La scatola americana

Da quando è arrivato in casa, non lo ha più tolto diventando un tutt’uno uniforme con il resto, una protesi, un prolungamento naturale del suo corpo.
Una mattina lo ha consegnato dentro una scatola leggera, un signore gentile. La scatola prima di essere accolta nei 90 mq della famigliola, è stata accatastata con bagagli, casse, gabbie, valigie, passeggini, ombrelli, cappelliere, su un lunghissimo aereo ciccione, che è partito dalla pista di un aeroporto lontano lontano in America. Ha volato sopra un bel po’ di mare, attraversato le tempeste atlantiche, subìto la condizione esistenziale dei vuoti d’aria transoceanici. Poi ha visto l’Italia per la prima volta, è stata smistata, controllata, timbrata, presa tra le mani solerti di funzionari, signorine addette, postini e dopo finalmente è approdata nella terra capovolta.
Perché due mesi prima del suo avvento, mentre il mondo intero pensava al cenone di capodanno, ai vestiti del veglione e a come farli entrare nel corpo mutato da giornate di acrobatiche perfomance culinarie, il settenne progettava il suo costume di carnevale, disegnava su un foglio sgualcito i pezzi che avrebbero dovuto comporlo, ossessionava Tizianeda e lo Sposo Errante per la ricerca immediata dell’abbigliamento, in cui primeggiavano due lunghissime rigide nere orecchie da coniglio. L’Uomo adulto di casa, che conosce le elevate qualità sartoriali della sposa, la sua attitudine a manipolare ago e filo pari all’abilità del dottor Victor Frankenstein nel creare esseri umani, entrava nel sito di un rivenditore americano e in cinque minuti acquistava il cappello del coniglio nero dalle orecchie lunghe e rigide, proprio mentre Tizianeda vedeva la catastrofe familiare, assumere la forma di un groviglio sbrindellato di stoffa prodotto dalle sue mani inette.
Ora, invece il cappello del coniglio, uscito dalla scatola americana, giunto fino alla famigliola, risiede fermo e imperturbabile, come un re potente e distaccato, sulla testa del settenne. Lui lo indossa la mattina appena si sveglia – “Dov’è il cappello?”-, lo indossa quando mangia, mentre disegna il coniglio nero dalle lunghe orecchie che salta e fa capriole, lo indossa mentre fa pipì -“ma non puoi levarlo almeno in bagno? Se ti cade sugli occhi e non centri il bersaglio qui si allaga tutto!” “Tranquilla mamma sono bravissimo ormai”- , quando fa la cacca e costringe Tizianeda a stare chiusa in bagno con lui per chiacchierare. Lo indossa mentre legge Topolino, mentre gioca con la cugina coetanea che si crede sorella gemella, mentre vede la televisione, quando ripete le tabelline o scrive i pensierini sul quaderno. Così le orecchie nere e lunghe ormai fanno parte della famigliola, come tutti gli oggetti di cui un bambino non può fare a meno. Come un orsetto di pezza, una coperta o il sacchettoacchiappaincubi, perché non sono parti di cose assemblate, non per loro. Sono il portale magico che li teletrasporta in un mondo fantastico e visionario, nel loro altrove colorato. Sono uno scudo protettivo, la barca sulla quale navigare, il filo del funambolo, il paracadute che ti fa dondolare lieve tra le nuvole. E qualche volta la loro magia è così potente, che anche se per poco, riesce a portare noi, che siamo grandi e confusi dalla fredda certezza delle cose che passano, in un posto senza spazio e tempo, dove lo sguardo è stupito.

Tizianeda

2 thoughts on “La scatola americana”

  1. EmmeGiElle ha detto:

    che bello ! servirebbe proprio uno strano cappello magico per teletrasportarmi in un altrove colorato… 😉

    1. Tizianeda ha detto:

      Se vuoi ti presto quello del settenne, magari funziona . Ovviamente lo puoi prendere solo quando lui è fuori casa o dorme:-)

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