dicembre 2015 archive

Valicare soglie

– Imparerò a volare. Riprenderò a esercitarmi come quando ero bambina e lo facevo tutti i giorni nella casa della nonna Bianca, lanciandomi da una sedia. Se non ci sono riuscita ancora, è perché non mi sono applicata abbastanza.
– Andrò da Philippe Petit. Busserò alla porta di casa sua, forse sospesa tra le nuvole e gli dirò : “Ciao Philippe Petit, insegnami la tua camminata sfrontata, la tua sfacciata disinvoltura”. Lui, il matto, il visionario, il poeta del vuoto, il funambolo, mi porterà sul filo e imparerò ad amare la paura. Poi, quando sarò pronta, stenderemo una fune tra le montagne dello Stretto di Messina. Se cado volerò, perché nel frattempo avrò imparato a farlo.
– Parlerò nei sogni con le mie nonne, perché a volte mi mancano e vorrei raccontare loro chi sono diventata e i cammini non sempre lineari che mi hanno fatto da strada. Chiederò la loro benedizione, perché dalle loro vite antiche io provengo.
– Viaggerò nel tempo. Tornerò nel passato da una ragazzina appena dodicenne. La troverò seduta vicino a una finestra, a guardare fuori i passaggi del cielo. Andrò per abbracciarla. Le dirò parole che noi sole sapremo. Mi sorriderà con i suoi occhi belli, la porterò via con me, nel mio tempo rinato di donna, accogliendola nel mio cuore. Anche se tutto questo, forse, l’ho già fatto da un po’.
– Andrò nel luogo più sperduto e vuoto della terra. Mi farò trasportare da un battito di mani. Mi godrò il silenzio. Poi però torno a casa ché ho un po’ di cose da fare e molto da dire e da dare e da amare.
– Soddisferò le urgenze del racconto. Salirò su un palco e non sarò da sola. Lo farò perché bisogna credere nei sogni. Perché so che le passioni sono incontri possibili che bussano insistenti alla tua porta e non le puoi ignorare. Perché quando si arrendono e vanno via, poi non tornano più. Lo farò perché non è mai troppo tardi per raggiungere se stessi. Lo farò per me, per chi proseguirà il mio narrare, per chi dal mio respiro e battito ha avuto inizio. Lo farò per le mie nonne. Per quello che loro non hanno potuto fare o essere. Lo farò per quella bambina di dodici anni che guardava sempre dalla finestra i passaggi del cielo e sognava un altrove diverso. Lo farò per dire che è possibile, nonostante la fatica e le complicanze della vita e i nostri limiti uggiosi e a volte malinconici. Lo farò per ricordarmi che ogni volta che si entra in un anno nuovo, stiamo valicando soglie, ci stiamo spostando un passo più in là, celebriamo la possibilità di un cambiamento.Lo farò per celebrare il tempo che passa e con lui le ore e i giorni e i mesi, che ci vibrano attorno come una composizione musicale a volte armonica, a volte dissonante, ma dentro la quale bisogna provare a danzare.

Buona vita a tutti voi. Vi soffio dal 2015 il mio saluto allegro e ballerino.

Tizianeda

Il mio bacio ancora e ancora di più

Custodite nei cassetti profumati il vostro intimo di donna preferito, ma conservate in un angolo i pigiami per i giorni di tempesta, per gli attimi di ribellione, o di riposo. Arieggiate gli armadi, fate danzare per le stanze gli scheletri, liberandoli per qualche ora. Indossate vestiti che dicono di voi senza pudori, bruciate quelli che non vi raccontano più. Prendete le scarpe che accompagnano i vostri passi nel mondo fuori, ma dentro di voi sentitevi sempre scalze. Sedetevi davanti allo specchio che vi riflette meglio e guardatevi. Guardatevi negli occhi a lungo, riconoscendovi. Nessuno potrà vedervi come voi vedete voi stesse. Lasciate che il vostro volto vi dica chi siete. Sorridete o piangete. È la stessa cosa. Oppure sorridete e piangete raccontandovi di nascosto la vita. Emozionatevi per quello che siete. Scegliete le scarpe che volete calzare. Siate il principe azzurro di voi stesse. Vestitevi di femminilità e uscite.
L’augurio che vi faccio, mie amate donne, per questo Natale, non è di ricevere. I doni arrivano quando devono arrivare, non stateci a pensare troppo. Vi auguro di dare, tanto, con leggerezza, della vostra essenza ritrovata. Di raccontare la vostra visione del mondo, senza paura.
E a voi, miei amati uomini, auguro di esserci (con tutto quello che una parola così potente dice), mentre osservate il vostro incedere tra le cose.
A tutto il resto, pensiamo noi.

P.s.: Tizianeda si ferma per qualche giorno. Ma dopo il 26 dicembre torna, perché non può stare a lungo lontana da qui, ché poi le manca l’aria. Non si riposerà dalle parole. Questa settimana si dovrà concentrare su un progetto importante da concludere. E anche io, Tiziana, vi lancio, come un bacio soffiato, il mio Buon Natale. Soprattutto lo invio a tutti i piccoli della terra, a chi subisce senza potersi difendere, vedendosi stravolta la vita. E ai bambini che sorreggono il mondo con la loro struggente innocenza, il mio bacio, ancora e ancora di più.

Tizianeda

Svuotare l’anima

Quando è tornato a casa, lei è andata incontro a lui, come solo le donne sanno fare. In quel modo unico. In quel modo morbido e silenzioso. Ha allargato le braccia e poi le ha cinte attorno al collo, appoggiando la  guancia alla sua. Un movimento che mi è sembrato di riconoscere, che mi è sembrato appartenermi. Lui ha sorriso e ha cinto la vita di quella ragazzina in punta di piedi. Io ero lì seduta sul lettone, con il computer acceso, in attesa che una storia arrivasse. Ho alzato lo sguardo e per incanto le parole hanno avvolto quel padre e quella figlia che si abbracciavano. Lui stringeva la figlia e abbracciando lei, stringeva in un viaggio nel tempo e nello spazio la madre che l’aveva generata. Lei, la ragazzina che abbracciava il padre, in quell’attimo intimo avvolgeva gli uomini che un giorno avrebbe amato. E c’era questo presente fugace, c’era il passato madre e un futuro da aspettare. Tutto sembrava lì immobile, in quell’ immagine, come un prodigio.
E mi è quasi venuto da piangere ché la vita, a volte, ti fa questo effetto strano. E la bellezza quando ti esplode davanti e sai che non hai fatto nulla per meritarla, ti commuove. Almeno a me succede così. Come l’amore ché anche quello, mica te lo meriti. Quello ti arriva e basta, anche se sei un essere umano piccino, pieno di limiti e piccolezze e pesi e troppi silenzi sparsi nell’anima. E però se arriva, sì se l’amore arriva così addosso come la pioggia, è perché c’è sempre qualcosa di unico e straordinario da salvare dentro di noi. E insomma tutto questo, ogni volta, mi emoziona. E come ho spiegato a un amico – per non terrorizzarlo di avere innanzi un essere irrazionale, emotivo e perlopiù incomprensibile –  a noi femmine, esplode improvvisa, l’urgenza di svuotare l’anima. E lo facciamo così, senza troppi convenevoli, trabocchiamo. E forse traboccando riempiamo questa vita imperscrutabile e sfuggente, di quel tanto di umanità intima che ci salva.

Tizianeda

Il profumo affettuoso delle crispelle

“Siamo arrivati!! Uuuh, ma stai già friggendo! Aspetta che ne prendo una … mmmh … mizzica ( esclamazione indigena – n.d.a.) ma è buonissima. Ma ci sono anche i pomodori secchi … e tu che stai mangiando? Pasta e ceci? E’ di là? Vado subito … ma che tavola imbandita … anche qua ci sono le crispelle…santo cielo…ho portato il salame lo poggio qui … anche i confetti colorati e come mai?… oh, ma ciao e ciao, ci sei anche tu? Ciao …”.
Tizianeda con la famigliola, l’8 dicembre, che è festa anche nel sud suddissimo, si è recata per l’ora di pranzo, nella casa di un’altra famigliola, che Tizianeda conosce da 25 anni e forse anche di più. Che è tantissimo e a pensarci fa venire i brividi. Lì il capo famiglia, che è la donna con gli occhi da aliena e i capelli color della terra, friggeva e friggeva e friggeva la pietanza della città sbilenca tipica di quel giorno: le zeppole (o crispelle). Loro, le zeppole o cripelle, sono un impasto lievitato di acqua e farina, che gli dai una forma di pallina e dentro se vuoi ci nascondi un pezzo di acciuga o di pomodoro secco o di roba piccantissima che se non sei abituato e la mangi, forse muori. E tutta la casa profumava di zeppole e anche il capo famiglia odorava di crispelle e anche tutti gli ospiti dopo pochi secondi che si aggiravano per la casa odoravano di crispelle. E tutta la città odorava di crispelle . Che è un profumo che ti si appiccica addosso e se ne va solo dopo l’Epifania, se ti va bene. E lì nella casa, c’erano i due figli degli ospitanti che il decenne non vedeva l’ora di starci, perché dice che sono molto interessanti. E non c’era il terzo figlio, però, che è un musicista come il padre, perché ha fatto un giro lunghissimo per la terra e si è ritrovato in Australia. Che ora gli australiani saranno felici per questo ragazzo bellissimo, che Tizianeda lo ha visto da quando era nella pancia della sua mamma, che già lì dentro, tra battito e respiro, ha iniziato a imparare la musica. E c’erano tanti amici che Tizianeda ci sta bene e anche la donna con i capelli arancioni, che ha indossato per tutto il tempo, un natalizio cerchietto accessoriato di corna con orecchie dell’alce di Babbo Natale. E anche l’amica che friggeva e friggeva aveva il cappello di Babbo Natale con le treccine. E Tizianeda ha indossato una parrucca color turchese, perché in quella casa ci trovi dentro tutte cose così, tipo parrucche, sculture in legno, armoniche a bocca, chitarre, piccoli lavatoi di ferro che se li appendi al collo, poi li suoni con i cucchiaini. E così si è suonato e cantato e poi una donna e un uomo che sono molto bravi, hanno recitato con il leggio un testo allegro, smaliziato e malinconico di Teocrito e una poesia che tutti abbiamo riso bene. E poi c’erano anche i genitori del musicista padrone di casa e la zia del capo famiglia, la zia Miranda, che ha regalato a Tizianeda e alla Donna con i capelli arancioni delle perle di sapienza, delle lezioni di vita, dei consigli che solo una donna saggia e sagace sa dare. E della zia Miranda ci siamo innamorate, ché ogni donna dovrebbe avere una zia Miranda in casa, o all’occorrenza.

 
P.s.: i confetti colorati nella casa degli amici erano lì, perché il 12 dicembre di 25 anni fa, pochi giorni dopo l’8 dicembre, la donna con gli occhi di aliena e i capelli color della terra e il musicista dal cuore matto, si sposavano. Io a quel matrimonio c’ero. Ero una bambina in fondo, proprio come loro. E a loro e a tutti noi auguro che la vita abbia, per quanto possibile, il profumo affettuoso delle crispelle, da riempire dentro il suo cuore morbido e segreto, come più ci piace.

Tizianeda

Inno alla lentezza

Questo è un luogo in cui tutto succede con calma. Come l’inverno per esempio, che non ha nessuna fretta di esplodere nell’aria. Come le foglie sugli alberi che si accartocciano con lentezza e cambiano colore a rallentatore. Come gli uccelli migratori, che ancora sono qui e li vedi su nel cielo, compatti ad allargarsi e stringersi come le maglie scure di una rete. Come il Vulcano dall’altra parte del mare, che soffia fumo come una oziosa signora. E così Tizianeda, in una mattina di caos e uffici in cui entrare e uscire, di carte da prendere per portarle nel suo studio di avvocata, di tedio e corsa, ecco in una mattina così che si riprometteva triste e monotona, all’improvviso in questa giornata dal gusto amaro, ha avuto un improvviso desiderio di dolci. E questo desiderio di dolci si è trasformato in un bisogno di concedersi un tempo fermo. Così ha guardato il cielo che era dell’azzurro dell’estate, anche se è dicembre, si è sbottonata la giacca perché l’aria era tiepida e dagli uffici è andata nella via della sua città sbilenca che cammina accanto al mare. La via che da lì vedi l’isola con le sue montagne bitorzolute che cambiano colore e un po’ più in là a volersi distinguere, il Vulcano sospeso, la montagna di fuoco, bella ed esibizionista con i suoi giochi di furore rovente e cenere. E insomma, Tizianeda è entrata in una gelateria che fa anche pasticcini e ha comprato dei cannoli che sono dolci siciliani, ma li sanno fare anche da questa parte del mare. Li ha comprati che la crema era al pistacchio. Poi si è seduta su una panchina, che se guardava a sinistra, vedeva l’Etna con il fumo che le usciva dal corpo, se guardava a destra tutto il marciapiede ampissimo, con i lastroni di marmo, pieni di strisce di cenere che il vento aveva trasportato dal cuore della montagna di fuoco. Se guardava davanti, c’era il mare che era di un azzurro irreale e placido. E se guardava in alto c’era la luce del suo sud suddissimo. E così, seduta sulla panchina più bella del mondo, Tizianeda che si sentiva piccola piccola davanti a tutto quell’immenso che le cadeva addosso, ha preso dal sacchetto della pasticceria il primo cannolo al pistacchio e lo ha mangiato lentamente, sentendo il croccante della cialda cedere al suo morso e così conquistare il morbido aroma della crema. Ne ha mangiato anche un altro di cannolo, che tanto erano piccoli e non era il momento di pensare ai risvolti calorici. Poi è stata ancora un po’ a guardare quella roba intorno, sopra, sotto, di lato, che sapeva di infinito e si è sentita proprio naufragare, come quel poeta di Recanati che le cose le sapeva dire veramente bene. Poi è andata via, anche se non ne aveva proprio voglia. E in quel tempo sospeso, lei si è sentita fortunata.

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Tizianeda

Tra alfa e omega

L’appuntamento è quotidiano. Apre la porta di casa, attraversa il pianerottolo, pochi passi, suona al campanello dell’appartamento accanto. Lei l’aspetta, prende gli occhiali per poter vedere i contorni delle lettere sfocate, prende i suoi libri che ha ripreso a studiare ed entra nei 90 mq con la ragazzina. Si siedono vicine davanti a un tavolo pieno del disordine scolastico di un’adolescente. Una ha 83 anni, l’altra 13. Una cifra in comune dentro un abisso temporale. Una è la mamma vecchietta, l’altra è la tredicenne, la prima nipote, la prima figlia, la liceale neofita, l’apprendista di lingue, suoni, accenti, regole grammaticali, costruzioni architettoniche di frasi e pensieri che vengono da lontano, che stimolano la nostra memoria atavica, che marcano un territorio, che segnano l’appartenenza e l’origine. Il greco e il latino. Nonna e nipote studiano insieme, viaggiano sulla strada tortuosa di lingue antiche, di sonorità pronunciate in un tempo altro da donne della loro stessa età, da altre nonne e da altre nipoti. Io, quando sono lì, tra le stanze, le spio, mi soffermo, le ascolto, le osservo. Guardo la mamma vecchietta – ogni giorno sempre più vecchietta – ringiovanire mentre pronuncia formule magiche contenute in un alfabeto che oggi la nostra lingua nasconde nei suoni. Guardo la ragazzina imparare lingue che non parlerà mai quando andrà in giro per il mondo, ma che in qualche modo viaggeranno dentro di lei, raccontandola. Le guardo, io che quando studiavo intrappolata tra mille alfa e omega, mia madre non la volevo, perché troppo presente, troppo assillante, troppo professoressa, troppo madre, troppo tutto. Io che preferivo leggere di nascosto “Cent’anni di solitudine” fino a che gli occhi non mi scoppiavano, piuttosto che immergermi in meccanismi arcani. Io che ero figlia, adolescente, insicura, arrabbiata, piena di silenzi dissonanti e spigolosi in cui cercare di trovarmi e amarmi.
Oggi che sono donna – che ho attraversato boschi, che mi sono esplorata, scoperta e riscoperta, che sono fiorita trovando le parole con le quali dirmi, che so che ancora altre parole arriveranno, che ho trovato posti dove stare bene dentro di me, che ho decostruito e costruito, che ho accolto limiti e mancanze, che a volte le insicurezze risalgono dal fondo, che ho accettato di non avere spesso risposte, che quando mi schianto mi aspetto, che ho imparato a essermi paziente e ad accudire l’impazienza – oggi sono la bilancia tra questi due mondi. Il pianeta allineato, tra quello che mi ha generato e quello che è nato dal mio corpo distaccandosi. Sono la figlia e la madre. Oggi sono la donna che lascia tracce per la ragazzina e sono la donna che accoglie la madre, sentendomi parte del meccanismo armonico dell’universo. Un meccanismo di cui assecondo, come tutte le donne, il movimento circolare. Sono la storia che compone una storia più grande e in divenire. Oggi, che so e che sento e mi muovo e avvengo.

Tizianeda