luglio 2016 archive

Il fiore della mancanza

Si aggira per casa, a volte, come persa. Ha preso possesso del suo letto, cuscino, lenzuola, federa. “Mi annoio senza di lui” ha detto “e mi manca” ha continuato. La quattordicenne prova quel sentimento umano partorito dell’amore: la mancanza. Ce l’ha impressa negli occhi, nella camminata per le stanze, nel silenzio anche. Intima misura del suo sentire per il fratello, che in questi giorni non vagola nei 90 mq con la sua presenza invasiva. Partito con il suo gruppo scout. Niente telefonate, nessun messaggio. Coltiva pazientemente l’attesa di quando andremo, noi tutti della famigliola, a prenderlo e riportarlo a casa. Di quando lui, le andrà incontro, l’abbraccerà e insieme si allontaneranno in quel luogo diventato a lui familiare. Si racconteranno nel loro linguaggio esclusivo di fratellanza. Li vedo. Lo so. L’amore è un giardino nascosto che va coltivato. Bisogna tenerci, esercitare la tenacia e la cura. I fiori piantati sono tanti, tutti preziosi per creare l’armonia. Anche quello imprescindibile della mancanza, che ci sussurra e dice, che ci riporta con il battito e il respiro dove vorremmo essere.

Tizianeda

La bambina tartaruga

C’era una volta una bambina che guardava i passaggi del cielo da una finestra piccina, da una stanzetta, da un letto, da una sedia sopra il pavimento freddo, e sul muro c’era un quadro che dentro il mare era arrabbiato e la notte sopra indifferente.
C’era una volta una bambina che era piccola, che gli occhi erano grandi e seguivano l’andare delle cose.
C’era una volta una bambina piccina, che gli occhi erano grandi, che il cielo passava e passava e lei lo guardava e lo interrogava. Chiedeva al sole di non bruciarla e alla luna di chiamarla e alle nuvole di stupirla e alla pioggia di farla sorridere e al vento di portarla via da lì.
C’era una volta una bambina che un giorno cominciò a camminare, che gli occhi erano un universo di pianeti e stelle, che il cielo non passava più dalla finestra, che il sole divenne cattivo, che la luna si fece piccola, che il quadro dalla parete franò, che la pioggia si fermò in nuvole lontane, che chiese al vento di portarla via.
C’era una volta una bambina, che gli occhi divennero fermi, che aprì la porta, che uscì senza scarpe, che il cuore batteva forte, che aveva paura, che era coraggiosa, che la porta si chiuse alle sue spalle, che iniziò a camminare, che i piedi si ferivano, che lei non lo sentiva, che nessuno la vedeva, che respirava senza fare rumore, che non si fermava, che arrivò davanti al mare, che un tronco forte passò, che sopra il tronco si sdraiò e gambe e braccia lo abbracciarono.
C’era una volta una bambina, gambe e braccia e guance sdraiate su un tronco che galleggiava sopra il mare. E la pancia respirava sopra il tronco, che navigava e navigava e lontano la portava.
E la bambina sopra il tronco, divenne tartaruga e sorrideva e galleggiava. E c’era il cielo e c’era il sole che non bruciava e la luna sbiadita e piena e la pioggia lontana e il vento sopra che azionava meccanismi di nuvole e passaggi.
C’era una volta una bambina tartaruga con la casa nel cuore e nel respiro e nella pancia e un tronco che all’improvviso lasciò andare, per altri bambini sulle rive dei mari.
Ora lei sola, nuota tartaruga dentro l’acqua, lei che è acqua, lei che scorre silenziosa, che sorride coraggiosa, che la stanza non c’è più, che la casa è dentro di lei e guarda i passaggi del cielo che la riconoscono, perché è ingranaggio del loro meccanismo misterioso.

Ai bambini di ogni altrove che guardano i passaggi del cielo.

Tizianeda

Il gruppo whatsapp e la mamma vecchietta

“Ascolta Tizianeda, ho dato il tuo numero di cellulare a Don M., giusto nell’eventualità in cui mi dovesse dare comunicazioni urgenti”
“Hai fatto bene mamma vecchietta. Nessun problema”
“Stai tranquilla, sicuramente non ti chiamerà mai …”
La mamma vecchietta è andata al mare con padre. Lo fanno ogni estate. Lo fanno da più di quaranta anni. Lo fanno da quando Tizianeda e i suoi fratelli erano piccoli. Li affidavano per un mese al sole cocente e così scongiuravano le terribili influenze invernali che avrebbero stravolto la pace, la serenità, la gioia familiare. Almeno Tizianeda questo pensava, quando il supplizio di una spiaggia senza ombre, le faceva desiderare inverni gelidi, a letto e con la febbre.
Ormai, da un po’ i genitori di Tizianeda al mare ci vanno da soli, mentre lei ha sviluppato nel corso degli anni una certa attrazione per la montagna. L’allontanamento cittadino, ha indotto la mamma vecchietta a fornire il parroco della chiesa, di cui è assidua e zelante frequentatrice, del numero di cellulare di Tizianeda. Così per scrupolo. Per comunicazioni inattese, gite religiose all’ultimo istante, o magari qualche matrimonio, battesimo, funerale. Nessun problema le ha detto, anche se Tizianeda le chiese e i parroci non li frequenta ormai da molti anni. Ma almeno la mamma vecchietta è partita tranquilla.
Telefonate da Don M. Tizianeda, fino a oggi non ne ha mai ricevute. E ritiene che non ne riceverà mai. Don M., tuttavia, ha pensato bene di iscriverla nel gruppo WhatsApp della parrocchia, dove ci sono le amiche della mamma e ovviamente lui, il parroco. Ancora lei nel gruppo non ha mai interagito. Non crede lo farà. Ogni giorno, però, ci sono tanti messaggi. Perlopiù di carattere religioso. Di comunicazioni urgenti, come le aveva detto la mamma vecchietta, nessuna. Tizianeda si chiede se la mamma, non del tutto rassegnata per questa figlia poco allineata, ne sapesse qualcosa. Intanto, dal par suo, Tizianeda, zelante e precisa controlla i messaggi tutti i giorni. La mamma vecchietta invece sembra stranamente aver dimenticato questa incombenza assegnatale e non le chiede nulla in merito.

Tizianeda

Dentro al cuore

E succede che la domenica è andata lenta, che la sera prima Tizianeda è stata con lo sposo in un posto pieno di affetto e amicizia, tutti raccolti attorno a una donna, per farle una sorpresa, per dirle il bene che le vogliono. E Tizianeda ha pensato che siamo tutti dentro le nostre vite capovolte che corrono in direzioni non sempre facili e proprio per questo, proprio per questo, ci cerchiamo, per regalarci attimi di comprensione e bellezza. Ed è stato così ed è stato semplice, come sanno essere i bambini. Come quelli che Tizianeda ha visto il giorno dopo, quando ha accompagnato il decenne a una festa di compleanno della sua amica del cuore, M.S., quella bambina che a Tizianeda piace, perché è allegra, bizzarra, coraggiosa e mattissima come le persone che hanno dentro al cuore una libertà speciale. La festa era in un posto con tanti ombrelloni sulla spiaggia e il mare che finisce con delle montagne lontane lontane. E poi la sera quando è tornata per riprendere il decenne e portarlo a casa con lei, ha dovuto aspettare un po’, perché erano tutti in alto mare. Ed è un bel modo di essere in un posto con il mare che ti tocca. E allora Tizianeda ha pensato di togliersi le scarpe e di mettere i piedi nudi sulla sabbia fresca e andare un po’ più vicino alle montagne, che erano bellissime con le luci appiccicate addosso e i contorni che salivano e scendevano e saliva e scendevano a bitorzoli. E c’era la luna sopra che sputacchiava una luce squamata e il mare sotto che si muoveva e muoveva. E poi si è seduta sulla sabbia e ha detto “ora sto un po’ qui in silenzio ché il silenzio in un posto così è più silenzioso”. E però mentre pensava a queste cose profonde, sono arrivati alcuni di questi esseri, tutti a un passo dal lasciare l’infanzia per sempre e le si sono seduti accanto e c’era anche la festeggiata e l’hanno guardata e le hanno chiesto cosa ci facessi lì sola. E Tizianeda ha spiegato che lo ha fatto perché è bello sedersi in silenzio e guardare lontano lontano. E poi ha lasciato il silenzio e hanno chiacchierato un po’ fino a che non sono stati chiamati tutti per la torta con le candeline da soffiare sugli anni che passano. E ha pensato alla sera prima con l’amica tutta bella, che ha soffiato su 50 piccoli fuochi infilzati in un impasto zuccheroso, la somma del suo tempo qui. E poi non ha pensato più. Poi ha guardato la bambina M.S. con i suoi undici anni da lasciare in un soffio, e le ha augurato di rimanere così candelina dopo candelina, con dentro al cuore la sua libertà speciale.

Tizianeda

Cattive compagnie e altri timori

“Tizianeda, ma che ha detto tuo marito che ti ha vista vestita così? Non si è infastidito?”
“Mamma vecchietta, mio marito non mi vede come mi vesto, perché la mattina esce all’alba e poi lo sai come la penso e comunque sono vestita con i jeans, una maglietta e le scarpe alte … normale”
“E’ tutto attillato”
“Mamma vecchietta dovrei indossare un saio, vestirmi in modo asettico?”
“Una volta lo facevi, ma da quando frequenti gli artisti, ti vesti più appariscente…”
Secondo la mamma vecchietta Tizianeda si veste in modo sconveniente, lo fa di nascosto aspettando che lo sposo parta, frequenta artisti dissoluti che la porteranno verso la perdizione.
Tizianeda ascolta attenta e divertita i predicozzi della mamma vecchietta, ai quali, pensa, non crede più neanche lei. Anche se sono gli stessi da molti anni. Quelli che a quindici anni le facevano venire i bollori alla testa, l’istinto della ribellione, l’urgenza della fuga. Ma ora – ora che gli anni si sono raccolti dentro il corpo accartocciato dalla vecchiaia di sua madre, così simile a quello della nonna Bianca – queste parole le risuonano affettuose, la fanno sorridere indulgente e con la tenerezza di chi guarda a un tempo ormai lontano e ricucito e a un presente sorprendentemente mutato.

Tizianeda