febbraio 2015 archive

Cinquanta sfumature di boh

Tizianeda in questi giorni ha raccolto umori e commenti di amiche che sono andate a vederlo al cinema, alcune dopo aver letto il libro.Loro raccontavano lei rispondeva o pensava…
“Noo ma dai anche tu sei andata a vederlo? No io no… non ho neanche letto il libro… ti ha deluso, lo hai trovato maschilista dici? E cosa cercavi scusa, un manifesto femminista? Ah dici che c’è chi lo ha trovato romantico, in fondo? Ma in fondo quanto? C’è chi si aspettava di vedere qualcosa di più, dici? Ma di più tipo un pornissimo? Santo cielo…come hai detto che si chiama la protagonista? Ma dai Anastasia…come la sorellastra racchia di Cenerentola! Non può essere un nome scelto a caso, magari nella sua complessa opera letteraria che approfondisce i meandri dell’animo umano fino ai suoi recessi più torbidi e al limite del male assoluto, che narra la condizione universale dell’uomo sempre in bilico tra gli estremi in cui tutto è incomprensibile caduco e non so cosa, insomma in questo casino cosmico si potrebbe ritenere che l’autrice, impegnata attivista e raffinata intellettuale, abbia voluto lanciare un appello a favore di categorie da secoli discriminate, come le sorellastre racchie. Magari verrà proiettato nei circoli del cinema d’essai e sarà oggetto di complessi e arricchenti dibattiti. Cos’è che faceva la tipa con il tipo? Pratiche cosa? Pratiche BDSM? Cosa voglia dire ”SM ” lo intuisco… forse. Quanto alle altre due lettere, boh che sono? Non lo voglio sapere, preferisco restare nel mistero, preferisco l’immaginazione all’esplicito che è senza sensualità…no che non lo voglio vedere lo sai che il mio animo oscilla tra il profondamente romantico e l’irrimediabilmente bacchettone e poi il grigio non mi piace lo trovo brutto anche se gli trovano 50 o 5 milioni di sfumature, sempre grigio rimane… triste triste…”

Tizianeda

Terraferma

E insomma, è di nuovo lunedì, dopo un fine settimana piovoso e assai ventoso qui nel sud suddissimo che a uscire ti sentivi spinto e sballottato e ad attraversare le piazze credevi di sollevarti da terra e di ritrovarti dopo un lungo volteggiare in aria, in chissà quale altra terra capovolta, tanto era frettoloso il vento.
E invece ora l’aria tace e il sabato e la domenica di questo mese corto, sono un insieme di ricordi.

Tizianeda ricorda che la tredicenne aveva ancora postumi dell’influenza che le ha guastato la festa per il suo compleanno. Ma pazienza, le sette adolescenti invitate a pranzo nei 90 mq verranno il prossimo sabato. Il delirio è solo rinviato.

Ricorda Tizianeda di avere assistito in un pomeriggio piovoso alla proiezione di un film: “Terraferma”, dentro una vecchia sala. Lì c’erano ragazzi e un arguto relatore che ha saputo coinvolgerli con parole che si rivolgevano direttamente alla loro umanità giovane. Perché il film, che tutti dovremmo vedere, parla di migranti. Di quegli uomini e quelle donne e bambini anche, per intenderci, che arrivano da paesi lontani dell’Africa, dove c’è guerra fame e disperazione. Arrivano per avere una possibilità di sopravvivenza in Europa. E per fuggire salgono su gommoni o barcacce arrugginite e affrontano giorni e giorni di navigazione sotto il sole o la pioggia tra le onde e le tempeste. E a volte, questi uomini e queste donne con i loro bambini, proprio quando la meta sembra essere vicina, dal mare vengono divorati e della loro paura e dell’orrore in quei momenti in mezzo all’acqua che non li può sorreggere, non sapremo mai niente, e spariscono per sempre con le loro storie.
E questi film andrebbero visti, per spazzare via dalle nostre teste pregiudizi e ignoranza, per ridare ai pensieri una dimensione umana, per non farci abbindolare da imbonitori ridanciani a caccia di facili consensi.
Dal mare arrivano storie di uomini e donne e bambini che cercano la possibilità di poterle ancora narrare. Che desiderano una vita normale, una quotidianità minuta proprio come la nostra. Però c’è un mare immenso nel mezzo e ce ne è un altro, ben più profondo e minaccioso, che è quello del pregiudizio e dell’ignoranza che affoga la nostra umanità.

E allora proviamo a restare umani, che è inverno e ci si scalda di più.

Buon inizio settimana a tutti voi.

Tizianeda

Tredici

Eccoti qui, accanto a me nel lettone, che nel sonno, in mezzo ai sogni, ti stai scrollando i dodici anni per diventare tredicenne. Il tuo personale capodanno. Dormi, hai la febbre. Questa influenza ostinata, accidenti. Ogni tanto tossisci e farfugli parole sconnesse. Hai gli occhi così grandi che si capisce anche quando sono chiusi, hai lo smalto sulle unghie, nero, consumato e smangiucchiato. E’ la tua infanzia che resite in quelle isole pitturate. Hai un foulard di seta attorno al collo. Di un blu antico e sfilacciato. Della bis-nonna Bianca. No, non lo butto. Lei ci ha insegnato questo rimedio contro il mal di gola. E non lo butto il suo foulard che ha attraversato tre generazioni per approdare a te, mia tutta bella, per proteggere il tuo collo, per consolare oggi la tua gola infiammata.
Tredici. Un’età immensa, come immensa è la giovinezza e questa adolescenza, esplosa dentro, come petali incontrollabili a spargere polline. Tredici è un numero bello, nel suo essere così appuntito. Tredici è risate chiassose e silenzi improvvisi. Tredici è un corpo e una voce che cambiano, è un carattere che lentamente scolpisce il tempo e lo spazio. Tredici è assenza di grigi. Tredici non è dodici al gusto dell’infanzia. Tredici ha una suo sapore risoluto. E’ guardarti stupita, mentre dormi agitata di febbre e cerchi la mia mano a ricordarmi chi sono a ricordarmi chi sei.
Auguri mia tutta bella tredicenne, auguri ragazzina A.

Tizianeda

L’invito, la torta e le coppie

Sono stati invitati per la prima volta in casa di una donna gentile e avvolgente, con il sorriso, gli occhiali e i capelli neri neri e tanti. E di suo marito che a parte i capelli è proprio come lei. La sera di San Valentino. Tizianeda insieme allo Sposo Errante, poiché ci teneva proprio a far vedere che donnina compita sia, è arrivata in ritardo, trafelata e con una torta fatta in casa floscia e disadorna, perché per la fretta non aveva acquistato decorazioni e il forno stronzettino dei 90 mq non aveva collaborato. La torta fatta in casa più triste dell’universo interplanetario il cui aspetto ascetico era accentuato dall’estetica succulenta dei dolci portati dagli altri invitati.

“Nascondetela se potete, magari la mangiate inzuppata nel caffè o nel latte, che di sapore sarà buona…spero”.

Poi la serata è proseguita in un grande salone pieno di persone, pieno di coppie. E Tizianeda tra risate, chiacchiere e giochi, ha osservato e osservato (scusatela è più forte di lei, non si rilassa mai in fondo) e ha riflettuto. Perché lì dentro, in quel salone luminoso, erano tutte coppie ultradecennali e c’erano anche rapporti di amicizia trentennali. E come si fa a non osservare fenomeni rari come questi senza stupirsi.
E Tizianeda si è fatta tante domande, su quale sia il segreto e l’alchimia e il desiderio di mantenere i vincoli amorosi, nonostante il delirio della vita e della quotidianità, nonostante noi stessi con le inquietudini, la voglia di essere altrove a volte, i vuoti e la ricerca incessante della felicità.
Si è chiesta quanto sia grande il desiderio di invecchiare con il grande amore della vita, quello con cui decidi di condividere la giovinezza all’inizio e poi gli anni che scorrono e si riempiono di eventi ordinari, incredibili o destabilizzanti.
E niente, Tizianeda le risposte non le ha. Sa quello che vuole per lei, ora, nonostante lei stessa. Sa che quando chiude gli occhi con il tipo che ha sposato molti anni fa, è la ragazza sfrontata con un bicchiere di vino di troppo in corpo, seduta sulle scale di una casa, a mostrare le gambe. Nella stanza c’è un ragazzo bello, che no, non noterà quella sera, ma solo dopo qualche mese, quando sarà perfettamente sobria.

P.S.: la torta non è stata nascosta. E’ stata riposta su un tavolo tondo insieme ai dolci riccamente decorati. Ci sono fotografie a testimoniarlo.

Tizianeda

Mai più!

Ultimissimi giorni di saldi per i negozi.

Tizianeda ha deciso di sfruttarli per acquistare capi di abbigliamento. Avrebbe dovuto comprare capi base utilizzabili in tutte le occasioni. Un tubino nero, un pantalone dal taglio classico, décolleté, una giacca sobria dai toni asettici.
Poi è uscita in una di quelle mattine in cui era allegra, il cielo brillava azzurrissimo e complice, in cui si sentiva ottimista, con il karma a favore, i pensieri peace&love e un sentore da ragazzadeifiori. Così è entrata in qualche negozio, attività che solitamente considera tediosa e a casa è tornata :

– con un paio di collant verde maredeitropici, un altro paio di collant blue santocielo e un altro viola fittofitto
– con una gonna che in realtà è un pantalone. Corto. Molto corto, dalla fantasia coloratissima e dei disegni che raffigurano frutti esotico-alieni
– con il dubbio atroce che dentro lo specchio di Zara sia intrappolata una modella di un metro e settanta e che la Hobbit che la fissa dallo specchio dei 90 mq, è troppo familiare per essere un’estranea.
– con un mantra ripetuto nella mente ossessivamente :”oggichiamolestetista – oggichiamolestetista – oggichiamolestetista – oggichiamolestetista – oggichiamolestetista – giurooggichiamolestetista … ”
– con la convinzione che mai più farà vedere i suoi acquisti fatti in una giornata allegra alla sua amica ventiseienne e a sua sorella, la zia Dada, ugualmente concordi nel dirle: “belle le calze e i pantaloncini, sono per la quasi tredicenne vero?”.

Tizianeda

Né su uastapp né da nessun’ altra parte

“Possibile, Tizianeda, che zia M., la sorella di tuo padre, sapeva della febbre di tuo fratello e io no? Mi ha detto che lo ha scritto su scialapp”
“Come mamma vecchietta!?”
“Sì, su uolapp”
“Vuoi dire whatsapp…sul gruppo degli zii e dei cugini…”
“Sì proprio lì, su ghezzappa”

La mamma vecchietta, osserva con diffidenza e distacco anche linguistico, il magico mondo della rete con tutte le sue molteplici espressioni comunicative. Lo vede come una entità astratta e immateriale. Lo giudica come chi è nato quando il principale mezzo di comunicazione era il telegrafo, soppiantato da telefoni grossi e massicci appesi ai muri delle case, che i pochi numeri che componevi li sapevi tutti a memoria. Lo guarda dal tempo in cui la televisione rimandava immagini in bianco e nero e per spegnerla dovevi alzarti dalla sedia o dalla poltrona perché il telecomando non esisteva. Lo guarda come chi ha assistito negli ultimi decenni a un cambiamento epocale della comunicazione. Lo guarda come chi si sente molto più a proprio agio dentro la solidità di termini classici e letterari, dentro la presenza rassicurante di un libro e della parola orale.

“Tizianeda, ma quello che scrivi tu lo possono leggere tutti o devono essere collegati con il tuo logos?”
“Il mio logos? Intendi il blog?”
“Sì…comunque io non mi metto su uastap né da nessun’altra parte…”.

Tizianeda