settembre 2016 archive

Le costellazioni di Valeria

Ci incontriamo nel gazebo di una gelateria. Da lì il mare è una possibilità vicina. Nella città sbilenca quell’ammasso acquoso è presenza viva e odorosa. Da lì il mondo ti regala l’illusione di essere clemente e lo respiri in profondità e senza fretta. Questo è il bello del sud. Si offre in angoli fermi, come ferma è la sua luce abbagliante di settembre. Quando arrivo, lei è davanti al gazebo che mi aspetta. Ci abbracciamo con la confidenza di chi si conosce da tanto. Anche se noi ci siamo viste solo due volte. Valeria ha trentadue anni, è una giovane donna. Indossa una collana con le pietre colorate, come il vestito. La sua voce è calma e calmo è il suo sorriso. Più di ogni altra cosa, di lei ti attirano gli occhi. Sono grandi e luccicano, come costellazioni fitte di stelle. E’ una scrittrice di quelle vere, due libri, “Stelle binarie” e “ La convergenza artica”, che le hanno donato due premi importanti.
Ci sediamo attorno al tavolino. Da quell’angolo privilegiato, le montagne alla fine del mare sono una presenza prepotente. Sono lì con noi. Valeria mi regala una piccola agenda dentro cui poter fermare i pensieri che fuggono, come fanno i sogni. Parliamo, parliamo tanto e ci raccontiamo. Siamo due generazioni diverse penso. La guardo e faccio un balzo nei miei trentadue anni. Ha un fondo di innocenza intatta lo sguardo di Valeria, che non rinuncia alla curiosità per i movimenti incessanti della vita. Parliamo di donne, desideri e sogni, di maternità e progetti, di dogmi e religioni, di libertà e della nostra passione comune: la scrittura che è la ruota che fa girare le storie. La guardo, non senza tenerezza. I quattordici anni che ci separano mi concedono questo lusso. Mi rivedo alla sua età. Vedo in lei parti di me che la vita ha elaborato o che si è presa e parti di me che resistono nonostante l’incedere dei passi. E’ bella Valeria nel suo stupore generoso di cui è piena la sua scrittura. Ha la freschezza di chi crede nelle possibilità e la forza di chi sa la fatica della conquista e possiede la percezione viva dei moti dell’anima.
All’improvviso il nostro tempo finisce. Troppo presto. Succede quando si chiacchiera con felicità. Lasciamo il gazebo e il parlare intorno agli altri tavoli. Facciamo un tratto di strada insieme, poi ci salutiamo ancora in un abbraccio, che profuma di complicità.
Torno alla giornata da mettere in ordine. Penso ai miei trentadue anni e a tutti i cambiamenti avvenuti, fuori e dentro di me. Poi il presente mi distrae.

Tizianeda

Unire i punti

Adolescenza. Che parola. Spigolosa e ondivaga, contraddittoria anche nel suono. Indefinito, come il tempo che la percorre. Parola consegnata dai progenitori di un tempo ancor giovane. Adolescere, crescere. Tempo di mezzo e transitorio. L’infanzia si trasforma e si dissolve, manipolata dagli ormoni. L’età dei peli, della puzza di ascelle, della voce che piano sprofonda. Il magico si fa inghiottire dall’assoluto: no, sì, bianco, nero, ti amo, ti odio, bello, brutto. Si scopre l’altro, si sente a spese del corpo l’attrazione e si inizia a scontrarsi con le sfumature della vita. L’età in cui non si è sempre allo stesso modo. L’età in cui sei figlio a casa, amico fuori e a volte diverso con ogni amico diverso. L’età in cui ti confronti con i tanti modi di essere di una sola personalità. In cui prendi distanze dai genitori, per trovare una identità originale. Una terra con una sua fragilità, come tutto ciò che è estremo, come i corpi rigidi che possono spezzarsi. Li osservo gli adolescenti, nella loro forza, nelle loro incertezza di pensieri non ancora strutturati, di corpi in divenire, di ricerca di visione solida della vita. Li osservo attraverso la quattordicenne e i suoi amici. Sono belli. Mi chiedo quanto siano sereni, quanto siano arrabbiati, quanto ci sentano distanti e incapaci di comprenderli. Noi, che abbiamo lasciato la memoria della nostra adolescenza in qualche ripostiglio. Che dobbiamo imparare ad annusarli, come gli animali sanno fare. Sono belli gli adolescenti nel loro bisogno di consenso, sono difficili nel loro linguaggio da decifrare. Perché per la prima volta le due generazioni si fanno distanza e devi imparare un nuovo vocabolario interiore. Perché per la prima volta non è solo insegnare grazie, prego, per favore. Le parole si fanno tante. Come i silenzi. E’ capire cosa hanno raccolto, cosa è stato piantato dentro di loro. Per la prima volta bisogna imparare ad ascoltarli sperando che le composizioni di parole si facciano pazienti e reciprocamente clementi. C’è il suono del dolore nella parola adolescenza. L’anima si trasforma e allunga, come le ossa e con loro i muscoli e la pelle. È una terra che conquista i suoi spazi in un silenzio soltanto apparente. Li osservo gli adolescenti e loro osservano noi e osservano la vita, per trovare una coerenza di dire e di fare, i loro puntini saldi da congiungere. Per trovare dentro di loro l’ordine dei numeri, che in un’unione di linee componga gli enigmi. O semplicemente per non sentirsi troppo sperduti davanti alle costellazioni disordinate di punti, messe lì da movimenti misteriosi e continui.

Tizianeda

Todo cambia

Il decenne ha superato il varco delle scuole primarie, e si è teletrasportato nel triennio della scuola media. Non sarà più “ciao maestra come stai?” ma “buongiorno professoressa” e c’è una bella differenza. Ha affrontato il primo giorno di scuola con stoica partecipazione emotiva/corporea e dopo essersi rassicurato che i nuovi compagni non sono dei mostri e le prof hanno le stesse sembianze umane delle maestre, ha inforcato come nuovi occhiali il cambiamento. Il più grande per lui, la conquista della solitudine di strada. Va a scuola lasciando che la sorella esca due minuti prima e torna a casa senza accompagnatori adulti. Solo una volta Tizianeda lo ha aspettato sul balcone, la prima volta, per non perdersi la bellezza del suo passo orgoglioso, di chi ha aggiunto qualcosa di indispensabile al suo procedere.

La ragazza quattordicenne sembra vivere i tumulti mutevoli della sua età, con una certa pigrizia distaccata. Ha un suo mondo consolidato, di cui Tizianeda vorrebbe sapere di più, superando gli ostacoli della estrema sintesi verbale della figlia. Per questo quando le apre il suo universo mutevole, lo accoglie come una rivelazione mistica. Il più delle volte osserva lei e la sua quotidianità, fatta di youtuber, fumetti manga, gruppi nerd whatsapp, piante da curare, disegni, qualche lettura, tutorial che le insegnino a truccarsi (perché sua madre …), versioni di greco e latino e altra roba scolastica che sembra vivere seraficamente, scrittura a più mani con uno dei suoi gruppi social. Tizianeda dal par suo cerca di stare in silenzio accanto a questa ragazzina – tendenzialmente solitaria e che le sembra solida – e sempre che le circostanze e l’urgenza di rapidi interventi vocali, non la trasformino in una matrigna malvagia, come con il decenne, del resto.

Lo Sposo Errante, ha ripreso il suo vagare mattutino sui treni sbrindellati e strade malferme, che lo conducono nel suo altrove lavorativo. Anche per lui stanno per arrivare importanti cambiamenti che già partono da dentro, che un po’ muteranno gli assetti familiari. Dentro una famigliola si sperimenta per la prima volta la percezione della connessione tra persone. Il cambiamento di uno inevitabilmente incide sull’altro, come nella dinamica delle placche terrestri. Ma su di lui non vi dico altro. Arriverà il momento e ve ne accorgerete. Vi accenno solo che Tizianeda è molto contenta “sarà un po’ come tornare giovani” ha detto allo sposo.

Lei i cambiamenti cerca di guardarli nel volto. La resilienza forse fa parte del codice genetico delle donne. Chissà. O forse è la vita che ti educa oppure ci nasci con la resilienza incorporata, come un accessorio di una macchina.
La verità è che tutto cambia in continuazione, anche quando ci sembra che non accada. Cambiano i rapporti tra le persone, cambiano le situazioni, cambiamo noi, cambia il colore dei capelli, il modo di vedere le stesse identiche cose, cambiano le parole, le dinamiche affettuose, il sentire e l’amare, cambia il corpo, cambia l’arredamento di una casa e il colore delle pareti. Cambiano i vestiti dentro l’armadio e il disordine di una stanza. A volte succede lentamente, a volte è un franare improvviso, a volte l’improvviso è solo apparente, perché prima c’è un percorso lento e impercettibile. Capita di spaventarsi, a volte, capita di doversi fermare per riprendere fiato, di starsene in silenzio, o di piangere perché no. Capitano un mucchio di eventi nella vita che moltiplicano i paesaggi interiori ed esteriori e a volte li sostituiscono. Intanto si spera – a furia di stare sulla strada e di camminarci sopra – di non farsi intimorire o fermare dal mutevole e incontrollabile passaggio del cielo e che le gambe diventino forti, il tronco si raddrizzi e lo sguardo rimanga innocente.

Tizianeda

Lontani dagli occhi

I figli si guardano. Impari da subito, è un inizio di battiti dentro un monitor. Il primo sguardo sui figli è sentirli dentro, nel loro nucleo veloce di presenza pulsante.
I figli si guardano quando il ventre li appoggia tra le braccia. Quando sono esistenza rumorosa di carne. Quando dormono nel loro primitivo respiro fragile.
Dei figli si guardano i primi passi vittoriosi e la paura del loro franare a terra. Dei figli si guardano i cambiamenti e le fotografie di quando erano bambini per lasciare andare un tempo finito. I figli si guardano quando non sanno di essere guardati. E’ uno scrutare di occhi per ritrovare il primo sguardo concesso, per svelare racconti non detti. I figli si guardano quando sono felici e di più, quando scoprono gli inciampi dell’anima. Si guardano dalla distanza di un balcone o di una finestra, nella loro prima solitudine di strada. E ancora nel sonno quando il respiro ha una decisione adulta. Si guardano quando svoltano gli angoli senza paura, perché è così che gli hai insegnato. Si guardano quando sono lontani dagli occhi. C’è una memoria pulsante di cuore nella lontananza, il legame di quella prima volta, della visione del nucleo attorno al quale si è costruita la galassia del corpo. I figli si guardano perché non ci appartengono, per tracciare un senso di parole e di sentire che viene da lontano.

Tizianeda

L’onestà del mare

Erano bellissimi. Lui era accanto a lei, con il braccio appoggiato al suo fianco. A un passo della battigia, entrambi fermi rivolti verso il mare. Quando è arrivata sulla spiaggia nel suo giro mattutino di passi veloci, Tizianeda li ha visti così, come due innamorati che non hanno bisogno di parlare per dirsi. Li ha visti avvolti da una lontana malinconia che li rendeva distanti e magici. Un’immagine lieve dentro la luce del giorno e i colori di questo sud azzurro, bianco e rosso delle reti della pesca.
Lui è l’amico pescatore di Tizianeda e lei la sua compagna di viaggio e di raccolto, la barca. La mattina lo incontra quando arriva sulla spiaggia. Si salutano, si sorridono, poi lei prosegue. A volte si ferma un po’ di più, quando capisce che il vecchio pescatore ha desiderio di parole. “Non l’ho vista in questi giorni” “Ero a pescare in Sicilia. Un giorno di questi la porto con me”. E a Tizianeda piacerebbe davvero un giorno di questi partecipare al raccolto del mare con il suo amico pescatore, partire per le onde della Sicilia e sentire lo stupore di un mare ancora pieno.
Ora si porta questa immagine, come un amuleto scaccia tristezza. Si porta l’intimo gesto d’amore del pescatore e della sua barca. Si porta la loro maestosa immobilità. E anche il mare si sarà inchinato davanti alla devozione di chi sa il richiamo delle onde, di chi ne riconosce il linguaggio e i mutamenti, di chi si rivolge alla sua onestà, volgendo le spalle alla terra e alle sue vicende caotiche e incomprensibili.

Tizianeda

La ragazza dell’Est

La famigliola nel primo fine settima di settembre e l’ultimo vacanziero per loro, ha accompagnato il decenne scout in una località del sud suddissimo, per un incontro con altri scout. Poi sono andati via e poi sono ritornati per ricompattare tutti i quattro quarti e recarsi nuovamente nei 90 mq. Lì c’erano tanti ragazzini e tante ragazzine, come il decenne. Lì Tizianeda ha fatto amicizia con uno di loro, la domenica del rientro. Così ha chiacchierato tanto, con un ragazzino di dodici anni, seduta su una panchina all’ombra di un albero pieno zeppo di foglie, che rimandavano frescura e che stimolavano i racconti. Tizianeda era assorta, in attesa che il decenne sistemasse zaini e aiutasse nel riassetto del casale che li aveva ospitati. E mentre stava lì, F. le si è seduto accanto. Si è seduto accanto con i suoi dodici anni, il viso ancora bambino, i capelli biondi, gli occhi azzurri, il quarantadue dei piedi senza scarpe e la sua fisicità alta e massiccia, che vicino Tizianeda si sentiva Pollicino, ma senza Orchi e spreco di briciole di pane. Alla prima domanda curiosa di Tizianeda, è partito con migliaia di parole. Aspettava sulla panchina i suoi genitori. E tra le domande di Tizianeda, le ha regalato la storia d’amore di sua madre e di suo padre. Le ha regalato l’immagine di sua madre bellissima, di un paese dell’Est, che ha lasciato a lui in dono, nell’alchimia dei geni, i piedi lunghi, i colori e l’imponenza. E di suo padre del sud suddissimo, che un giorno si era insinuato nei pensieri di lei rendendoli allegri. Le ha raccontato di come lui avesse lasciato il lavoro “ma davvero? E perché?” “Per amore”. Le ha raccontato di quella volta che sulle scale di Piazza di Spagna, lui ne aveva subito l’incanto, tra centinaia di volti e corpi e movimenti. E Tizianeda se l’è proprio immaginata quella scena, in cui tutto il mondo intorno si sarà fermato e scomparso, lasciandolo solo sulle scale con la sconosciuta dell’Est e i battiti del cuore. E il ragazzino, le ha raccontato di quella volta in cui, suo padre soggiogato dall’amore, e dall’incanto della sua visione aveva dimenticato di liberare lo scooter dalla catena che lo bloccava, rischiando di ammazzarsi. Ché l’amore a volte fa questo effetto. Rincoglionisce, relegandoti dentro una bollae il mondo arriva ovattato nei suoni e nella materia. Le ha raccontato di quella volta che era andato nel paese lontano di lei e di come la sua vita e le sue scelte sono state accompagnate e deviate per sempre da quel sentire nuovo.
“Mio fratello ogni sera chiede a mia madre di raccontare come si è conosciuta con papà” “E lei’” “Racconta” “E tu?” “Boh, ormai la so a memoria” “E’ una storia molto bella, anche io vorrei ascoltarla tutte e sere. Grazie per avermela regalata” “Figurati”. Poi si sono salutati, lui dalla panchina si è alzato, sempre in attesa che la storia d’amore che lo ha generato arrivasse. Tizianeda è restata lì seduta, sotto l’ombra dell’albero, ferma e assorta, con il suo libro tra le mani, che non aveva avuto bisogno di aprire.

Tizianeda

Piccolo Buddha

Il decenne resiste all’infanzia. Lei, questa terra piena di magia e stupore, è ancora lì quieta nel suo viso, nei suoi occhi senza malizia, nel suo non avvedersi delle ombre, se non come fugaci ospiti che non lasciano tracce dentro il cuore. Forse è un po’ il carattere, perché si nasce in un certo modo. Quando era piccolo e si muoveva nel suo mondo tra braccia innamorate, o dentro passeggini, lo chiamavamo “piccolo Buddha” per quel suo modo placido di stare, per quel suo sorriso pieno di silenzio riposante.
Mi è ritornato quel periodo lì, mentre stamattina lo guardavo dormire. Appoggiato su un fianco, la mano sotto il viso rilassato, la bocca appena aperta. Un piccolo budda dentro la solitudine piena del suo sonno.
Mi sono chiesta se cambierà. Me lo chiedo ogni tanto. E non solo fisicamente, quando gli ormoni modificheranno i suoi assetti sonori e visivi e le sue urgenze. Mi chiedo se questa essenza sacra dell’infanzia, manterrà il suo nucleo pulito. Quanto le esperienze che farà e gli incontri, molti inevitabilmente urtanti e spero mai drammatici, relegheranno in un angolo insignificante quella parte di lui che oggi lo rende il ragazzino che è. C’è chi dice che dovrebbe fortificarsi. Ma poi la forza cosa è? Non penso sia quella comunemente intesa. Io sento sempre più, in questo mio ricercare fuori e dentro di me, in questo mio inciampare e proseguire, che la forza sta nel non farsi intaccare da un mondo che urla, scalcia, deforma la bellezza, nel non farsi assorbire, attrarre. La forza sta nel saper riconoscere le ombre, a volte provarne tenerezza e clemenza, per poi collocarle in un luogo inaccessibile e lontano dal nostro sentire. Saper voltare le spalle, anche, lasciare andare, valicare altre soglie, abbandonare stanze in cui non si sta più bene. Senza sforzarsi di farci piacere ciò che non ci piace più. La forza è saper dire, a volte, quello che non sopportiamo e mandarlo a quel paese.
Ma è ancora di più sentire dentro di sé che la vera forza, sta nella gentilezza, nel sorriso, nella gratitudine, nella trasparenza dei gesti e del volto, nel sapere riconoscerli come valori dentro di noi. Nel sapere fare silenzio, quando occorre, nel non sperperare parole preziose, nel saper coltivare i semi buoni che vengono piantati nel cuore. Sentire che la forza sta nella curiosità per la vita, e ritrovarci quando ci si sente persi. Nel riconoscerci figli della nostra infanzia, in cui tutto era più semplice, perché semplici eravamo noi, capaci di sorridere come piccoli Buddha. Questo ho pensato mentre il decenne dormiva e lo guardavo e poi non ho pensato più a nulla. L’ho lascio lì a riposare ancora un po’e sono andata a bere un caffè.

Tizianeda