ottobre 2014 archive

Conversazioni poetiche

Il luogo in cui avvengono le più importanti conversazioni dei 90 mq: la cucina. I quattro seduti attorno alla tavola imbandita. Ora di cena.

“Per me papà è l’uomo più bello, il numero uno”
“Grazie dodicenne…. dici sul serio?”
“Certo papà”
“Per me invece la femmina più bella è la bambina M., anche se lei ormai quando mi vede fa così con la testa…guardate…e così con gli occhi …”
Santo cielo…come la bambina dell’esorcista …noooo
“E tu non darle retta, guardati intorno, ci saranno altre bambine…”
“No papà mi spiace io non ne vedo altre…”
E’ la fine…
“Cielo è come quella Fanny con Leopardi, che lui le dedicava le sue poesie, vi rendete conto le poesie di L-E-O-P-A-R-D-I… anche lei secondo me faceva in quel modo con gli occhi…vi rendete conto…”
“Sì mamma ci rendiamo conto…possiamo alzarci ora …”
“Sì andate bambini…senti Sposo Errante…”
“Cosa…”
“Non mi hai mai scritto una poesia …ok puoi recuperare…componimi una poesia”
“Quando?”
“Ora”
“Ma lo sai che non sono capace…e poi sono stanchissimo…non è cosa mia, no…”
“Va bene sposo …mi è venuta l’ispirazione…ti dedico io una poesia che ho creato or ora per te…”
“Oh mio caro Sposo —————————————————————————“
No, Tizianeda non vi rivelerà il seguito dei versi declamati, degni più di una bettola fumosa e alcolica, che di un’antologia letteraria. Però lo Sposo errante al ricordo di quelle rime improvvise, pronunciate con allegra impudicizia, ancora ride, dimenticando, per un po’, stanchezza, treni sbrindellati e strade malferme.

P.S.: Giacomo perdonami.

Un saluto allegro a tutti voi e declamate poesie a chi volete bene.

Tizianeda

Prima o poi

Ci andavano spesso quando erano ragazze, insieme. Poi li commentavano e li interpretavano secondo il loro modo singolare di vedere e sentire. Loro che sono diversissime ma si capiscono da sempre. Hanno frequentato i circoli, dove ne proiettavano uno a settimana, in autunno, inverno e inizio della primavera. Alcuni pesanti come panino salsiccia patate e peperoni di “Festa di Madonna”, la festa patronale della città sbilenca. Altri sorprendenti come un racconto nuovo, come una scoperta sensazionale. Una ci andava perché la cultura è la cultura e perché lì si incontravano i ragazzi. L’altra, che delle due è quella serissima, perché la cultura è la cultura, e basta. Poi, pare che le cose a volte cambino, le vite si mescolino con altre vite, che ci si sposi, nascano bambini da accudire, che questo nuovo movimento prenda tempo e spazi, modificando i ritmi e le priorità. E così al cinema insieme hanno smesso di andare. Lo spettacolo era dentro le loro case, dove erano andate ad abitare. Ognuna la propria. Tizianeda e sua sorella, la zia Dada, si sono date un appuntamento per la prossima proiezione, con ora, giorno, mese e anno da definire, custoditi in un speranzoso “prima o poi”. Che è arrivato. Hanno dovuto attendere un po’, ma è arrivato con un nome lungo lungo: sabatoventicinqueottobreduemilaquattordiciallediciassette. E’ arrivato con l’allegria di quando erano ragazze, con la felicità di essersi riprese uno spazio solo loro. E’ arrivato con un film che parlava di quel poeta italiano, che a leggerlo è bello sperdersi, come in un bosco pieno di meraviglia. E’ arrivato in una sala buia per due ore e mezzo dentro le quali si sono sedute vicine, perdendosi nella storia, come tanti anni fa. E’ arrivato perché la cultura è la cultura. E basta. Questa volta per entrambe.

Tizianeda

Tante cose

Tranquilli Tizianeda c’è e vi pensa, anche quando non scrive nulla o qui arriva in ritardo, ché ormai il blog è la sua ossessione amorosa. Questi sono giorni densi come la melassa, la crema pasticcera, i fanghi guam. Giorni in cui sta lavorando una cifra nello studio di avvocata, in cui ha acquisito nozioni varie di storia, geografia, antologia, scienze, geometria e matematica (queste ultime senza capirci granché), coprendo un arco culturale dalla quarta elementare alla terza media. Giorni in cui le sono state regalate storie femmine, così senza un motivo preciso, per una generosità al racconto che appartiene al genere. Storie che l’hanno divertita, stupita, commossa. Storie di leggerezza, apertura mentale, tenerezza, sfrontatezza, alcune dolorose. Storie zeppe di forza liberatoria, per chi le ha raccontate e per chi le ha ricevute.
Ha anche ascritto, in questi giorni, un articolo per Zoomsud, la rivista on line con la quale collabora. Lì c’è una storia, anche questa regalatole da una donna. E scriverla non è stato facile. E se vi va di leggerla la troverete  qui:http://www.zoomsud.it/index.php/cronaca/74047-reggio-hospice-con-le-stelle-fin-sulla-soglia-del-buio-calabro.html.
Sono anche giorni in cui si sveglia molto prima dell’alba, quando ancora non è chiaro fuori e la notte sembra resistere. E se non è il suo bioritmo scombinato a farlo, ci pensano i minori, con qualche pretesto onirico. Come l’ottenne che ride e chiacchiera tra cuscini e lenzuola, come fosse comodamente seduto al tavolino di un bar, con il sole sulla testa.
Oggi invece, alle ore 18,00, sarà a Melito P.S., vicino la sua città sbilenca, presso il “Circolo Culturale Meli”, a presentare, come ha fatto qualche settimana fa a Catania al “Buk – Festival della piccola e media editoria”, un libro, che parla di poesia araba in Sicilia in un tempo lontano lontano. Se vi va di saperne di più potete leggere qui: http://www.circolomeli.it/poesia-e-cultura-araba-nella-sicilia-medievale/.
Poi nel fine settimana spera di fermarsi un po’ e abbandonarsi al sonno compulsivo. Bio-ritmi dissociati e minori chiacchieroni permettendo.
Un saluto allegro a tutti voi.

Tizianeda

Come papà

“Mamma, posso ripeterti la poesia?”
“Certo dodicenne, dammi il libro… uh ma è quella del Foscolo, “A Zacinto”, ma quanto è bella… così struggente… e….”
“Mamma!”
“Ok, vai…”
“Né più mai toccherò le sacre sponde ove il mio corpo fanciulletto giacque, Zacinto mia……”
“Mamma mia, mi sono commossa, ma la senti la musicalità, la senti?”
“No”
“Vuoi che troviamo su internet qualche attore che la recita così la senti la musica? Ok, accendo il pc”
“Mamma, non ti ho detto sì, non ti ho neanche risposto”
“Guarda, questo ha un bella faccia…ascoltiamolo…….ti è piaciuto?”
“Sì, molto bravo”
“Ne troviamo altri e poi decidiamo chi è stato il più bravo? Ok cerco…”
“Mamaaaa…”
“Il più bravo è stato il primo”
“Decisamente”
“Ne cerchiamo altri?”
“No, basta”
“Che ne dite allora se decidiamo che oggi è la giornata “parliamo tutti come attori scarsi che recitano poesie?””
“…”
“Mamma, no, questo gioco mi fa innervosire e mi distraggo dalle scienze”
“Santo cielo, ottenne, oggi è domenica. Ma dovete essere così seri seri, voi due?”
“Come papà, mamma”

P.S.: questo post è dedicato a chi conosce la nostalgia per la propria terra lontana, proprio come la racconta il Foscolo nella sua “A Zacinto”. E’ dedicata a tutti i miei fratelli del sud suddissimo, che lasciandolo, cercano il loro futuro altrove. E’ dedicato a tutti i migranti, perché trovino sempre un luogo che abbia cuore e anima che li accolga e una casa con la sua vita minuta.

Tizianeda

A braccia aperte

Il tempo va e corre e così i giorni e le ore. E succede che Tizianeda ha uno studio pieno di carte tristi. Le carte sono sulla scrivania, dentro i mobili chiusi, sul tavolo di O. senzaditeallostudiononsapreicomefare, nei mobili di fronte, dentro i faldoni colorati, e nei pensieri. E Tizianeda sta lavorando e lavorando insieme alle carte e con O. dietro la sua scrivania dall’altra parte della stanza e ogni tanto ridono e scherzano. Così anche le carte tristi diventano meno tristi.

Succede che Tizianeda domani mattina dovrà accompagnare lo Sposo Errante all’aeroporto e questa volta lui partirà non per raggiungere rilassanti posti altri, ma per il suo lavoro. E succede che pensa, che attraversare la città quando ancora tutto è lento e sfocato, ha una sua bellezza antica, color carta da zucchero. E poi guiderà verso casa sola, con la musica accesa e i pensieri. E anche questo sarà bello.

E succede che con la dodicenne, che attraversa il mondo ondivago della adolescenza, Tizianeda per ora ha trovato un linguaggio semplice per entrambe, quello delle parole e del corpo e del silenzio anche. E non sa quanto durerà questo tempo comprensibile. Per ora Tizianeda preferisce non pensarci.

E succede che a scuola si parla ultimamente di pediculosi, che a Tizianeda viene subito l’ansia e il prurito e pensa che i pidocchi nel mondo non si debelleranno mai, come le zanzare, i peli superflui e la cellulite. E nei 90 mq si fa ogni tanto l’ispezione delle teste, che sembrano in una colonia estiva o in una comunità di gorilla.

E succedono un mucchio di cose nei giorni e nelle ore. Non sempre piacevoli, anzi a volte proprio sgradevoli. Però tra gli spazi di questo fluire, ci sono tesori da cercare. Per questo Tizianeda, per non sbagliare, ogni tanto si ferma sul ciglio della strada e allarga le braccia e guarda e sorride. Lei sa che facendo così, le cose belle accadono.

Tizianeda

Il braccialetto rosa

L’ottenne ha un braccialetto al polso. Si può stringere e allargare, ci sono tre lacci annodati tra di loro, viene dall’India e il colore predominante è il rosa. Glielo ha regalato la sua compagna di scuola. Lei, è andata nel suo villaggio, che devi fare mezzo giro della terra per arrivarci. Anche se lontana lontana, ha pensato all’ottenne, e dentro un negozio chiassoso e colorato (almeno così a Tizianeda piace immaginarselo) gli ha comprato il bracciale. Poi ha rifatto un altro mezzo giro della terra, è ritornata nella città sbilenca e da lì a scuola dove ha consegnato il regalo al suo compagno gentile. Lui ha indossato subito il braccialetto rosa e ha continuato a farlo anche quando un bambino gli ha detto che il rosa è un colore da “femmina”. L’ottenne, ha attivato il suo pensiero positivo-zen, che usa come lo scudo protettivo di Guerre Stellari che si aziona contro gli attacchi intergalattici, e ha archiviato per sempre la questione giungendo a un’univoca conclusione: “secondo me le femmine ragionano meno per stereotipi rispetto ai maschi”.
Tizianeda non sa se le femmine ragionino meno per stereotipi rispetto ai maschi, anche se tende a pensare che sia vero. Però sa che lo stereotipo è un’erba cattiva che si può annidare ovunque, un buco nero in cui è facile cadere, una pozzanghera melmosa dentro la quale trovarsi invischiati.
Per questo ai due minori dei 90 mq, prova a spiegare che non esistono giochi da maschi e da femmine, canzoni da maschi e da femmine, cartoni da maschi e da femmine, colori da maschi e da femmine, che piangere non è da femminucce ed essere coraggiosi da maschietti e l’elenco potrebbe continuare per giorni e giorni. Lei dice che esiste quello che ci piace, quello che ci fa stare bene e che gli schemi rigidi dentro i quali ci collocano possono intossicarci la vita, che le verità impacchettate e consegnate tra le mani non sempre vanno bene, che il mondo fuori va osservato in profondità e da millemila prospettive diverse, se occorre.
Così ora, il braccialetto rosa può rimanere placidamente annodato attorno al polso dell’ottenne, che gode di un oggetto che gli piace, ma soprattutto del gesto gentile di una bambina che un giorno, in India, ha scelto un regalo proprio per lui.

Tizianeda

Ciao

Parole che mi piacciono:
1. “Ciao”: è una confidenza furtiva, è un bacio sulla guancia. “Ciao” è: “ci rivediamo, vedi”, è un’altalena che va su e poi giù, è allegria, è un sorriso dentro la voce.
2. “Ti voglio bene” e non TVB, eh, che sembra l’acronimo brutto di un canale televisivo, che è sbrigativo come un segno di insofferenza con la mano. “Ti voglio bene” va musicato per intero, nel tempo di più respiri. Va lanciato con calma noncurante e allegria coraggiosa. “Ti voglio bene” con quel modo placido di risuonare ti fa venire voglia di restare. Non è “Ti amo” con la sua perentorietà possessiva, poco generosa. “Ti voglio bene” è molto di più, è un regalo desiderato. Per te.
3. “Ascolta”. Ma solo quando è l’incipit di una frase. Ché è un modo morbido per iniziarla. Ti porta con dolcezza lenta alle parole che verranno dopo. E’ dire: io sono qui per te ora, in cambio ti chiedo di ascoltarmi. “Ascolta” si completa con il silenzio fugace che lo segue. Poi le parole possono susseguirsi, tante e veloci. “Ascolta” è un gesto vocale calmo e rassicurante. E’ un soffio di intimità, prima che tutto il dopo abbia inizio.
4. “Buongiorno”, quando è la prima parola del risveglio. Quando è stropicciata e impastata di sogni e di buio. “Buongiorno” è un parola mai lasciata sola, ché se la pronunci, ti verrà restituita. Ma con un’altra voce, incartata della vicinanza del mattino. Anche lei ugualmente stropicciata di sogni e di buio e di intimità.
5. “Ritornare”. C’è sempre una storia prima della parola “ritornare”. C’è il viaggio, c’è la fisicità, che scompare piano, di chi va via. “Ritornare” è la parola dell’attesa che finisce, è una promessa, è qui e ora che sostituisce la nostalgia, è sapere che da qualche parte, ovunque ti trovi, c’è un luogo che è casa.

P.S: a proposito di ritornare, solo per dirvi che lo Sposo Errante, dalla Normandia, dove è stato per cinque giorni con il suo amico di tanti tanti anni fa, è tornato. Con lui ha riportato storie da raccontare, posti da far vedere ai nostri occhi stupiti, abbracci stretti stretti, ma soprattutto un faro a strisce bianche e rosse, piccolo e solido come un Hobbit nella Terra di Mezzo. La luce dentro c’è e questo significante dettaglio, lo rende un Faro perfetto. Il faro perfetto di Tizianeda.
Ciao.

Tizianeda

Come un regalo

Lo Sposo Errante e il suo amico di tanti tanti anni fa, vagano liberi e leggeri tra le spiagge della Normandia, in mezzo a fari, rocce, isole e mari sconosciuti.

Tizianeda, che ha avuto negli ultimi dieci giorni, ore intense e felici, in questo fine settimana, si è goduta il suo stato di famiglia mono-genitoriale con i due minori, sostando buona parte del tempo dentro casa.

Insieme alla dodicenne e all’ottenne ha aspettato i racconti serali dell’uomo adulto di casa con cui si vedono grazie ai prodigi dell’informatica. Tizianeda ha manifestato entusiasmo da stanziale in ascolto, la dodicenne nostalgia da “quando torni?” e l’ottenne ha espresso con la crudezza delle persone sincere, la sua filosofia zen nei confronti della lontananza genitoriale: “ottenne, ma ti manco?” “senza offesa papà, ma tu sai come sono. Quando non ci siete non mi mancate mai, perché la mia mente è sempre occupata in altre cose. Però ti voglio bene uguale, stai tranquillo”.

Tizianeda sabato ha deciso di rinunciare a inviti e serate tra adulti, ha impastato la pizza e nell’intimità della cucina dei suoi 90 mq, l’ha mangiata con i due minori di casa, tra chiacchiere e risate. Ed è stato un bellissimo sabato sera.

Domenica pomeriggio hanno guardato un film insieme, scelto dalla dodicenne. Lo hanno visto seduti sul divano, lei in mezzo ai due. Uno attaccato al suo braccio sinistro con gamba ossuta sopra le sue gambe e l’altra attaccata al suo braccio destro.
Il film era orribile, come le guerriere fighissime sui tacchi dodici dalla messa in piega indistruttibile. Vederlo insieme e fare commenti cretini lo hanno trasformato in un film comico. Distruggendo per sempre la sua allure gotica auto celebrativa

Tizianeda ha cucinato più del solito, sempre con la musica in sottofondo, passando con disinvoltura da Bach alla Samba. Entrambi, le hanno regalato, con la loro essenza svolazzante, un divertito piacere leggero. Come tante cose, del resto, che le scivolano tra le mani e lo sguardo, come un regalo.

E ora, che è tardissimo, qui dormono tutti. Lo Sposo Errante in Normandia, a concedersi una piccola pausa sorridente e i due quarti dei 90 mq, nel sud suddissimo.
Tutti a gioire dei propri attimi di felicità e della felicità che plana leggera su chi abita le loro vite.

Un buon inizio settimana a tutti voi e un saluto lieve e allegro.

Tizianeda

Come un faro

“Me lo porti un regalo, Sposo Errante?”

“Certo Tizianeda, cosa ti porto?”

“Non so…quello che vuoi”…

Ciao. Ho cambiato idea. Lo so quello che voglio. Voglio che mi porti un faro. Cioè, non di quelli veri che vedrai, quando arriverete lì, con il tuo amico,  in quel posto lontano lontano, che la terra finisce e inizia un mare che non ho mai visto. Ché come lo stacchi un faro vero per portarmelo, e poi nei 90 mq non ci entra nemmeno. Mi basta  un faro piccolo piccolo, con la luce dentro che la puoi accendere. E la luce deve essere potente e il faro deve poterla contenere, anche se è piccolo piccolo. Che poi,  le cose piccole, che  le puoi racchiudere tutte in uno sguardo, a volte, possono sopportare montagne di luce, che non ti capaciti.

Ho contato tutti i fari che abbiamo a casa, quelli che sono riproduzioni  tridimensionali solide ed esatte e quelli che sono stampati e sparsi sulle pareti. Anche il poster che ti ha regalato il tuo amico e che hai incorniciato e messo sospeso sul muro. Un faro sospeso, pensa. Come si esce dal paradosso di un faro sospeso? A illuminare cosa, la notte sopra il mare che ondeggia anche lei?

Il poster che anche il tuo amico ha uguale uguale, che anche lui lo guarderà  sospeso su qualche  muro di  casa sua, lì su, nella città lontanissima dalla nostra. L’amico che la distanza la beffate, che avete la stessa età,  che avete sognato insieme quando eravate piccoli e conosciuto le stesse visioni tonde e colorate dell’infanzia. L’amico con cui sei adesso ,e vi immagino nei vostri discorsi a ridere ridere ridere, mentre viaggiate in macchina, in questi quattro giorni che avete regalato al vostro volervi bene.

E insomma volevo dirti che i fari, nei 90 mq sono tredici. Io ne voglio quattordici, come i nostri anni di matrimonio.

Ché i fari non sono mai abbastanza e io ne voglio un altro.  Per quando il buio fuori diventa troppo buio, per  quando la luce dentro traballa e non mi fa vedere, come dico io, i contorni del mio cuore e del mio respiro.

Ora devo proprio andare. Divento faro per quei due e così, rassicurarli nella notte.

 

Divertitevi, Sposo Errante. E ridete tantissimo. Ciao.

Tizianeda