gennaio 2014 archive

Basta essere organizzati. E un post scriptum

“Ma come fai a fare tutte queste cose…i bambini, il lavoro, il blog, gli articoli sul giornale on-line, riesci anche ogni tanto a ritagliarti degli spazi tuoi…come fai?”
“Disciplina. Rigida disciplina. Perché altrimenti, è vero, non riuscirei…non perdo tempo, mi prefiggo obbiettivi, stabilisco gli orari, anche per smanettare sul cellulare, non mi perdo in inutili e improduttivi pensieri, faccio check-list. Perché vedi se uno vuole, il tempo per fare tante cose lo trova. Basta essere organizzati…”.
Quando Tizianeda ha proferito a sua sorella la zia Dada tali solenni parole, non era né sotto l’effetto di stimolazioni allucinogene, né in uno stato di torpore soporifero e neanche affetta da un’amnesia temporanea. Probabilmente per un misterioso processo della mente, un altro io nascosto, quello equilibrato, organizzato, composto, lucido, sempre presente a se stesso, votato al sacro altare dell’efficienza, e inspiegabilmente relegato nelle retrovie dell’oblio, stava parlando per lei.
Perché Tizianeda -che non crede di essere disciplinata, metodica, portata a una gestione schematica del tempo – cerca di tenere compatte la sua e le altre vite che le ruotano attorno, con fatica, a volte con affanno e a volte con un po’ di allegra incoscienza. Perde tempo a pensare, ragionare, leggere quello che le capita sotto gli occhi, chiacchierare, si fa sedurre dal suo aggeggio elettronico e dai vertiginosi molteplici mondi che lì dentro trova, dalle conversazioni on-line, dai social.
E in realtà non pensa affatto di riuscire a fare tante cose, come crede la sua amata sorella. Perché se potesse, farebbe molto di più per soddisfare la sua fantasia iperattiva, il suo bisogno a intermittenza di fuga o semplicemente la voglia di vedere con gli occhi e percepire con tutti i sensi quello che ha soltanto immaginato.

P.S: “In una manciata di secondi fu purezza in movimento, e ogni cosa gli divenne possibile. Era al tempo stesso dentro e fuori il proprio corpo, abbandonato all’aria e a quanto ciò significava: niente futuro, niente passato, e questo conferiva alla camminata una sfacciata disinvoltura”.
Attraverso lo sguardo del signore scrittore e autore di queste righe, Colum McCann, che ormai amo di un amore assoluto e grato, ho toccato la storia di Philippe Petit, un funambolo, che nel 1974, il 7agosto, ha passeggiato con grazia su un cavo teso fra le torri del World Trade Center. Quelle che non ci sono più.
Ecco, tra le tante cose che vorrei fare, c’è l’incursione nella vita del funambolo, così farmi adottare da lui per un po’, chiedergli di insegnarmi a camminare – lungo tutte le corde tese e sospese nel vuoto e nel tempo che scorre – con sfacciata disinvoltura.

Un saluto allegro, disinvolto e sfacciato.

Tizianeda

I dolori del giovane ottenne

Inquietudine notturna:

“Santo cielo ottenne…mi fai venire un infarto! Da quanto tempo sei così in piedi a un centimetro dalla mia faccia? E’ notte fonda… Vieni sotto le coperte e smettila di guardarmi in quel modo…”
“Non ti volevo disturbare mamma…”
“Sei più inquietante delle gemelle di Shining”
“Come mamma?”
“Niente tesoro, lascia perdere, dormi”

Primi pensieri del risveglio:

“Mamma ieri sera alla festa di compleanno della mia compagna, la bambina M. era bellissima. Aveva una gonna a fiori e una camicetta…era bellissima”.

All’uscita della scuola:

“Mamma sono disperato. La bambina M., mi ha detto che vuole che rimaniamo amici…e basta!!”

L’agitazione notturna e le esternazioni mattutine, nascondevano la determinazione del maschio piccolo di casa, a chiedere alla bambina M – quella che ha le ciglia lunghe lunghe che sembrano truccate e che da ormai due anni all’ottenne suscita sentimenti contemplativi e aritmie cardiache– di convertire la loro amicizia in qualcosa di unico ed esclusivo.
La bambina M. – che oltre ad avere le ciglia lunghe lunghe e così nere da sembrare truccate, è anche dotata di una timida dolcezza – a un secco no, forse per istinto femminile innato, ha preferito un più diplomatico “restiamo amici”, affermazione perentoria che risiede nella memoria storica di quasi tutti noi, nonostante molteplici tentativi di rimozione.
La diplomazia della bambina M. tuttavia, per l’ottenne ha avuto lo stesso effetto doloroso di una nota della maestra o di una punizione che prevede il sequestro dei video giochi.
E quando c’è un cuore infranto parte la maratona delle consolazioni.
Così sua sorella, notoriamente pragmatica gli ha detto: “Cambierà idea”.
Suo padre, che ha esplorato la terra ardua e perigliosa della timidezza: “hai comunque avuto il coraggio di chiederglielo. Bravo!”
Il suo amico del cuore G., opposto e completamento dell’ottenne, che non si perderebbe d’animo neanche dinanzi a un’invasione di draghi sputafuoco, che probabilmente troverebbe fighissima: “non ti preoccupare ti presento la mia amica”, di cui pare sia innamorato anche lui. Ma si sa che l’amicizia tra maschi comprende spesso la condivisione estrema (qui ci sarebbe da scrivere un trattato femminista, ma Tizianeda, in questo caso, a dispetto della coerenza, non ha avuto nulla da ridire).

E infine la madre dell’ottenne, sempre obbiettiva anche quando a essere coinvolti sono i suoi figli. Sempre sagace, capace di trovare le parole esatte, consolatorie ma misurate, che rifugge dal ruolo di madre chioccia iper-protettiva, sempre a favore della libertà di scelta, soddisfatta dinanzi a figure femminili così decise, che certo non perderebbe la lucidità di pensiero dinanzi agli occhi dalla bellezza scura di quel bambino ossuto, insomma infine la madre ha detto…
…Non ve lo posso dire cosa ha detto. Non sono stata autorizzata.

Un saluto allegro a tutti.

Tizianeda

Un po’ più uguali adesso

Ciao. Siamo un po’ più uguali adesso? E adesso, tu adesso, sei più luna e meno sole? O non è cambiato niente in fondo. O da qui, da questo attimo preciso in cui ti guardo, sei acqua che scorre e si allontana? Sei mare o terra? O sei semplicemente tutto? Sei cerchio che si scompone e ricompone ritracciando le stesse orme? Le tue, le mie, quelle di mia madre e di mia nonna, fino all’origine della vita? Sei calore e luce, sei di più, sempre di più? Sei ora come le stagioni, come le cose che ritornano? Sei una danza ellittica come quella della terra che si strugge per il sole, seducendolo? E’ cambiato lo sguardo nell’stante del tuo big bang? E’ più triste, il tuo sguardo, cosa vedi adesso? Lo senti il silenzio che ti scorre dentro? Lo puoi toccare il silenzio? Ti attraversa al ritmo del cuore e del ventre? L’universo si è spostato, forse. Impercettibilmente per tutti. Non per noi. Non per me. Sei più lontana o più vicina? Mi guardi. Sono stata la tua porta di ingresso al mondo. Una ferita aperta.

“Oh… che gran rottura di scatole…”. Non ho saputo dirti altro. Parole maldestre, sussurrate per le stanze. Non ti ho consegnato le risposte, che non mi hai cercato. Forse la risposta sei tu, qui e ora, nel tuo corpo che cambia. La risposta è questo mistero arcano che ci è stato consegnato senza chiederlo, di cui siamo padrone solide e sacerdotesse silenti.
Siamo un po’ più uguali adesso, ragazzina?

Tizianeda

Ne parlo con papà

“Mamma, il ragazzino della scuola di Inglese ha detto, se un sabato di questi, facciamo una passeggiata sul Corso insieme…sai è bravissimo a scuola…”
Santo cielo!
“Ehm…sì…vediamo…ne parlo con papà, undicenne”.
Perché quando il gioco si fa duro, e tu sei una madre che affronta l’adolescenza, con lo stesso approccio emotivo di un neofita degli sci piazzato in cima ad una “pista nera”, tiri fuori dal tuo arsenale personale, l’arma segreta: il padre. Utilissima per prendere tempo, in attesa che la tua vigliaccheria e impreparazione lascino il campo a un equilibrato e sereno approccio dinanzi ai cambiamenti epocali della prole. In attesa che la somatizzazione cosmica che minaccia il tuo stomaco attorcigliato, la smetta di ingarbugliare i pensieri. E anche in attesa che tu smetta di chiederti, perché hai avuto la ventura di abitare in una città del sud suddissimo, dove l’inverno, quello vero, non arriva mai, con conseguente possibilità, per le orde di adolescenti iperattivi , di passeggiare il sabato pomeriggio, sulla lunghissima via principale.
In ogni caso la ormai quasi dodicenne è in attesa di risposte. Intanto Tizianeda osserva la sua freschezza innocente, il suo modo lieve di scoprire la vita, l’entusiasmo di un’età che non tornerà più, il suo corpo che cambia, il suo sguardo da ragazza sulle giornate che le si muovono attorno e vibrano e sono un richiamo allegro, la sua emotività senza le strutture pesanti degli adulti… e il mal di pancia ritorna.

Tizianeda

Preghiera ai giorni della settimana

Al lunedì chiedo di essere clemente, e se è possibile, ma solo se è possibile, un po’ meno lunedì. Chiedo di farsi amare, ricoprendoci di colori e gentilezza: l’arancione del sorriso di chi ci piace, l’azzurro del mare, il viola delle montagne, il blu di uno sguardo, il bianco del vulcano sospeso tra l’acqua e le nuvole, il fucsia di una risata che ti scoppia in un orecchio e viene da ridere anche a te.
Al martedì di essere meno anonimo e un po’ più sorprendente. Di stupirci con un guizzo di follia, con una carezza inaspettata, un bacio sulla guancia, un grazie, un prego e un per favore.
Al mercoledì, di non essere spigoloso e arcigno. Chiedo una giornata morbida, come i piedi grassocci di un bambino, come l’abbraccio di un’amica, una frase che trovi in un libro, e dici: “questa è mia!”. Come lo scialle della nonna Bianca, come i calzettoni di lana che ci cammini a casa e non fai rumore, come un biscotto al cioccolato, come il bacio della buonanotte.
Al giovedì chiedo una promessa mantenuta, un sorriso in più e non uno in meno, un “facciamo a chi arriva prima” con tuo figlio, una telefonata di chi volete voi che vi riempia il cuore di battiti. Chiedo di farci lavorare meno e divertire un po’ di più o di farci divertire lavorando. E un momento, uno qualsiasi, anche banale o stupido, per poter dire :”La vita è bella”.
Al venerdì di arrivare presto, di essere lento, di farci sentire salvi. Chiedo una birra con le amiche e chiacchiere femmine. Chiedo mani che stringono mani, gesti protesi, un film che ti fa piangere a singhiozzi ma poi ti senti bene. Di farci addormentare la sera con un libro che ci piace così tanto, che di lui vorresti parlarne con chiunque, come quando sei innamorato di qualcuno.
E poi arrivano il sabato e la domenica e va bene così. A loro non chiedo niente.

Un saluto allegro e buon inizio settimana.

Tizianeda

L’albero genealogico

“Mamma, che fa papà da un’ora?”
“Niente…scannerizza i suoi avi”
“Sono morti?”
“Direi di sì, tutti, da un pezzo. Deve inserire le foto in quel programma con cui sta disegnando l’albero genealogico della sua famiglia. Ci siamo pure noi con le nostre fotografie”…
Lo Sposo Errante ha trascorso parte delle sue vacanze natalizie, per immettere nel programma informatico – che segue e cura da anni con la ostinazione di uno scienziato e la pervicacia di un folle – i dati anagrafici dei suoi avi con annesse immagini. Per ricostruire con precisione maniacale gli intricati intrecci genealogici, ha perseguitato sua madre santa Gina, qualche zia, i suoi cugini, i cugini dei cugini ed i cugini dei cugini dei cugini, che ormai quando lo vedono cambiano strada, si nascondono, fingono malori o amnesie improvvise. Ha fatto vedere a Tizianeda tutte le fotografie prestate dai generosi parenti, forse per sfinimento, piene di quei volti antichi che ci hanno consegnato la tenerezza di un mondo che non esiste più. E poi, insomma tutte queste immagini sono state trasferite nella rete che racconta gli incontri tra famiglie e gli effetti riproduttivi che ne sono scaturiti.
Tizianeda si chiede, se mai lo Sposo Errante finirà di riempire gli spazi vuoti del suo passato familiare, a quale altra attività deciderà di dedicarsi. Ovviamente con la ostinazione di uno scienziato e la pervicacia di un folle.

Tizianeda

Il magico mondo dei bikers

“Ciao Tizianeda, oggi pomeriggio siamo in negozio. Festeggiamo l’Epifania. Vuoi venire anche tu? Non sei una motociclista ma…”
“Ok…ma mi devo vestire di pelle nera e tutta borchiata?”
“Siiii! Ora voglio vedere che ti metti…”.
Lunedì pomeriggio, Tizianeda è stata invitata dalla sua amica M., l’amica che l’abbraccia con gli occhi, nel suo negozio pieno di moto grandi e lucide, aperto nell’ultimo giorno di festa, ad un raduno di motociclisti.
Tizianeda, ha detto subito sì, e avrebbe voluto vestirsi da dura con un look degno del più sgamato centauro. Poi, ha dovuto trovare il giusto compromesso con la sua natura di bacchettona timida e con l’armadio carente di pelle e borchie. Così ha indossato una camicetta a pois e si è fatta scortare dai due tipi più duri che conosce: l’ottenne e la undicenne.
Lì si è aggirata, come un elemento dissonante in mezzo a giubbotti portati in trionfo da decine di stemmi cuciti sopra, fazzolettoni al collo, fazzolettoni in testa, fazzolettoni sia in testa che intorno al collo, frange lungo le maniche, frange nei sellini della moto, frange sui manubri, scarponi resistenti a temperature da glaciazione o a climi torridi e tropicali, ai monsoni indiani ed alla siccità africana. Si è aggirata tra barbe, baffi, facce ispide, mani in tasca, risate grasse e cavernose, bicchieri di vino, e la familiarità di chi condivide la stessa passione. Si è aggirata scattando decine di foto, ed osservando tutto quel concentrato di testosterone in tenuta “Easy Rider” subendone l’innata fascinazione, non senza timore di improvvise inaspettate reazioni davanti a tanta invadenza – “Amica M., sei sicura che i signori motociclisti non si infastidiscano…mi sembra che mi guardano torvo…fanno un po’ paura…”, “Ma no Tizianeda, tranquilla, fai tutte le foto che vuoi”, “Se lo dici tu che li conosci…”
E così Tizianeda ha osservato e fotografato i signori motociclisti senza essere malmenata o mandata a quel paese. Li ha fotografati con quei loro vestiti da uomini duri, che forse hanno lo stesso effetto dei guanti in lattice bianchi dell’ottenne, che quando li indossa viene teletrasportato in un’altra dimensione.
E così anche loro, i signori motociclisti, con i loro giubbotti indistruttibili, le mani sul manubrio che li fa vibrare, i piedi sulle pedane e quel rumore continuo che sembra provenire dalla pancia di un drago, smettono di essere quello che sono per gli altri, e diventano centauri fighissimi che corrono liberi per le strade della California. E anche le rotondità addominali, i capelli bianchi e i dolori alle articolazioni non più giovani, miracolosamente scompaiono.

Tizianeda

Da 11 giorni

Da 11 giorni i loro ritmi sono cambiati, inevitabilmente. Da 11 giorni hanno preso possesso delle stanze, lasciando ovunque tracce caotiche del loro passaggio, seguite da echi ricolmi di minacce. Da 11 giorni non appena i due adulti di casa abbassano la guardia, la sera assediano il lettone e si addormentano, per non essere costretti alla sistemazione nei propri siti notturni. L’insubordinazione costringe i grandi che li hanno generati ad una diaspora notturna: “E ora che facciamo” “E chi li sposta?” “Ho capito… devo andare a dormire solo nella loro stanza?” “Temo di sì…”. Da 11 giorni dipendesse da loro diventerebbero un tutt’uno uniforme con il pigiama – che li riveste come una seconda pelle- il divano e i plaid, dai quali si distaccano soltanto a seguito di ripetute incitazioni scarsamente amichevoli degli adulti. Da 11 giorni gli orari e la disciplina che li contiene hanno perso la loro compattezza, diventando entità astratte. Da 11 giorni anche tra gli adulti di casa, vista la presenza continua della genia, si è instaurato un rapporto di mera fratellanza, in un clima di Tuttinsiemeappassionatamente. Tizianeda comincerà a cucire ai minori i vestiti con le tende, tutti danzeranno allegre coreografie austro-ungariche e intoneranno sorridenti, inni patriottici, anche se forse al posto di “Edelweiss” canteranno “Calabrisella Mia”.
In questi 11 giorni, i quattro della famigliola hanno anche riso tanto e guardato la sera qualche film, come quello su un naufragio di una tigre ed un ragazzo indiano, in un mare visionario che sembrava popolato dai sogni, o un film su un bambino spuntato dalla terra come un ravanello, che al posto dei peli sulle gambe aveva foglie. In questi 11 giorni sono venuti spesso a trovarli i cuginetti, chè nel sud suddissimo affollamento e famiglia sono sinonimi.
Ancora 5 giorni, e la riapertura della scuola, che si attende come l’esercito della salvezza, restituirà la normalità alla famigliola.

P.s: solo per dirvi che ogni tanto Tizianeda, con il suo nome ufficiale scrive su un giornale on line. Se vi va di sorbirvi i suoi serissimi buoni propositi per l’anno che verrà cliccate su http://www.zoomsud.it/index.php/cultura/61930-2014-i-miei-propositi-per-non-vergognarmi-faro-come-ulisse.html . Un saluto allegro.

Tizianeda