ottobre 2015 archive

Il paese smarrito

La storia che state per leggere, è stata scritta per dei bambini di una scuola del mio Sud Suddissimo, che si trova dopo aver attraversato un paese chiamato Riparo, che a pensarci è un nome bellissimo. Nella scuola ci sono bambini piccini e tantissimi pre adolescenti. La scuola ha un nome evocativo: San Sperato. La favola è stata scritta per una festa. Chi voleva comprava un biglietto, entrava nell’istituto, ascoltava musica e parole e gli ospiti specialissimi che erano tutti sportivi di squadre sportive. Con i soldi ricavati si potrà costruire un campetto per fare tanti sport all’aria aperta. E insomma c’ero pure io con la mia storia e con me, la donna con gli occhi da aliena e i capelli color della terra, Eleonora. Perché ormai siamo una squadra, o una coppia frizzante, come dice lei. Io scrivo, lei fa uscire dal foglio le parole in modo lieve. I bambini hanno ascoltato incantati mentre io guardavo incantata i ragazzini che poi si sono complimentati chiamandomi “signora”. C’è anche una fatina che ha reso possibile tutto questo e ha chiesto a me e a Eleonora di esserci. Si chiama Silvia che vive nel sud suddissimo anche se viene dall’Umbria. Lei ama questa terra sbilenca di un amore puro, al punto che vorrebbe che nelle sue vene scorresse lo stesso sangue della mia gente. Non esiste dichiarazione d’amore più profonda. Per lei, per la mia gente, per mio figlio che mi ha aiutato a scriverla e soprattutto per tutti i bambini con i loro sguardi stupiti, questa storia.

Il paese smarrito

Ora vi racconto una storia.
Questa è la storia di un luogo smarrito, senza Riparo e senza Santi. E’ la storia dei bambini di un paese che avevano smesso di parlare, neanche una parola, niente di niente. Anche quando starnutivano o tossivano facevano così ………………….. Questa cosa spaventosa era successa perché pian pianino nel tempo i grandi avevano smesso di ascoltarli. I bambini parlavano, parlavano parlavano, raccontavano, chiedevano e i grandi rispondevano: dopo, aspetta, non ora, cosa hai detto, non ho tempo.
I bambini avevano notato che i grandi non soltanto non ascoltavano, ma avevano anche smesso di guardare attorno a loro. Avevano smesso, per esempio, di vedere il cielo grande grande sulla loro testa che quando ci sono le nuvole bianche che passeggiano, puoi giocarci a cercare nelle loro forme quello che vuoi. Un gioco bellissimo a pensarci, basta sollevare lo sguardo e se hai un prato sdraiartici sopra e lasciare che il vento le trasformi. Ma i grandi , niente di niente, tutti tristoni e senza stupore negli occhi, camminavano a testa china. E i bambini erano sicuri arcisicuri e superarcisicuri, che i grandi passassero tutto il tempo a guardarsi i lacci delle scarpe. Che come gioco, pensavano, è quanto di più triste ci sia. Il lacci delle scarpe possono solo slacciarsi con il rischio di farti ruzzolare giù giù da qualche parte e ammaccarti un po’ dappertutto, farti grossi bernoccoli sulla testa, o spezzarti le ossa.
E successe così, che questo paese un giorno fu rapito da una folata di vento e iniziò a sparire nell’aria senza un posto dove andare e dove fermarsi. E senza più un nome. E così il paese smarrito e senza nome, galleggiava e galleggiava nel cielo immenso e bellissimo, che i grandi non riconoscevano più.
E nel paese smarrito, per i grandi le giornate trascorrevano così. Si alzavano tutte le mattine dai loro letti, facevano le cose della mattina quando ti alzi, compreso allacciarsi molto bene i lacci delle scarpe. Così uscivano dalle porte delle loro case, tutte chiuse con millemila giri di chiavi per essere sicuri che di notte non potessero entrare ladri, malfattori, pirati, orchi, alieni, streghe… E i bambini tutte queste minacce, mica le capivano. Ma si sa, le paure non sempre vengono dal mondo fuori, sono dei mostri che facciamo crescere nei nostri cuori e ci fanno fare cose strane, come millemila giri di chiavi nelle toppe delle porte.
Così uscivano a sbrigare le cose dei grandi. E a volte succedeva che qualcuno di loro, si perdeva dentro le cose dei grandi. Che a pensarci è una cosa pazzesca. Perdersi sotto una montagna di cose dei grandi in un paese smarrito. E succedeva che nessuno li trovava più, perché nessuno pensava di cercarli. E succedeva che anche gli oggetti intorno pian pianino scomparivano o si sgretolavano, a furia di prendere aria e vento e pioggia. Così succedeva alle case, ai cinema, alle ludoteche, alle palestre e alle scuole. E il paese che aveva quel cielo così bello sopra di lui e tanto vento e aria, a furia di sgretolarsi diventava brutto, ma così brutto che i grandi non se ne accorgevano più.
E ora è arrivato il momento di parlare dei bambini di questa storia. Come dicevamo, tutti i bambini del paese smarrito avevano smesso di parlare. Osservavano gli adulti che non rispondevano più alle loro domande e che avevano troppa fretta di essere altrove. E così non chiedevano più, non aspettavano, lasciavano i grandi alla loro vita tristona, mentre loro continuavano a stupirsi delle nuvole che cambiavano forma nel cielo. Loro giravano per le strade del paese, per le viuzze piccine, per le salitone che arrivi alla fine con il fiatone e il cuore ti batte fortissimo come tanti tamburi . Poi tutti ma proprio tutti i giorni, si radunavano dentro l’Incompiuta. Questo era il nome specialissimo e malinconico che avevano dato alla palestra dove avrebbero voluto fare giochi e gare e salti e corse e capriole e squadre. Ma come succede nei paesi smarriti, qualcuno aveva iniziato a costruire la palestra e aveva promesso ai bambini che sarebbe venuta bellissima e che lì si sarebbero divertititi e blablablablabla. E invece all’improvviso i grandi e i loro blablabla abbandonarono i lavori iniziati e lasciarono la palestra senza tetto e senza pavimento. La lasciarono senza stanze e con tanti ferri che fuoriuscivano dai mattoni, come dei vermi giganti e puzzoni pronti a morderti. Anche per questo i bambini smisero di parlare. Per protesta ai blablabla dei grandi e a tutto ciò che lasciavano incompiuto. Come la palestra. E così il tempo passava e passava in questo paese galleggiante dove i bambini non parlavano e i grandi non vedevano.
Poi un giorno, mentre il paese smarrito fluttuava nel cielo, successe qualcosa di inaspettato.
Arrivò dal cielo azzurro, bucando una nuvola che se ne stava tranquilla per i fatti suoi…un pallone. Di quelli che se lo spingi con i piedi, stai giocando a calcio, se lo fai rimbalzare con le mani sul pavimento, a basket, se lo sollevi verso l’alto con le dita a palla a volo, se lo scagli contro qualcuno per colpirlo, a palla avvelenata e così via. Uno di quegli oggetti magici e perfetti, che puoi farci un mucchio di cose. E il pallone arrivò proprio nel momento preciso in cui i bambini erano dentro l’Incompiuta. Atterrò nel centro di quel triste edificio, rimbalzò sul pavimento che non c’era e continuò a rimbalzare scavalcando i muri. I bambini allora balzarono in piedi e iniziarono tutti insieme a inseguire il pallone che rimbalzava e rimbalzava senza mai fermarsi. Rimbalzava sulle strade strette, su quelle in salita e quelle in discesa, rimbalzava sui tetti, sui balconi, sulle antenne, sui tavolini del bar, sulle teste dei passanti e i bambini gli correvano dietro. E mentre correvano all’improvviso uno di loro iniziò a gridare ed era un grido bellissimo, di quelli che arrivano dal cuore. Era il grido della felicità. E anche gli altri bambini iniziarono a gridare la felicità che veniva dal cuore. E tutti a correre dietro il pallone che rimbalzava e rimbalzava gridando e dicendo finalmente …. parole! E tutto questo gridare fu notato dai grandi tristoni, che sentirono un suono che avevano dimenticato. Le voci felici dei bambini. E uno, due cinque, cento, millemila adulti alzarono lo sguardo dai lacci delle scarpe e videro il pallone rimbalzare e videro il cielo. E così tutti lasciarono le cose che stavano facendo e iniziarono a correre dietro i bambini che rincorrevano il pallone. E tutto il paese correva e correva gridando di felicità. E queste grida che echeggiavano nel cielo, fecero fermare il vento e il paese così si poggiò su una vallata bellissima. E quando si fermò, uno dei bambini, in quell’attimo preciso, riuscì ad acciuffare il pallone, lo tenne stretto tra il fianco e il braccio e disse: “Ora giochiamo!”.
E da quel giorno, il paese non fu più smarrito e trovò un Riparo alle sue spalle e il Santo che avevano tanto Sperato. Da quel giorno i bambini ritornarono a giocare e a parlare e a chiedere quello che spettava loro. E i grandi, che avevano smesso di guardarsi i lacci delle scarpe, ripresero ad ascoltarli. La prima cosa che i bambini chiesero, fu di finire l’Incompiuta. Perché volevano un luogo dove giocare. Perché tutti i bambini del mondo, hanno il diritto di avere un luogo dove giocare e di non pensare mai che chiederlo sia inutile.

Tizianeda

La camminata

“Ora prendi una corda, la colleghi tra due palazzi del Corso e ci cammini sopra urlando contro quello”.
Il consiglio dato da un amico matto in un momento di piccolo sconforto era perfetto, visti gli eventi. E Tizianeda per un attimo si è immaginata sopra la fune tesa sulla via principale della sua città, nell’ora del passeggio compulsivo, a fare la sua camminata “disinvolta” e a gridare improperi contro “quello”. Sarebbe stato bellissimo. Ma poi ha desistito nell’intento, ritenendolo un po’ impegnativo e sorridendoci sopra.
Insomma è successo questo.
Si trovava dentro l’unica multisala della sua città, piena di ragazzini accorsi per la visione di un film. C’era anche la tredicenne. Lei avrebbe visto il suo film con le amiche e Tizianeda, contemporaneamente, “The Walk” . Il film racconta la storia di come Philipp Petit, il funambolo piccino e potente, nel 1977 ha steso una fune tra le Torri Gemelle e ci ha camminato sopra. Come avrebbe dovuto più o meno fare lei, secondo il suo amico matto.
Tizianeda, che su questo blog aveva parlato di Petit e del senso del funambulare, che aveva letto su di lui un mucchio di cose subendone la fascinazione, questo film lo doveva vedere.
“Ma scherza il biglietto non glielo posso fare, lei è l’unica spettatrice ci perdo un mucchio di soldi!”
“Ma signor proprietario dell’unica multisala cittadina, non mi può fare questo, faccia un’eccezione, ci tengo molto a questo film, mi regalerebbe due ore di bellezza…”. Però il proprietario dell’unica multisala della città, in faccia a Tizianeda neanche l’ha guardata, lasciandola lì sola mentre parlava in mezzo alla folla festante di ragazzini e con la nostalgia di quell’atto del funambolo solitario e intimo, come solitaria e intima è la poesia. Lei si è sentita la piccola fiammiferaia più nerd dell’universo, perché lei non girerebbe mai le spalle a chi le sta ancora parlando.
E Tizianeda, piccata e furente, avrebbe voluto tanto stendere la fune tra i palazzi, come le ha suggerito il suo amico matto. Ma in fondo anche le parole scritte sono una fune tesa sulla quale lei cammina da un po’. Da lì può dire e raccontare il mondo che osserva muoversi ignaro, con tutte le sue complicanze multiformi.

p.s.: Tizianeda è intenzionata a tornare nell’unica multisala cittadina, per vedere il film. Lo farà lunedì al penultimo spettacolo. Perché prima ci sono gli incastri e dopo c’è casa. Ha deciso che se non si raggiungerà il numero legale imposto dal padrone dei cinema, i biglietti mancanti (bisogna essere almeno in quattro) se li comprerà lei, perché anche la piccola fiammiferaia più nerd dell’universo, da qualche parte, ha un ego funambolico e immenso.

petit

Tizianeda

Dimenticanze

E’ un periodo che Tizianeda dimentica tutto. Non che sia mai stata particolarmente solida in fatto di memoria. Ma ultimamente è peggiorata.
Dimentica gli appuntamenti e di pagare le bollette. Dimentica di richiamare a chi deve richiamare al telefono, dimentica questo e quello. Dimentica le chiavi di casa nel suo studio di avvocata e le chiavi del suo studio di avvocata che è un piano sotto i 90 mq, a casa. E così va su e giù per recuperare gli oggetti abbandonati. Dimentica dove ha parcheggiato la macchina, sempre. Ormai i negozianti della zona stanno attenti dove lei la lascia e quando la vedono aggirarsi smarrita e trafelata – il più delle volte munita di minore da accompagnare, – capiscono e le danno le coordinate guardandola con rassegnazione. Dimentica di andare dall’estetista e dal parrucchiere, spedire le raccomandata e cosa ha fatto cinque minuti prima. Dimentica il catechismo del mercoledì. Anche se lì c’è la mamma vecchietta che la chiama per assicurarsi che non si sia dimenticata. Dimentica quello che le dice di fare lo Sposo Errante dalla città altra e lui ha paura che si dimentichi. E lei gli dice sì sì tranquillo mi ricordo e invece no si dimentica. Non si dimentica i nomi dei suoi figli. Quelli no. E neanche il loro volti belli. Ha paura di dimenticarli da qualche parte, però. A volte ha un sussulto e si accerta che tutti siano a casa. E quando non li vede si spaventa. Ma poi ricorda che sono da qualche parte e che tutto è più o meno sotto controllo. Prova a non dimenticare mai di dire grazie, prego, per favore e di essere gentile. Non dimentica le persone che ama. Anche se a vote le trascura. Dimentica di struccarsi la sera. Anche se lei si trucca pochissimo. Non dimentica mai che il novenne, il sabato da scuola esce a mezzogiorno. Ma soltanto perché lui prima di andare via glielo ricorda. Almeno tre volte. Perché sa che ha una madre che dimentica. Non dimentica di abbracciare e di baciare. E non dimentica come si fa ad abbracciare e baciare. No questo non se lo dimentica. Dimentica gli ombrelli nei luoghi in cui si ferma. Ci sono decine e decine di ombrelli che Tizianeda ha dimenticato negli anni. Lascia tracce del suo passaggio nei giorni di pioggia. Lascia la certezza che se l’ombrello è stato dimenticato, quel giorno e in quell’attimo preciso, ha smesso di piovere. Non dimentica di scrivere per il blog. Non dimentica di scrivere un po’ ovunque, per fermare i pensieri e non lasciarli andare, farli rapire dalla dimenticanza. Ricorda i gesti protesi, dimentica le offese. Ricorda proprio quell’attimo lì di un giorno qualunque e ne dimentica tanti altri, senza sapere il perché. Non dimentica di stupirsi e ricorda la parola “prodigio” e il suo significato profondo. A volte si dimentica che la vita è fatta di attimi di fugace bellezza, da cogliere senza pensarci troppo. Ma c’è sempre chi glielo ricorda, per fortuna. Lei ricorda e dimentica. La sua memoria è selettiva. Ultimamente di più. Seleziona moltissimo. Starle accanto a volte è faticoso. Ma per fortuna, chi lo fa, sembra dimenticarsene.

Tizianeda

Pensa che avrebbe voluto abbracciarla

E insomma, anche Tizianeda ha guardato a lungo la copertina della rivista che parla di moda e immagino anche di altro. Quella di cui se ne è parlato tanto, ed è successo un putiferio per quella ragazzina fotografata, seduta su un pavimento, appoggiata a una parete, con i jeans anni ’80, un dolcevita nero, degli stivaloni pelosi come un pupazzo del Muppet Show e che tutti hanno definito anoressica, malata, emaciata, scandalosa. L’ha voluta guardare a lungo questa ragazzina che ci fissa senza l’accenno di un sorriso e la bocca socchiusa (ma perché le modelle le fotografano tutte con la bocca socchiusa e senza l’ombra di un sorriso?).
E ha letto tutto il parlare che c’è stato dopo, dei difensori della taglia 40,42,44,46,48 ecc…Perché la ragazzina seduta per terra, appoggiata a un muro e lo sguardo rassegnato, gli stivali pelosi, che è alta alta e ha un corpo di bambina ossuta, ha la taglia 38. E giù a dire che è brutta, che è bruttissima che è un inno all’anoressia e cose così. E lo sa Tizianeda che l’anoressia fa paura, che è una malattia dell’anima che grida attraverso un corpo che piano piano scompare e che chi ha riviste del genere qualche domanda se la dovrebbe pur fare. Ma ha anche pensato che con le nostre crociate su quale sia la taglia migliore, il modo migliore di portare il proprio corpo nello spazio, abbiamo fatto scomparire la ragazza appoggiata al muro, cui il cinico mondo degli adulti ha detto di sedersi in quel modo lì. Che è stata truccata e vestita e svestita e pettinata da mani altre. Un mondo di grandi attorno a quella ragazzina, che poi magari lei è proprio magra così, come tante altre ragazzine che si sono sentite accusate per la loro taglia 38, che sono così anche se mangiano come camionisti dai succhi gastrici ipertrofici.
E Tizianeda, non riesce a non pensare alla modella che forse non è ancora maggiorenne e al mondo degli adulti che sottrae bellezza e innocenza e che per vendere prodotti usa i corpi e lo fa così bene, che noi che osserviamo, non li vediamo nemmeno più, vediamo soltanto un’idea, un concetto, vediamo il riflesso della nostra ostinata posizione da difendere.
E Tizianeda pensa alla ragazzina, a tutte le ragazzine con i loro corpi in divenire, pensa a sua figlia di tredici anni che si confronta con il mondo, portando il suo corpo che deve imparare ad amare e scoprire. Pensa a tante cose Tizianeda, che le hanno trasmesso gli occhi della modella bambina che il mondo degli adulti ha piazzato davanti a un obbiettivo, perché tutti la guardassero. Pensa che avrebbe voluto abbracciarla.

Tizianeda

Si salvi chi può

A proposito della famigliola ovvero si salvi chi può.

Nel sud suddissimo l’autunno non è arrivato, si esce con abiti leggeri, ti chiedi quando giungerà il momento di sottoporti alla tortura del cambio dell’armadio e ci si lamenta del caldo, delle stagioni che non sono più le stesse, sognando sciarpe, giacche e abiti pesanti. Anche se, diciamolo, è un po’ come lamentarsi del sole, del cielo azzurro, del fresco vento di giugno, della possibilità di passeggiare anche la sera tardi senza ibernarsi. La verità è che qui c’è l’ostinazione dell’estate e le stagioni sono anarchiche, un po’ come le nostre teste. Però, anche se l’autunno non è giunto con il suo carico di fresco, i ritmi non sono più quelli vacanzieri e anche la famigliola è ritornata da più di un mese in modalità “si salvi chi può”.

– Lo Sposo Errante ha ripreso a imprecare contro la sveglia all’alba, i treni che sopprimono senza tenere conto della fatica e dei bisogni degli erranti di questo sud suddissimo, la lontananza, la stanchezza. Però la sera torna a casa consolato dall’idea che ad attenderlo al suo posto, fermo e immobile e pronto a ricongiungersi con lui, c’è il suo fidanzato basso elettrico supersonico. Tizianeda sa che con un basso elettrico supersonico non può competere e lo lascia fare. Anche quando prova per ore e ore lo stesso pezzo, con l’ostinazione di un folle. Lo lascia fare e si astiene da ogni azione di rappresaglia. Perché si sa, l’amore è amore. Specie quello dello Sposo per il basso.

– La ragazzina tredicenne, neofita liceale, ha iniziato a scuola un corso di teatro, anche se allo stato va lì e non riesce a parlare, perché…la timidezza le blocca le parole. La sera però si consola guardandosi la sua serie TV preferita. Una storia rilassante di zombie sociopatici che mangiano gli umani e di umani stressati che ammazzano zombie sociopatici.

– Il novenne quest’anno dopo aver provato, nel corso della sua vita, multiformi sport : calcio, nuoto e taekwondo, ha deciso quello perfetto per lui: la scherma. Quando ha iniziato la scuola calcio, usava i coni poggiati a terra come binocoli, non ha mai interagito con il pallone, e preferiva correre per il campo come se i compagni di squadra fossero lì per un mero accidente. Del nuoto non amava le immersioni, gli schizzi e forse l’acqua al cloro. E poi lui avrebbe voluto indossare la maschera e il boccaglio ma non gli era permesso. Del t. non tollerava il contatto fisico e il fatto che si dovesse stare scalzi. Eccezionalmente gli consentivano l’uso dei calzini. Gli piaceva lo spogliatoio però, perché fuori c’era scritto che era per gli atleti. La scherma invece la fa con entusiasmo e concentrazione. Non ci sono palle da inseguire, elementi naturali dentro cui adattarsi, e le spade mantengono la giusta distanza tra gli avversari. Tizianeda da par suo se lo immagina come D’Artagnan, Don Chisciotte o uno di quei cavalieri salvatori di pulzelle accorate. Ma lei si sa, va sempre oltre con la fantasia e l’amore. L’importante è che si diverta.

– Quanto a Tizianeda…vabbè facciamo la prossima volta. Il post è davvero troppo lungo.

Un saluto allegro a tutti voi. E buon fine settimana.

Tizianeda

I baci ricevuti nel sonno

Ciao voi due. E’ da un po’ che non vi parlo da qui. Da questo mio cuore matto di mamma, da questa composizione di pezzi presi da mille altrove.

Ciao ragazzina. Che quando ti avvicini a me per farti abbracciare, quando l’adolescenza che è distanze ci dà un po’ di tregua, mi avvolgi tutta con quel corpo tuo morbido e bello, e io mi vedo piccola e scompaio e mi fondo e mi immergo con te nel liquido amniotico che ci ha generato. Lo so a volte mi faccio pretesa di mille fare. Studia, obbedisci, lavati, vestiti, sbrigati, chiudi il cellulare, apri i libri, non ti distrarre mentre studi, non mangiare porcherie, vai a letto, lavati i denti, pettinati, il deodorante, non rispondere, rispondi per favore, quelle scarpe no, apparecchia, sistema i tuoi vestiti nell’armadio, non essere superficiale e cose così. E più spesso forse dovrei dirti semplicemente, ti voglio bene e mi piaci un casino. Più spesso dovrei lasciarti essere, piuttosto che chiederti di fare.

Ciao ragazzino, che hai quasi dieci anni. Tu che tieni stretta la tua infanzia per non disperderla nel mondo degli adulti e io so che devo aiutarti invece a lasciarla andare. E’ difficile con te che mi assomigli tanto e ti porti addosso tutta la tenerezza spiazzante degli uomini. E devo trovare la misura giusta tra gli abbracci e le distanze che ti fanno respirare e allargare i polmoni. L’indipendenza nasce dai gesti fatti in solitudine, come un primo volo. Muoversi nello spazio è importante come la conoscenza delle parole. E’ a te, che chiedo sempre più di fare. Perché ogni gesto imparato prende la misura delle nostre possibilità, facendoci diventare grandi.

Ecco è tutto, miei tutti belli, almeno per ora. Portate dentro di voi la memoria dei baci ricevuti nel sonno. Quelli sono i più teneri e preziosi.

Tizianeda

E poi sono tornata

Sono partita. Sono partita con quei due, la tredicenne e il novenne. Siamo andati nella città piena di cupole e campanili che mi piace, che ci devo ritornare per la sua bellezza che non smette di attrarmi, per la casa luminosa e riposante che mi aspetta ogni volta che arrivo. E lì, dentro, tra le stanze, i suoi abitanti ad accogliermi con “pane e tulipani”, ormai da più di quindici anni. Sono partita che era venerdì pomeriggio e tornata che era domenica mattina. Sono partita perché volevo essere mamma e basta e compagna di giochi, senza il fastidio degli incastri e dei doveri. Sono partita perché forse se cambiavo città, la finivo di svegliarmi quando è notte, in quelle ore in cui i sogni si fanno consistenti e ti raccontano quello che il giorno non ti sa dire. Sono partita perché settembre è stato una diga con l’acqua che trabocca. Bisogna allontanarsi, a volte, cercare un altrove quando senti di avere troppi cuori, troppi respiri e ritmi e battiti e parole e silenzi, troppe stanze abitate. Quando le vite si sommano e il tempo che rubi e ti ha reso ladra ti sperde. Sono partita, perché la lontananza ti fa vedere le cose da un’altezza serena che ti riconcilia. E poi, sono tornata e ho misurato la nostalgia, la mia, di chi ho lasciato ad aspettarmi.

Tizianeda