aprile 2016 archive

Nel regno degli Elfi

La famigliola è tornata. Aveva abbandonato per qualche giorno la  Terra di mezzo, e portato le  dimensioni Hobbit nel regno degli Elfi, dove gli abitanti sono  biondi, alti, fighi e ti sorridono gentili quando si accorgono da lassù che sei laggiù. Sono arrivati in una città che era primavera, ma faceva freddo come un inverno rigido del sud suddissimo. Sono arrivati in una città che le case sono alte e strette, tutte in fila, attaccate l’una alle altre come sorelle che si somigliano, con grandi finestre che se vuoi ci guardi dentro e vedi gatti pelosi e umani, entrambi indifferenti agli sguardi curiosi dei passanti. Sono costruite con  mattoni che non sai bene che colore sia. Un po’ porpora, un po’ marrone, un po’ arancio, un po’ blu cobalto, un po’ giallo. Molte sono inclinate in avanti come in un inchino e la cima assomiglia a una matita appuntita  disegnata su un foglio. E sono belle messe così, poggiate sull’acqua e sulle nuvole riflesse nei canali come dei quadri impressionisti. Perché la città in cui la famigliola  è stata ospitata, ha  tanta acqua che scorre e si insinua tra le strade e le case e per poter attraversare da una parte a un’altra, sali su ponti avvolti da  un vento gelido. Ti fermeresti anche a contemplare per ore i canali e le barche ormeggiate e la prospettiva delle case, ma se non sei abituato a quel freddo, rischi che lì ci rimani secco.  Sono andati in una città in cui le differenze convivono. Una città in cui accanto al fruttivendolo di fiducia, trovi il verduraio di fiducia che ti vende tante erbe, che però non si mangiano ma si bruciano dentro una cartina leggera e poi ti prendi il fumo e poi ti vengono gli occhi lucidi lucidi e fai una faccia strana. Almeno così le è sembrato a Tizianeda quando ha visto i clienti del verduraio. E quell’odore acido che ai minori  sembrava quello una bombetta puzzolente, era ovunque e a tutte le ore e si mischiava con gli aromi di fritto, di pesce o di caffè. Una città che  nelle vetrine vedi esposti vestiti, gioielli, scarpe, tazze e bicchieri, corpi femminili, giocattoli per bambini, giocattoli per adulti di tantissime forme e dimensioni. E non ti meravigli se girato l’angolo, vicina a questa varietà trovi chiese o congreghe religiose. Tizianeda ha anche notato che la città è sotto il dominio di una razza padrona superiore. Sono migliaia, occupano le strade, vanno velocissimi, non li puoi contrariare, non li  puoi ostacolare, ti possono insultare. Sono i biciclettisti  che con i loro mezzi di trasporto privati  sono ovunque a tutte le ore del giorno e della notte, occupano le strade, mettono  lucchetti ai ponti, invadono lo spazio aereo con il suono dei campanelli. I biciclettisti sono protetti, intoccabili e liberi. Come le vacche sacre in India.

La famigliola è andata anche  nei dintorni di questa città che ha i quadri di un certo Van Gogh, di un signore che si chiamava Vermeer e un altro Rembrandt, che hanno dipinto cose così belle, ma così belle, con una luce talmente magica che a Tizianeda veniva quasi da piangere a guardare le loro opere e non capiva cosa le stesse succedendo. Almeno non fino in fondo.

Hanno visto distese di fiori, villaggi di pescatori, mangiato panini con le aringhe, torte di mele. Hanno passeggiato dentro campi di Mulini a vento, che sono costruzioni che spuntano da terreno enormi e ferme e placide. Le pale che girano e girano, rilassano  con quel suono  del vento che si insinua nelle tele e ti senti come su un veliero con le onde del mare che si oppongono inutilmente alla sua forza. Ed è una sensazione azzurra e bianca. E non sa se tutta questa meraviglia l’ha provata per tutto il fumo che ha inalato passivamente, o perché lei è proprio così.

Però, qualunque sia la causa, Tizianeda pensa che questa città che si chiama Amsterdam e i suoi dintorni colorati e le persone che ha osservato e con cui ha parlato, saranno per la famigliola un ricordo allegro e felice e rimarranno nel cuore e negli occhi, così come il vento gelido del nord nelle ossa, prima che il caldo del sud suddissimo lo sciolga.

 

Tizianeda

L’Armata Famigliola

Il primo a svegliarsi è stato il decenne, perché lui c’ha la cacca emotiva da partenza. “Mamma!” “Santo cielo cosa succede, che ore sono?” “Sono le tre” “Ancora è presto, la sveglia è alle cinque” “Devo andare in bagno!” “Vai, dopo fatti il bidet, lavati le mani,  coricarti e non ripassare da qui per favore” .

Poi la sveglia ha suonato alle cinque.

L’uomo serio di casa ogni cinque minuti  ricordava il tempo rimanente per poter uscire da casa, che risuonava un po’ come un  “ricordati che devi morire”. Come succede sempre, prima che la famigliola  parta per un viaggio, i ruoli sono perfettamente distribuiti. Lo sposo entra in modalità  perdiamo l’aereo, i minori vagano, Tizianeda perde tempo. Però, da brava donna del sud suddissimo ha preparato i panini, ché il cibo da asporto  per il meridionale è come la copertina di Linus.

Poi sono arrivati in aeroporto puntualissimi. Sono saliti sull’aereo e Tizianeda, come le capita sovente quando deve gestire più di due numeri ha fatto confusione con i quattro posti a sedere numerati. “Sembriamo l’Armata Brancaleone” ha sentenziato lo sposo.  Poi sull’aereo è arrivato il momento che i minori preferiscono, oltre la vista delle Eolie e del Vulcano che era di una grandezza impressionante: lo smistamento delle vivande ai passeggeri. “Mamma, sono gentili questi signori che ti danno da mangiare” “Sì decenne, si chiamano hostess e stuart”.

“Signora questi due ragazzini, sono figli suoi?” a un certo punto le hanno detto l’hostess e lo stuart distributori di vivande. Tizianeda ha avuto un attimo di terrore. Ha pensato che quei due, avessero combinato qualche guaio, che li avrebbero fatti scendere  dall’aereo prima del tempo, che li avrebbero rinchiusi nella cabina con il pilota per ricevere tutta la famigliola un sonoro cazziatone, che una volta arrivati li avrebbero consegnati alle forze dell’ordine. “Ehm sì, signori hostess e stuart…” “Complimenti signora, sono molto educati e gentili, non ci capita spesso, sa?” “Oh ma davvero … grazie grazie signori hostess e stuart”.

E così Tizianeda – contenta assai di aver scansato il cazziatone di tutto l’equipaggio con disapprovazione cosmica dei cieli – è arrivata con la famigliola-armata Brancaleone, nella città di Roma, per prendere da lì un altro aereo.

Per andare dove, ve lo racconterò presto.

Un saluto allegro e cosmico a tutti voi!

 

 

Tizianeda

Vorrei, anche per te

“Mamma mi sono sentito in imbarazzo! Sai quanto i miei compagni ragionano per stereotipi …”

Lo so decenne, lo so quanto sia difficile dire e fare la cosa giusta. E’ difficile anche per noi adulti raccontare chi siamo, quando capiamo di avere una visione delle cose non allineata. Ma in fondo non è sempre importante che gli altri comprendano.

Così la maglietta l’hai messa nella zaino con il suo pacchetto. Era il regalo per il compleanno di un tuo compagno, che io come al solito compro in ritardo perché sono disorganizzata e incasinata. Lo hai portato a scuola, contento. E  lo immagino il tuo sorriso, quello che mi fa impazzire. E  immagino il momento preciso in cui il tuo amico ha visto  la maglietta con la scritta rosa. E mi sembra di sentirli gli altri, tutti attorno curiosi prenderti in giro, perché il rosa per loro è un colore da femmina e non da maschio. E  vedo te, che non sorridi più, nascondere la maglietta dentro lo zaino per riportarmela a casa. E non è colpa loro in fondo. Perché sin da quando nasciamo ci educano a fare distinzioni nette tra questo e quello, a catalogare, distribuire, dire tu, io, lui, lei, da quella parte, da quell’altra. Ci insegnano causa ed effetto rigide.  Come dire cosa e a chi e questo sì, questo no e fare, stare, dove, quando.  E abbiamo parlato poi, io e te. Ma in fondo non ti ho detto nulla di più di quello che tu già non sappia.  Ma vorrei che imparassi ad attraversare le visioni ottuse e piccole con la forza delle tue convinzioni, con la potenza del tuo sorriso che non può non incantare, vorrei che la tua calma insegni e il tuo stupore sbricioli i pregiudizi.   Vorrei che gli altri bambini, una volta adulti, capissero quante meraviglie si perdono se crescono dentro vestiti cuciti per loro da altri. Si fatica tanto per diventare noi. Ci si fanno i lividi, perché si cade e ci si rialza, perché le parole sanno essere  pietre che dobbiamo saper scansare, perché  imparare a capire e distinguere è spesso un viaggio solitario. Ma poi, una volta intrapreso, quanti incontri e quante possibilità, quanta conoscenza e divertimento e stupore! E magliette con le scritte rosa di cui non farai caso se a indossarle saranno maschi o femmine.

 

Tizianeda

#Lasciateliacasa

Era terrorizzata che lui potesse avere un crollo nervoso. Ogni tanto guardava l’afflitto per infondergli speranza nel futuro e la certezza che sì ce la poteva fare e che quel momento sarebbe passato. Ma non passava. Il braccio da dietro la tenda sbucava e appoggiava sull’appendiabiti umano altri vestiti, pantaloni, camicette, golf, giacche, accessori colorati. Mano a mano che la montagna di stoffe aumentava, lo sventurato sembrava invecchiare di qualche anno, piegarsi sotto il peso delle stoffe, perdere fiducia nell’umanità, di genere femminile perlopiù. Sommessamente infilava la testa dentro il camerino dove la compagna stava misurando tutto il negozio. “A che punto sei, andiamo?”. Lei rispondeva “Allora come mi sta?” e lui sempre :”Bene ti sta bene”, guardando non lei ma l’abisso davanti a lui. Poi la donna si è rivestita e sono andati via.

Tizianeda è certa che quando la donna del camerino indosserà i vestiti acquistati su consiglio del compagno, le amiche sincere o la madre spietata, come spietate sono solo  le madri, le chiederanno come ha potuto acquistare quel pantalone che le fa fuoriuscire tutti rotoli della pancia, la gonna che evidenzia il culone o la camicetta di quel colore che la fa tanto assomigliare alla prozia Concettina, che ha i baffi e il doppio mento. Così quei vestiti non verranno mai più indossati finendo dimenticati dopo tanto patire dell’uomo, nel fondo buio di un armadio. Quanto allo sventurato, che il cielo lo assista.

#Lasciateliacasa. Campagna a favore degli uomini costretti ad andar per negozi con le loro donne.

Tizianeda

Come un dispetto

Mia nonna si chiamava Ines. Amava la vita, la nonna Ines. La vita si ama nei gesti che indossi e nel modo lieve  con cui la attraversi. Così. Senza clamore, con grazia e momenti da gustare e silenzi da respirare e parole belle da dire a chi vuoi tu.

Ho comprato un cappello rosso, piccolo e leggero, da indossare inclinato su un lato, come faceva lei. Un vezzo da donne, un dettaglio che dice. Se scrivessi un libro, per esempio, io parlerei della nonna Ines e di quanto  lei amasse la vita. L’affetto per i giorni  è un cappello piccolo e leggero indossato sbilenco, è imperfezione che attrae. E’ quella cosa lì che  tiene incollati i piedi al filo del funambolo, anche se sotto c’è il vuoto con la bocca spalancata e ti guarda.  E tu lo guardi  se ne hai voglia e puoi decidere di fregartene.

Ho comprato un cappello rosso piccolo e leggero, così quando lo indosso,  mia nonna Ines mi ricorda da dove vengo e che non sono sola come una lettera messa lì a caso su un foglio bianco. Mi fa credere che c’è un senso di parole e frasi e storie da continuare a scrivere. Mi fa credere che io sono le storie che mi hanno preceduto.

Mia nonna mi ha soffiato nel cuore il suo affetto per le ore, da prima che nascessi, con i suoi geni folli. Io ora lo indosso questo amore. E’ rosso, piccolo, leggero, appena inclinato sulla testa, come un dispetto.

 

Tizianeda