giugno 2014 archive

E se andassimo in America?

Lo vedeva allegro, finalmente soddisfatto, ma anche più distratto. Lo vedeva controllare spesso i messaggi che gli arrivavano copiosi, lo vedeva stare lì a contemplare fotografie con il sorriso rilassato di chi ha ottenuto ciò che cerca da molto tempo ormai. Insomma aveva capito Tizianeda che qualcosa nell’umore dello Sposo Errante era cambiato, che doveva aver appagato il suo inarrestabile desiderio di ricercare intrecci e legami che andassero ben oltre i 90 mq.

Perché, dopo aver perseguitato i parenti italiani, per i quali probabilmente è diventato l’incubo nr. 1, ha stanato all’interno della sua affollata e iperattiva genia, i discendenti americani. Tutti figli nipoti e pronipoti di zii e zie , prozii e prozie, figli di cugini e cugine che a contare i gradi e le connessioni ti perdi. E i parenti americani invece di intimorirsi dinanzi alla pervicacia del parente italiano, ai limiti dello stalking, di terrorizzarsi per le intrusioni continue di quel tipo sconosciuto che li sottoponeva a miriadi di domande e interrogativi con un’insistenza da sadico agente dell’FBI, lo hanno accolto con entusiasmo giocoso, tipicamente americano e con la nostalgia dell’emigrato italiano, scritta nel loro codice genetico.

E così lo Sposo Errante ha intrapreso con i parenti di oltre oceano, un denso e costante rapporto epistolare attraverso il magico mondo di facebook, li ha inseriti nel ciclopico albero genealogico in rete da lui curato da anni con pazienza e amore, e tutti insieme appassionatamente adesso contribuiscono a far crescere i rami dell’albero ipertrofico, con lo scambio e la condivisione di dati e fotografie.
I parenti italiani potranno stare tranquilli. Ormai lo Sposo Errante è proiettato verso lidi lontani lontani…

“Senti Tizianeda…stavo pensando…” “Dimmi Sposo Errante” “E se andassimo in America?”…

Tizianeda

14 gradini

Il primo gradino, un bicchiere di vino di troppo per lei. Poi lui che le parla, attratto dalle gambe nude – “non solo le gambe ti ho guardato” “sicuro?-. Lei con i ricordi annebbiati e vaghi, che si deve fidare delle sue parole. E lei si fida.

Il secondo gradino, un’audacia sfrontata, a planare su un sorriso timido. Quello di lui. Non c’era vino quella sera a confondere la memoria. E lei ricorda. Ricorda un vestito sottile e giovane, ricorda terrazze e musica, ricorda che ballava -“eri smorfiosa come sempre”-. Ricorda il punto esatto del parapetto su cui erano poggiati, e lei flertava incurante, con lui, carino e imbarazzato.

Il terzo gradino, il panico e la voglia di fuggire, di non impegnarsi. E’ lei con le sue inquietudini. Poi un bacio e poi un altro e un altro ancora e poi sposiamoci e poi lui che non ha paura e poi, poi sei sul gradino successivo e a guardare dietro è stato facile, è stato bello.

Il quarto gradino la prima figlia. Che è un delirio, che è una vita nuova, che è reinventarsi tutto, che è tre e non più due. E quell’uno in più è un’operazione che l’aritmetica non c’entra, è un troppo che è lì e non puoi spiegare. Non è matematica, è un gioco di prestigio.

Il quinto gradino il secondo figlio. E’ l’apoteosi, ma è anche famigliola. Un po’ di più, che nei 90 mq ci si stringe tutti un tanto così, per fare spazio.

Il sesto gradino, è una promozione, sono treni sbrindellati e strade malferma. E’ uno sposo che diventa errante e ci si deve organizzare. E’ lei che pensa di non farcela e invece ce la fa. Ce la fa sempre lei, in qualche modo.

E poi ci sono gli altri gradini, il settimo l’ottavo e via più su fino al quattordicesimo. Che ogni gradino è un farcela, è un traguardo è un aggiungere qualche cosa è un superare piccole tempeste, è resistere al vento che improvviso arriva e scompiglia e tu lì a rimettere a posto o a dare un nuovo assetto che combaci con quello che si è, con quello che si diventa. E’ realizzare sogni, è inseguire passioni, è ritornare, è crescere, è cambiare, è aggiungere. E’ non dimenticare la ragazza sfrontata e allegra con un bicchiere di vino di troppo e il ragazzo carino e imbarazzato che non ha avuto paura.

Tizianeda

L’impervio e oscuro linguaggio velesco

“No non posso pronunciarla, sembra una parolaccia…”
“Ma ottenne, non è una parolaccia, indica tutt’altra cosa e se la devi dire la devi dire…”
“Non credo di riuscirci mamma…”
“Ma dai non è così difficile…e se devi chiedere all’istruttore e non avrai tempo da perdere…come fai? Lì sì che è uguale uguale alla parolaccia…ci dobbiamo esercitare”
“Mmm…”
L’ottenne, ora che l’anno scolastico è terminato, frequenta una scuola di vela in compagnia di sua sorella dodicenne, in compagnia dell’amica C. che viene da un paese lontano lontanissimo, insieme alla sua maschera e al suo boccaglio dai quali non si separa mai e a una discreta moltitudine di bambine e bambini. L’istruttore, che è riuscito a non farsi intimorire dalle domande dai dubbi dalla curiosità dalla diffidenza e dal bisogno di rassicurazioni dell’ottenne – e questa pazienza indomita lo pone agli occhi di Tizianeda sullo stesso piano di un eroe coraggiosissimo e invincibile dotato di super poteri- insomma l’istruttore che non mostra alcun segno di cedimento emotivo dinanzi all’ostinazione di quel bambino, evidentemente non è riuscito a infrangere le barriere linguistiche del ragazzino di casa, che sta affrontando l’impervio e oscuro linguaggio velesco.
E Tizianeda è molto molto preoccupata, perché si immagina il preciso ottenne, che nel tentativo di governare la barca in preda alle onde, si chiederà : “è il caso che tendo le cime per correggere il posizionamento della grande vela a poppa dell’albero facendo sì che rimanga tesa e così non avere il vento ostile e poter continuare a navigare?”. E nel tempo di questo pensiero articolato, vedrà la barca porterselo via fino alle Isole Eolie.
E tutto questo per non voler dire: “Cazzo la randa?”.

Tizianeda

Finchè la barca va

Il primo giorno lui è entrato con la maschera e il boccaglio, si è avvicinato all’istruttore e gli ha detto: “Io sulla barca a vela non salgo. Sono venuto solo per fare il bagno con la mia amica C. E’ già qui?”.

Il primo giorno lei ha indossato il costume colorato, due pezzi, e ha guardata dentro lo specchio la ragazzina che le rimandava lo stesso sguardo torvo. Poi ha indossato maglietta e pantaloncini e ha iniziato a scherzare con suo fratello.

Il primo giorno lui ha giocato e fatto il bagno con C., la sua amica che sorride sempre, viene da un paese lontano lontanissimo e ha il papà che lavora nella struttura dove insegnano ad andare sulle barche a vela in mezzo al mare. E’ salito su un grande gommone ed è andato lontano lontano spinto dalle onde e dal vento. Si è avvicinato alle montagne bitorzolute che sono poggiate alla fine del mare, e forse ha allungato il braccio e le ha toccate con la mano.

Lei dentro la scuola senza tetto e pareti, si muove con la spavalda disinvoltura di chi già sa, chè ormai la frequenta da tre estati, un mese e mezzo l’anno. Lei con il suo costume colorato e quel corpo che imparerà ad amare e ad accettare prima o poi. Almeno così pensa la sua mamma.

Lui dopo due giorni con la maschera e il boccaglio in mano, sulla barca è salito, vincendo la sua ostile diffidenza, informandosi sul perché il percome il dove il quando e le potenziali pericolosità di quell’insolito mezzo di trasporto. L’istruttore ancora sorride serafico all’ottenne e anche alla genitrice di quel simpatico logorroico bambino .

E Tizianeda, la mamma di quei due – che ha uno sposo Errante, che se la deve cavare da sola, che continua come lui a lavorare e a complicare la sua vita con impegni e passioni – ogni mattina approda in quel posto luminoso con il cielo sopra, il mare tanto, che se vuoi lo tocchi e con le barche bianche, che se le liberi sull’acqua scivolano via lontano lontano.

E forse, Tizianeda un giorno di questi ci salirà anche lei su una di queste piccole barche a farsi portare dal vento, a toccare le montagne bitorzoluta poggiate alla fine del mare, a guardare in silenzio e sola la terra da quello strano punto dondolante tra l’acqua e l’azzurro sulla testa. Forse lo farà, quando sentirà forte il bisogno di allontanarsi per un po’, di raccogliere distanze dalle cose, dai pensieri e a volte dalle persone. E sarà come risistemare una matassa ingarbugliata. E poi, insomma poi, ritornerà alla sua vita bella e complicata.

Tizianeda

A proposito della famigliola ovvero esercizi di ordinaria resistenza

L’ottenne ha voluto testare la maschera da sub e il boccaglio, riemersi da una borsa polverosa nascosta negli anfratti dello sgabuzzino. Li ha infilati in testa e ha riempito di acqua il lavandino del bagno. Fino all’orlo. Poi vi ha immerso la testa respirando dal boccaglio. Ha allagato il pavimento del bagno, ha lavato i capelli, la maglietta e i pantaloni. Ha vagato zuppo e gocciolante per casa, soddisfatto di avere avuto la incredibile intuizione che il lavandino non è un lavandino ma “un simulatore di mare”.

La dodicenne – che quando non è intossicata dai fumi allucinogeni della pre-adolescenza (o già adolescenza?) che la trasforma in Lord Voldemort, è un felice incrocio tra Hermione e Alice nel Paese delle Meraviglie – ha legato una matita bianca a righe nere al filo di lana di una lunga matassa blu e ha attaccato sulla matita un post-it rosa con su scritto “ciao”. Poi ha legato il filo alle inferriate del balcone dei 90 mq e l’ha lasciato penzolare al vento, quasi fino alla strada. Tizianeda si è accorta del pendolo costruito dalla dodicenne, uscendo con la ragazzina dal portone del palazzo. La matita è ancora lì con il suo messaggio amichevole, che oscilla placida. La ragazzina è felice della sua installazione urbana non autorizzata.

Ieri Tizianeda, che ha avuto giornate faticose come una salitona ripidissima percorsa con il vento contrario forza millesettemilioni, ha deciso di uscire nel pomeriggio con l’ottenne e la cugina coetanea che si crede sua sorella gemella. Sono andati in libreria dove Tizianeda aveva ordinato un libro, che appena ha visto le sono venute le lacrime agli occhi e poi ha attaccato bottone con il libraio che forse l’ha presa per matta – “lo sa che di questa artista c’è la mostra a Roma? Io sono andata. Questa è la stampa del suo diario…santo cielo è bellissimo”- ha comprato anche due libri ai due tipi semi-irrazionali che erano con lei, uno per ciascuno. Poi i tre sono andati in piazza, si sono seduti su una panchina e sono entrati ciascuno nel proprio mondo libresco. Poi in piazza li ha raggiunti la dodicenne, e insieme sono tornati a casa, con le loro storie preziose e un bel pomeriggio addosso, di cui Tizianeda aveva bisogno.

Lo Sposo Errante vaga sui treni sbrindellati e le strade malferme per approdare nella città altra dove lavora. Anche lui in questo periodo avrebbe bisogno di pomeriggi fermi nel bel mezzo della settimana. Per ora ci sono le sere, dove nello spazio di 90 mq lo aspettano Tizianeda, due minori e soprattutto lui, il suo grande amore, il fidanzato basso elettrico supersonico.

Tizianeda

L’amore è all’improvviso

Ma lo sai cosa è successo oggi? No, non lo sai. Tu, sempre altrove e sorridente. Chè poi, quando è successo mi sono ritratta. Il pudore. Quello che si aziona quando il sentire è troppo e ti senti nudo.
E’ che si smuove il mare dentro. A volte. E tu sei stato il vento. L’ho studiato con te il vento, ottenne: soffia inquietudine al mare, lo risveglia, gli cambia la voce e il colore e il sentire e il vedere. E succede che questo vento fortissimo, entra dentro all’improvviso, che mica chiede il permesso. E poi, il mare da qualche parte deve uscire, no? E non c’è pudore e non c’è ritrarsi. Ed è successo domenica pomeriggio, accidenti. Quando ti ho visto con il Kimono bianco che era di tua sorella. Ti guardavo che eri sulla via che si tocca con il mare, quella dove quasi tutte le mattine cammino veloce e sola e libera e felice. Eravamo lì con tuo padre, e c’erano i genitori dei bambini e dei ragazzini che come te frequentano la scuola di Taekwondo, quella che insegna le arti marziali e con loro un bel modo di stare al mondo. Quella che ti piace frequentare perché c’è lo spogliatoio per gli “atleti”, quella che si dovrebbe stare scalzi, ma tu ti ostini a tenere le calze lunghe e colorate. E poi sotto il cielo chiaro e davanti al mare, davanti a tutti noi, davanti ai maestri a un certo punto ti sei dovuto esibire solo, il primo. Le chiamano “Le quattro direzioni”, sono movimenti con le braccia e le gambe che hai eseguito con il tuo sorriso, ad attraversare l’aria. Una poesia lieve e decisa in movimento. Ecco è stato in quel momento lì, che il vento è arrivato. Chè ci sono dei momenti che l’amore arriva forte, attimi che non sai perché. La tempesta che non puoi farci niente. Attimi che il vento entra prepotente.
Come quando il mondo fuori ha la forma di un bambino di otto anni con un Kimono bianco addosso che ti sorride mentre solo fa segni nell’aria. Perché l’amore è così. L’amore è all’improvviso.

Tizianeda

Con il mare accanto

Cammina la pianta dei piedi. Cammina la terra sotto. Cammina il cuore. Cammina il battito, camminano i passi. Cammina il respiro nel vento che ti cammina. Ti cammina il vento sulle gambe, ti cammina sulla pelle, fa il solletico il vento, ti cammina sulla pancia, senza chiedere il permesso ti cammina sui seni e sulla faccia, gira intorno al collo, infila dita tra i capelli, il vento. Cammina veloce il sangue dentro, che è fiume che cammina per perdersi nel mare. Cammina il silenzio. Camminano i pensieri nel loro labirinto. Camminano le parole in fila indiana. Cammina la tristezza e camminando passa. Cammina la certezza felice di qui e ora. Cammina il sorriso. Cammina Tizianeda, la mattina cammina accanto al mare che cammina e non si ferma, con il cielo cammina che cammina sulle testa, con le nuvole cammina, con pezzi di solitudine cammina, dentro spazi muti, che sono suoi, cammina. Chè non può più farne a meno. E così la mattina con il mare accanto, lei felice, cammina.

Tizianeda

Forse è più saggio non farlo

“Ma cos’è? E tutte queste facce…ma quello è tuo marito…ma quanto è brutto…non sembra lui…tuo marito è bello. Ma questa non è O.? E che ci fa lì. Con chi è? Ma cosa stai scrivendo. Che fai. Ah questo è fàcebuch? Ma c’è anche la tua fotografia. Qua è più grande. Stai attenta figlia mia…e se poi prendono la tua foto e la usano per fini illeciti…”.
Tizianeda, incauta come un tabagista estremo sopra una pozza di benzina, ha acceso il computer, è entrata nel suo account facebook, ha iniziato a vagare all’interno, proprio quando alle sue spalle sopraggiungeva la mamma vecchietta, venuta a trovare la sua figliola. Lei, la mamma vecchietta, preparatissima insegnante di lettere in pensione ormai da molti anni, ha osservato Tizianeda con la diffidenza severa di chi si ritrova tra le mani un oggetto curioso, di cui non comprende la funzione, il senso, il meccanismo e il fine. Se poi a usarlo è quella figlia così poco allineata, la ex adolescente ritenuta (a torto!) inquieta, quella che da due anni si è incaponita con la “scempiaggine” del blog, che oltre a lavorare e a frequentare assiduamente gli abitanti dei 90 mq, insegue con ostinata leggerezza le sue passioni – “mi raccomando Tizianeda non trascurare figli e marito” “Santo cielo mamma, non siamo più negli anni ’50, e marito e figli sono sereni e contenti ”- ecco se a usarlo è questa figlia di mezzo qui, le previsioni apocalittiche della mamma vecchietta sulle conseguenze infauste della rete, raggiungono le vette del pessimismo ansioso-cosmico.
Tizianeda vorrebbe chiederele a cosa esattamente pensa quando le prospetta l’ uso illecito della foto del suo profilo fb. Ma forse è più saggio non farlo.

Tizianeda