febbraio 2014 archive

Na na na na

“Quindi ad alcune di voi piacciono i “One Direction” e ad altre i “Green Day“. E’ come quando ero giovane io… a chi piacevano i Duran Duran e chi preferiva gli Spandau Ballet”
“A te mamma?”
“I Duran Duran, ma anche qualche canzone degli Spandau, come quella che faceva…mother says must be nanananana…and we made our love ….and throught the barricade…nanananananana”
“Mamma ti prego ti vedono…”
“Ma no siamo in macchina… che ricordi, e poi ce ne era un’altra che quando la sentivamo ci struggevamo tutte… era dei Duran Duran…come si intitolava… uh “Save a prayer” …don’t say a prayer for me now, save it till the morning afteeeeer…na na na..”
“Non ricominciare, non ballare , quel signore nella macchina accanto se ne è accorto, ti guardava…”
“Ma dai dodicenne mi stanno riaffiorando i ricordi. C’era pure il cantante dei Wham, come si chiamava accidenti…quanti lenti non ho ballato con le sue canzoni”
“Non ti invitavano mamma?”
“No. Sono diventata bellissima soltanto qualche anno dopo…cosa fai ridi?
”E poi c’era “Il tempo delle mele”…lo sai quel film…”
“Sì mamma”
“Praticamente c’è una festa, con tanti ragazzetti e ballano tutti e si muovono come matti e all’improvviso il protagonista mette le cuffie alle orecchie della protagonista e parte una musica lenta che fa…”
“Ti prego mamma non ricominciare a cantare…”
“Sì insomma mentre tutti ballano intorno concitati, quei due ballano un lento e lei ha le cuffie nelle orecchie…allora c’erano le cassette…lo sai cosa è il gelosino…”
“Sì roba dei tuoi tempi…”
“Ma voi i lenti alle feste non li ballate più vero? Roba dei miei tempi ormai…”
“Si mamma tranquilla”.

E un saluto nananana a tutti.

Tizianeda

Vi racconto cosa è successo

Ecco è successo che Tizianeda si è dedicata alla furtiva osservazione di sette ragazzine sedute attorno a una tavola imbandita. Sette pre-adolescenti, sette dodicenni, sette risate differenti, qualche apparecchio ai denti, sette borsette a tracolla. Quanto si siano dette nelle due ore di convivio, Tizianeda lo disconosce. Unica nota di rilievo è stata la loro improvvisa scomparsa e il loro rinvenimento, parecchio tempo dopo in quel luogo in cui le ragazzine svolgono un rito collettivo, esprimono il bisogno di condivisione da comune anni ’70, mettono in atto un tacito accordo da setta segreta: il bagno.

Ed è successo che Tizianeda e lo Sposo Errante, la stessa sera fossero seduti attorno a un’altra tavola imbandita, un po’ defilati, con una compagnia di quattro soggetti semi irrazionali, specializzati nel gioco compulsivo. Da loro Tizianeda ha scoperto i poteri del controllo del vomito e dell’acqua stagnante, con cui non salverà il mondo, ma forse lo renderà un posto più confortevole.

Ed è successo che domenica sera Tizianeda avrebbe voluto scrivere il post del lunedì, ma il mal di testa stronzettino, ha deciso per lei. E così quando il gioco si fa duro, Tizianeda indossa lo scialle di lana della nonna Bianca, ringrazia il piumone, le lenzuola, il cuscino e dorme.

E succede che i due minori di casa, da giorni si dedichino a una attività più pericolosa del Base jumping, del Rugby, della Breakdance. La conquista di un territorio, non molto esteso in realtà, su cui ciascuno rivendica l’esclusività. Un territorio dotato di braccia per abbracciare e bocca per sorridere e baciare. La piccola nazione oggetto della loro bramosia si ritrova sempre nel mezzo delle battaglie per l’assedio. A volte il territorio lascia fare, accogliendo i guerrieri uno alla volta o contemporaneamente, a volte si fa prendere dalla ridarola, a volte fugge, a volte urla. Poi la guerra per gli abbracci e i baci della mamma finisce in un armistizio con annesso riposo dei guerrieri e sfinimento dello Stato, conquistato per sempre.

Ed è successo che proprio stasera, l’ottenne nel caldo rassicurante del suo letto a castello ha sussurrato senza pudore a sua sorella : “Ti voglio bene”. E poiché l’amore è contagioso lei ha risposto con la stessa naturale innocenza: “Anche io ti voglio bene”. E Tizianeda si è sentita privilegiata spettatrice di uno di quei momenti di grazia fugaci, che tuttavia regalano significato e bellezza alla vita, rendendola più docile.

Tizianeda

Dodici

Le scarpe da tennis. I pantaloni, jeans è meglio. Leggins scuri. Le gonne no. Neanche i vestiti. Le magliette e le felpe. I capelli lunghi, sciolti, spettinati. Dita tra i capelli. Un gesto antico, femmina. Specchio specchio delle mie brame che accidenti a te, non mi soddisfi mai. Apparecchio ai denti. Uffa. La tuta da ginnastica – divisa della scuola. Uffa di nuovo. Lo smalto azzurro sulle unghie delle mani. Consumato. Le risate con la mano sulla bocca e la testa tra le spalle. Gli occhi di quel colore strano. Azzurro, verde, grigio? Il naso. Troppo grande dici. Le prove di femminilità. I ragazzetti. Grrr. Le amiche, che a volte ci litighi. Quel cantante lì, quanto è bello. Lo stesso film visto più di dieci volte. L’imbarazzo. Studiare. Finire presto di studiare. I libri, i quaderni, il mignolo della mano sinistra sempre sporco d’inchiostro. L’ironia. Il senso della giustizia. Le bugie. Il silenzio solo tuo e poi, improvvisa, la logorrea da condividere. Baci e abbracci vi voglio bene da morire. Sguardo torvo non vi sopporto lasciatemi sola. Il corpo che cambia dentro e fuori, come la terra. La bellezza complicata di questo tempo di mezzo. L’allegria che esplode. La malinconia che arriva. Le prediche che noia. La ricerca di una forma. Solo tua. L’umore, un pentagramma pieno di note. L’entusiasmo dilatato. Le sensazioni nuove. La sera le coccole. Meno male. La sera è il tempo per ritornare bambini. Il mondo che si offre, la voglia e la paura di scoprirlo. Tuo fratello. Noi. Tu. Ragazzina. Quello sguardo che mi innamora da dodici anni ormai. Fino a oggi. E poi ancora e ancora.
Auguri ragazza mia. Auguri mia tutta bella A.

Tizianeda

La piscina, il cloro e i pensieri

Io qui nella sala di ingresso da cui si accede alla piscina, mentre lei, la quasi dodicenne si muove immersa nell’ azzurro tiepido, inzuppato di cloro. Come sempre mi accomodo nella mia postazione, l’unica con tavolino annesso, rifilato in un angolo anonimo. Appoggio il mio pc e mi siedo con la musica nelle orecchie. Sono la mamma con il computer che non socializza con nessuno. Inalo cloro, mi illudo che così l’ispirazione arrivi meglio e prima. E’ pieno di padri la piscina, con il compito dell’accudimento. Bello. Provo un piacere riposante nel vederli concitati come mamme stressate. Io invece aspetto. La ragazzina attraversa il tempo di mezzo in cui l’autonomia diventa, ogni giorno di più, una realtà consolatoria.
Oggi l’ispirazione non arriva, accidenti. Forse non c’è abbastanza cloro nell’etere. La stanchezza non aiuta, fa distrarre. Ho una montagna di carte che mi aspettano nello studio di avvocata, nel quale approderò dopo, senza entusiasmo.

Penso e mi distraggo. Guardo le persone che passano e aspettano.
Penso. Al libro che ho finito di leggere con dentro la vita di una donna straordinaria della quale è impossibile non innamorarsi.
Penso che giorno 21 la ragazzina non sarà più undicenne. Vorrei scriverle un post, di quelli che vengono da dentro dentrissimo.
Penso all’ottenne, al suo giudizio in pagella, che leggo e rileggo. Le maestre lo hanno dipinto nella sua essenza. Loro lo vedono. Le maestre della scuola pubblica.
Penso a un cerchio che si è chiuso. O forse non era un cerchio ma solo un tratto della linea retta sulla quale mi trovo. La corda che sostiene la mia vita. Un tratto faticoso, prezioso, difficile, importante, vero che ho concluso tra lacrime felici e abbracci. Penso alla distanza e alla lontananza e sorrido finalmente.
Penso ai calzini spaiati nei cassetti, abitanti dei 90 mq. La dodicenne li indossa a volte. Così, perché le piace. Anche la sua mamma. A volte. Anche lei ama i calzini spaiati nella loro sfrontata incompletezza.
Penso ai momenti di silenzio che non sempre trovo.
Penso ai pensieri e penso che penso troppo a volte.
Penso alla mia città addolorata.
Penso a un’amica che mi ha spiegato cosa è la vita quando il corpo diventa debole per la malattia. E la penso, e la penso. Tutti i giorni.
Penso agli abbracci e ai baci di cui non posso fare a meno. Da dare e da ricevere.
Penso alla follia che sana e salva e alla leggerezza e alla cialtrona allegria antidoto allo smarrimento.
E penso, penso e penso.
E penso anche che questo post è davvero troppo lungo. E quindi non vi tedio più.

Baci abbracci e pensieri belli a tutti voi.

Tizianeda

Voglia di gentilezza

– “Dai non ti lamentare che sei stanco, stiamo tornando a casa, e poi guarda che bello, camminiamo abbracciati come due innamorati”
“Allora dovevamo farlo il giorno di San Valentino, mamma”
“Dici, ottenne? Hai ragione dovevamo farlo anche a San Valentino…”.

– “Ma Tony puoi arrabbiarti così, che poi ti senti male? Quattro storti sono” (dicesi “storto”, colui che ignora di avere una massa celebrale offerta in dotazione dalla natura, e le grandiosi possibilità che ne derivano da un suo uso appropriato). “Mi hanno inssultato quei dissgraziati…” “Ciao cosa succede?” “Alcuni ragazzi in macchina lo hanno ingiuriato e mi sono fermato perché si stava sentendo male per quanto urlava” “Infatti passeggiavo con il mio ottenne e abbiamo sentito gridare” “Ma si può essere così…tutto bene ora Tony?” “Ssì, io non ssono più giovane e mi ssento male” “Lasciali perdere, te l’ho detto, storti sono… posso andare ora, stai bene, sicuro?”…
Tony, è un signore conosciuto da tutta la città sbilenca. Ha capelli spettinati e tanti a circondare la faccia come un’aureola, l’aureola dei santi di strada. Ha gli occhi che sembrano lontani dietro le lenti opache e impolverate, ha un cappotto grigio e consunto, la sua divisa invernale da più di quarant’anni forse e un sorriso sostenuto da pochi denti superstiti, che gli fanno pronunciare le “s” come un bambino. Punti collegati che ti raccontano un modo altro di stare al mondo. La città lo ama e lo accoglie restituendogli i sorrisi che regala a tutti. E poi ci sono gli “storti”, che ingiuriandolo, gli provocano un dolore rabbioso da qualche parte. Un’occasione irrinunciabile, per divertire la loro brutale superficialità.

– “Mamma quei ragazzi sono stati cattivi, dovrebbero andare in carcere” “No ottenne, avrebbero bisogno di qualcuno che gli raccontasse la gentilezza e che gli facesse capire che certi gesti hanno conseguenze sulle persone, che le fanno soffrire. Forse nessuno gliel’ha insegnato”
“Mamma, io sono gentile vero?” “Sì tesoro tu sei un ragazzino molto gentile…anche il signore che si è fermato per consolare Tony è gentile. Hai visto che sguardo buono che aveva e come era addolorato? Il mondo è pieno di persone così, per fortuna. Anche noi dobbiamo essere così”
“Sì mamma…”
“E’ stato bello passeggiare abbracciati”
“….”

Tizianeda

Un bacio

Lui, l’ottenne, alla bambina M. – quella che con le ciglia lunghe lunghe che sembrano truccate, e che con un modo lieve di sorridere e muoversi ha conquistato il suo sguardo meravigliato – regalerà un lecca lecca a forma di cuore. Alle sue amiche scriverà una lettera, una per ciascuna, così come al suo amico G.

Lei, la quasi dodicenne, mostrerà tranquilla noncuranza, come se certe stupiderie leziose non la riguardassero. Come se l’esplosione della pre-adolescenza con i suoi effetti collaterali le conferissero una forza indifferente, una barriera magnetica, una strafottenza rassicurante. Come se, appunto.

Lo Sposo Errante, terrà tra le braccia il suo fidanzato basso elettrico supersonico, guarderà estasiato il complesso albero genealogico che ha ricostruito con cura e amore, ascolterà su vinile Joni Mitchel e altre meraviglie musicali, con cui in questi anni ha cercato di educare le orecchie analfabete e grezze dei tre quarti della famigliola. Dirà qualcosa di carino a Tizianeda, che forse lei dissacrerà perché in certi momenti le scatta in automatico, come l’ora legale, la cretineria adolescenziale. O forse no, lei non dirà nulla e sorriderà felice, perché quest’anno si sente più ispirata, romantica, fragile, forte, accogliente, divertita e cresciuta, libera e liberata e non avrà bisogno di scudi protettivi della sua vulnerabilità.

E Tizianeda, insomma io, che mi sento così, quest’anno, manderò baci e pensieri alle persone che – ognuno con il suo modo speciale di stare ed essere – hanno riempito di bellezza e gratitudine la mia vita. E continuerò a farlo anche quando il giorno di San Valentino sarà stato soppiantato dai minuti le ore e i giorni che seguiranno. Perché è bello trovare nelle persone che ami un motivo in più per proseguire.

Un bel bacio a tutti voi.

Tizianeda

La legge di Murphy

“Ottenne, basta, in un’ora lo avrai fatto almeno 10 volte”
“Mamma, ma io mi sento malissimo…”
“Sì, ma la febbre non cambia ogni due minuti. Se non la smetti di misuratela nascondo il termometro”
“Ohi ohi…sto malissimo…senti la fronte quanto è calda…”
“Hai solo 37 e mezzo di temperatura. Non è alta…posa il termometro”
“Ho un mal di testa fortissimo e mi fa male la pancia…che dolore…ho bisogno di altri fazzoletti, ho il raffreddore più potente del mondo…”
“Li stai spargendo ovunque…aspetta ora prendo la sciarpa di lana arancione e te l’avvolgo attorno alla testa. Con me funziona”.
Poiché “La legge di Murphy” è sempre in agguato, ai due giorni spensierati vissuti da Tizianeda nella città di Roma, è succeduta l’apocalisse nella forma di un ottenne influenzato, accessoriato di raffreddore, febbre, mal di pancia e mal di testa. Eventi che rientrerebbero nella normalità della stagione invernale, se non fosse per l’approccio emotivo della vittima, agli attacchi virali.
Così i 90 mq si sono riempirti di fazzoletti umidi, il cui contenuto sacro è stato esibito come le reliquie di un santo ai fedeli e per tre giorni il maschio piccolo di casa, si è abbandonato a struggenti lamenti, che hanno destabilizzato la quiete della famigliola. Per alleviare i dolori di testa, Tizianeda ha inoltre avvolto il capo dell’ottenne in una calda e arancione sciarpa di lana, trasformando la sua testa, che sporgeva appena dal piumone, in quella di un colorato fachiro, il cui kit di sopravvivenza includeva una ciotola raccogli-vomito, perché non si sa mai.
Così il fine settimana dei quattro è scorso tra abbandono fraudolento di fazzoletti, dolori addominali, mal di testa e lamenti teatrali che al confronto, i canti dei cori greci sembrano barzellette cialtrone.

Tizianeda

La felicità

La felicità è la bellezza che ti entra dentro gli occhi, dal finestrino di un aereo che decolla. E’ il mare placido, un foglio ruvido color carta da zucchero. E’ la prospettiva sbilenca, sono le nuvole sparpagliate e appoggiate sul dipinto in movimento, che se non fossi lì con il cuore accelerato, non potresti vedere. Così la paura si fa piccola e innocua, quasi simpatica.

La felicità sono i tuoi passi placidi senza la compagnia di nessuno. Sola a muoverti dentro una città grande grande, dalla bellezza troppa. E’ la distanza che senti di poter finalmente abitare, i pensieri fluidi e quel sorriso che proprio non riesci a levarti dalla faccia. E pazienza se domani le rughe attorno agli occhi saranno più profonde. E’ la lontananza che vivi come una rivelazione, come un bel posto dove rifugiarsi, a volte. E’ la improvvisa percezione che il tempo è un vento che ha smesso di soffiare troppo forte. Ecco, tutto questo è la felicità.

La felicità sono tre M e una I, che casa loro, quando approdi in quella città dalla bellezza sfacciata, è da ormai quindici anni anche casa tua. Da quanto la nipote M., aveva otto anni. Da quando la nipote I, era una promessa dentro il liquido primordiale della sua mamma. Da quando hai conosciuto la sorella dello Sposo Errante e suo marito, oggi zia M e zio M. La felicità è questa casa appoggiata sulla città di Roma.

La felicità è il primo pomeriggio, arresa tra i cuscini di un divano bianco. E’ leggere oziosa e in silenzio con la compagnia lieve della nipote I. “ Zia studio in questa stanza, così stiamo insieme”. Un silenzio perfetto e presente. Sì la felicità è anche questo.

La felicità è la mattina dopo con tua nipote M., che ti regala al ritmo di racconti e parole, pezzi della sua vita di studentessa universitaria, la sua sensibilità unica, il suo sguardo aperto al mondo, i progetti fuori dall’Italia, dove essere giovani è un valore da proteggere e considerare.

La felicità è seguire solo i propri ritmi come quando viaggiavi ed eri ragazza. Nel tempo in cui le soste pipì, cacca, i sono stanco, ho fame, ho sonno, quando ce ne andiamo, mi sto annoiando, non rientravano tra le priorità della tua vita. Sì la felicità vuole anche questo, ogni tanto.

La felicità è tornare a casa, dopo due giorni in quella città tanta. Trovare i due minori ancora svegli – “bambini non dormite è tardi” “vi aspettavamo mamma” – spalmati tra le lenzuola e i cuscini del lettone, che non hai il coraggio e il cuore ti imporgli i loro letti. Addormentarti felice insieme a loro, anche se sai che in due giorni come questi, ogni tanto vorresti ritornarci.

Tizianeda

Ma l’acqua nel radiatore c’è?

“Ah sei qui…ti apro il cancello così entri con la macchina”
“Ehm…a dire il vero sono qui fuori davanti al cancello, ma l’auto non parte più ed esce fumo dal motore. C’è anche un bel po’ di puzza di bruciato…però che fortuna almeno sono arrivata!”.
A volte la domenica pomeriggio, Tizianeda attraversa tutta la città con la vettura che sferraglia e cerca di resistere alle intemperie del tempo e alla distratta gestione della guidatrice, per andare dalla sua amica tutta bella MGL. Lo fa per compiere i suoi esercizi di lontananza di cui forse un giorno vi parlerò, perché avere una meta rassicurante è come un bel premio e perché la sua amica tutta bella MGL, ogni domenica prepara torte e dolcetti, che accompagnati al caffè o al tè sono un toccasana per l’umore, l’anima e il bisogno di affrontare il lunedì con maggiore ottimismo.
E mentre Tizianeda guardava il cofano della macchina sputacchiare fumo, come il vulcano dall’altra parte del mare, il marito di MGL, spostava l’automobile ferma come un monolite molesto, la introduceva al di là del cancello e poneva a Tizianeda una elementare domanda: “Ma c’è l’acqua nel radiatore?”, causando probabilmente nel volto di Tizianeda la stessa espressione di un alunno asino, dinanzi alla scoperta dell’insegnante sulla sua ennesima impreparazione.
Prima di risolvere l’arcano, Tizianeda è entrata in casa di MGL, si è goduta il suo momento di tè e biscotti che nessuna autovettura in crisi di identità aveva il diritto di rovinare, si è riconciliata con l’universo, il suo karma e le avversità quotidiane. Poi è ritornata dall’oggetto sferragliante, il marito della sua amica tutta bella MGM, ha scientificamente accertato che il radiatore era più asciutto di un maratoneta disidratato, e dopo averla dissetata, l’auto è ripartita, come se nulla fosse successo.
Ora può anche arrivare il lunedì.

Tizianeda