogate!”
“Lei ha più polpette di me, non è giusto”
“Le ho divise in parti uguali, anche il sugo, quindi non fate le solite storie!!”
Tizianeda osserva i due minori che divorano come idrovore le polpette al sugo di nonna santa Gina, la mamma dello Sposo Errante. Li osserva mentre cercano l’aggettivo perfetto da associare a tanto tripudio saporoso – “ non esiste una parola adatta” – mentre fanno sparire le ultime chiazze di pomodoro rimaste nel piatto.
“Tu non assaggi le polpette mamma?”
“No, le ho già mangiate a pranzo. Stasera tisana”. Cioè: a pranzo ne ho ingerito una quantità smisurata di cui mi vergogno, che forse digerirò in un’altra vita dopo molte reincarnazioni, e già sento le cinquemilasettecentottantacinque calorie che hanno preso possesso del mio corpo e con le quali mi dovrò rassegnare ad una convivenza conflittuale, per il resto dei miei giorni.
E mentre Tizianeda naviga nel tumultuoso e conosciuto mare dei sensi di colpa, mentre si abbandona a sogni di rivincita della volontà sul desiderio, mentre progetta strategie per sviluppare l’atarassia nei confronti del cibo ipercalorico, riesce anche a perdersi in pensieri che la trasportano in un altrove che non c’è più.
Rivede, con gli occhi dell’adulta di oggi, le sue nonne dentro le loro cucine antiche. Pensa alla nonna Bianca vecchietta e curva dai movimenti lenti ed energici, pensa alla sua pasta e lenticchie. Pensa alla nonna Ines snella e alta, la nonna delle torte. Pensa al messaggio amoroso di profumi e sapori, custodito nel silenzio di credenze odorose, che a volte per incanto riappaiono, proprio quando Tizianeda pensa di averli perduti per sempre.
“Bambini, fissatevi nella memoria l’odore e il sapore delle polpette, e chissà forse un giorno quando sarete grandi, ritornerete qui e ora”.
Così dice a quei due, , mentre si allontanano indifferenti, dopo avere saccheggiato i piatti ormai orfani delle polpette.
Perchè sa che un giorno, quando la vita adulta li avrà allontanati da questo tempo fermo, all’improvviso un odore o un sapore che pensavano di aver dimenticato, li riporterà davanti alla tavola fumante di polpette al sugo, restituendogli lo stesso piacere innocente, lo stesso momento di intima bellezza e grazia, non ancora distratta dalla vita che scorre. E spera che questi messaggi amorosi lasciati in balia della memoria, come una lettera dentro la bottiglia tra le onde del mare, chiusi in un odore o un sapore, gli lascino lo stesso stupore dell’infanzia, li rendano persone solide e clementi, nell’inconsapevole percezione, che a tratti si mostrerà, di venire da un qui e ora lieti, da un ordinario minuto e sereno.

Tizianeda

Dopo la quarantina….

“Mamma mia, cos’è. Ohi ohi . Guarda tu che mal di schiena. Aspetta che cammino un po’. Ho le articolazioni arrugginite…”
“Figlia mia, lo sai come si dice, dopo la quarantina un dolore ogni mattina”.
“Grazie mamma vecchietta, ora me lo appunto!”.
Dopo questa mirabolante rivelazione, vaticinata da un’ultraottantenne vigorosa come un ragazzino iperattivo, che ogni mattina fa piegamenti per toccarsi la punta dei piedi con le dita -“giusto per vedere se ancora ci riesco” -che cammina impavida per le strade cittadine con il passo spedito di un tonico marciatore, che ha l’energia di un’atleta dopato, insomma Tizianeda ha deciso.
Da una settimana, alle otto del mattino, per trenta minuti, si concede una passeggiata a passo svelto (la corsa no, sarebbe troppo), lungo la via che accompagna il mare e poi dopo il mare, i monti della Sicilia. E nel passeggiare con dentro gli occhi tanta bellezza, con la silente presenza del Vulcano, con il profumo di acqua e sale che li senti anche in bocca, con la musica dentro le orecchie, che le lascerà una sicura sordità primo o poi, ma che ora le fa sembrare i minuti e le ore più densi, come un film con la colonna sonora perfetta. Con tutta questa danza di sensi che la avvolge, Tizianeda si riconcilia con le sue articolazioni, scricchiolanti come un mobile umido, si riconcilia per un po’ con la sua città dannata, che però vista da lì sembra generosa e bellissima, vista da quel lungomare che si chiama Italo Falcomatà, come il suo sindaco dal sorriso lieve di troppo tempo fa, che non c’è più. Si riconcilia con la giornata di lavoro che dovrà gestire, con il tempo che passa, e che ci vuoi fare.
E poi la sera quando lo Sposo Errante ritorna, Tizianeda lo coinvolge con i racconti della sua attività di sorridente camminatrice mattutina davanti al mare con la musica nelle orecchie …“Oggi è stato bello, non c’era neanche vento…ma non vedi cambiamenti…”
“Sì sei più serena, mi sembra..”
“No intendo fisici, tipo più magra… più tonica…”
“Dopo una settimana…la gente fa sport per anni per modificarsi il fisico, e comunque stai già benissimo così”.
E Tizianeda lo sa che quel “stai benissimo così” vuol dire, ti prego non iniziare con questa fissazione che avete voi donne con i chili di troppo, sono stanco ho fame, ti voglio bene, mi sei sempre piaciuta con quelle rotondità che chiami inspiegabilmente sovrappeso…ma certo che siete strane, ora però ceniamo, ti voglio bene, te l’ho già detto? Dai te lo ripeto ti voglio bene, mi piaci così come sei…
“Sposo Errante con te non si può parlare, mai che mi dai soddisfazione, con questo tuo realismo…preparo la cena”.

Tizianeda