gennaio 2017 archive

Con le mani in tasca

Bello, sei bello con le mani sempre in tasca, che giri per casa e ti guardo, di nascosto, anche se a volte te ne accorgi e ti giri e mi dici “che c’è?” e io “niente” e ci sorridiamo e poi torniamo ognuno alle nostre cose. Un attimo innamorato, che ricompone le nostre esistenze provvisorie. E io a darmi strane spiegazioni al tuo improvviso modo di stare e muoverti, così scanzonato e indifferente. Ci ho ricamato sopra un’interpretazione autentica, un trattato sulla crescita, sulla complessità della natura maschile, quando complesse e non interpretabili finiamo per essere sempre noi. Ma non è colpa nostra se questo corpo di donna è un meccanismo ciclico ed ellittico difficile da disegnare e voi siete una linea retta sulla quale rotoliamo sopra. E te l’ho chiesto, undicenne, perché cammini sempre con quelle mani in tasca, che mi fai impazzire gli occhi. Ed ero certa, ero certa che nella tua risposta avrei scoperto il mistero di tutti gli uomini, che da un po’ osservo da lontano come una studiosa, per scoprire anche parti di me sempre ignorate. E tu, mio amore, che ti allontani con le mani in tasca, hai sorriso, come sai fare. “Che domanda è questa, mamma”, mi hai detto. “Rispondimi” ti ho detto seria, come fossi sulla soglia di una scoperta nuova, di quelle rivoluzionarie che ribaltano i dogmi precedenti.
“La risposta è semplice, mamma”, hai detto senza fretta, con bellezza. E’ così che ci fregate. Questa tenerezza. Mi hai guardata come si guarda un essere stano e poi hai risposto, indifferente ai dogmi che ho la presunzione di ribaltare: “cammino così, perché ho le mani fredde”.
E poi sei andato via. Con le mani in tasca, lentamente, tranquillo, semplicemente.

Tizianeda

Saltare dai palazzi in fiamme

“Ora le mangi tutte e non ti alzi da qui fino a che non hai finito!”
Quando la zia Assunta, mettendomi un piatto profumato di penne al pomodoro fresco sotto il naso, mi impose di mangiarlo, non osai ribattere. Non solo per la perentorietà militare con cui pronunciò quelle parole. Ero talmente affamata, che in fondo speravo che qualcuno mi obbligasse a farlo.
Avevo 18 anni, ero tornata da un campo giovanile estivo, i miei genitori erano fuori città, avevo da mesi deciso di mangiare ai limiti della sopravvivenza, ero magra come un ramo secco, avevo una visione distorta del mio corpo, volevo continuare a perdere peso, forse fino al dissolvimento. Quel giorno, la zia Assunta, vedendo due occhi enormi attaccati a un corpo etereo, si era spaventata a tal punto che sentì un balzo al cuore che le fece dire: ora tu mangi. Quel giorno la zia Assunta mi riportò sulla retta via dell’amore sano e saporito per il cibo. Fui io a prendere la forchetta e a imboccarmi, fu lei a chiedermi di salvarmi.
Quando racconto ai miei figli questa storia che ogni tanto ritorna , penso sempre alla frase preziosa di un libro: “Athos diceva: “Non posso salvare un ragazzo da un palazzo in fiamme. Invece tocca a lui salvarmi dal tentativo; dev’esser lui a saltare a terra””.
E a pensarci, dopo che il corpo impara a camminare, impara a saltare. Capisce subito, che a volte, a volte, per andare avanti non bastano passi quieti. Si salta per sentire forte il calore di ogni cellula che ci compone, si salta per arrivare più lontano, si salta perché il vuoto precede la terra. Si salta come un tuffo in mare, ma senza tapparsi il naso con le dita, anzi, respirando più forte. Più forte dei limiti, della paura, più forte del rumore che abbiamo dentro, più forte della voglia di fermarsi, più della tentazione di ritornare indietro per non parlarci allo specchio. E si salta per salvarsi, per partorirsi nell’urlo del corpo. Si salta, perché a volte, per fortuna, c’è chi ti dice di farlo, mostrandoti la bellezza della vita che ti stai perdendo. Si salta a braccia aperte, per raccogliere lo spazio, avvolgerlo come un velo da sposa usato. La salvezza è racchiusa dentro gesti semplici, dentro il suono di una voce ferma, in un profumo che risveglia il gusto della felicità presente, come un benevolo vaticino. La salvezza, a volte, è preceduta da un fermo gesto d’amore che non vuole troppe parole, ma ti mostra l’altra possibilità, la strada su cui poggiare i prossimi passi, dopo aver provato la liberazione del volo.

Tizianeda

Frozen

“Esci Tizianeda?”
“No, perché?”
“Hai indossato il piumino e il cappello”
“In effetti, forse dovrei indossare anche i guanti…devo andare a casa dei miei”
“Ma vivono sullo stesso pianerottolo”
“Sì, ma è come se stessero ad Arendelle, lo sai”
“Dove?”
“Arendelle, il regno di Frozen, il cartone. Vabbe’ affronto gli eterni ghiacci, ciao sposo”.
Se non hai un’adeguata attrezzatura per le temperature polari, se vivi in paesi nordici e gelidi che il riscaldamento ti segue ovunque, se sei meridionale, ma ormai il tuo corpo si è assuefatto a case con i caloriferi sempre aperti quando il freddo diventa insostenibile (dai 19 gradi in giù), se non hai fatto la guerra, la fame, i sacrifici, non sopravvivi a una casa del sud, in inverno. In una di queste abitano i genitori di Tizianeda, che mai hanno voluto i termosifoni, ché tanto al sud l’inverno è mite e dura poco. Anche questo inverno con la neve e un freddo polare artico, almeno per fisici più avvezzi allo scirocco che alla tramontana. E così proliferano le raccomandazioni ai genitori vecchietti, che forse in quella casa nascondono il segreto della longevità e gli scienziati dovrebbero venire a studiarle le case meridionali senza riscaldamento. Non vi muovete, non vi spostate nelle stanze più fredde, abbracciate la stufa, i plaid, la borsa calda, possibilmente dormite nel soggiorno sul divano, la camera da letto c’ha l’allerta meteo incorporata, mi si è ghiacciato questo pezzo di viso scoperto, vestitevi a strati e uscite dagli strati in primavera. E cose così.
Eppure Tizianeda in quella casa, ha vissuto molti anni, ha passato inverni da era glaciale (secondo gli standard ufficiali del meridionale medio), come questo. Però il freddo se lo ricorda. Così come ricorda gli infissi con gli spifferi in dotazione, che la tenda si muoveva tutta la notte e dormiva con il cappello di lana in testa. E ricorda i risvegli drammatici per andare a scuola, con la stufa più calda contesa tra i fratelli. E ricorda la misteriosa abitudine di sua madre, di accoglierli al risveglio con tutte le finestre della casa spalancate, per arieggiare diceva, che in confronto la tundra Siberiana è una colonia estiva. Ricorda quando studiava con i guanti tagliati ma le mani erano fredde lo stesso e ricorda il letto la sera, che a entrarci si meritava la standing ovation. Chi non è abituato in case così, si influenza, si ammala, si raffredda e diventa di ghiaccio come la principessa di Frozen. Quindi se dovete sostare per un po’ in interni meridionali no-caloriferi, munitevi di abiti pesanti, sciarpe, cappelli, guanti da neve, oppure, per spezzare l’incantesimo del gelo, fatevi scaldare da ripetuti e travolgenti gesti d’amore (anche uno scaldino elettrico da asporto aiuta. La borsa calda è meglio).

Tizianeda

ἐπιϕάνεια

La donna posò la valigia sul pavimento. Era quasi arrivata. Doveva aprire la porta. Non era difficile. Aprire la porta e varcare la soglia, tutto qui. Un’altra porta, un’altra soglia. Non sapeva cosa sarebbe successo. Non poteva sapere. Quali volti, parole, e incontenibili silenzi. Quali abbandoni e incontri, quali schianti e fughe. Poteva voltarsi, vedere cosa e chi lasciava . Ogni istante di respiro e di cuore e di carne. Poteva questo e continuare a ripetersi le parole del calabrese Abate che tanto le piacevano: “Non sempre è possibile capire la vita, mia cara, né serve spiegarla. Bisogna raccontarla e basta”. Lei provava a raccontarla la vita, perché voleva spiegarla a se stessa, vederla farsi chiara dentro una composizione di parole, tutte le volte che la attraversava, la osava, la sbagliava, inciampava tra le sue gambe.
Pensava la donna che il cambiamento è sempre preceduto da una sottrazione. Lei però le cose e le persone non voleva lasciarli dentro numeri che diminuiscono fino a scomparire.Voleva lasciarli andare con rispetto.
Che tempo, pensava, che tempo questo. Accadimenti nel tempo di uno strappo. Era tutto dentro di lei. Presenze e assenze, insegnamenti e sbagli, colori e visione che solo i grigi ti danno. Quante immagini in lei, pensava la donna. Quanti anni aveva vissuto in quel tempo piccolo e quanto stupore in ogni volto, per ogni incontro, per ogni parola detta e taciuta, dolore e fatica, demoni e angeli, lei che era demone e angelo e ricerca e ritorno a sé. Prima di aprire la porta, la donna voleva portarsi un’immagine che fosse un amuleto, un’apparizione, una manifestazione del divino che è nell’universo e dentro tutti noi, pensò, un’ἐπιϕάνεια. Chiuse gli occhi per trovare un’immagine innamorata che le facesse provare tenerezza e fiducia. Chiuse gli occhi e la trovò. E vide. Vide un ragazzino di undici anni dentro una casa di 90 mq. Vide la porta che si apriva e una donna magra, ancora troppo magra che la varcava. La donna che era stata per molti anni presenza densa per le stanze di quella casa. La donna a cui era stato consegnato tra le braccia quell’undicenne quando era piccino. Che aveva aiutato nell’accudimento lei, la mamma di quel bambino. Che poi i ragazzi erano cresciuti, ma la vita aveva deciso di interrompere per un po’ il filo che li univa. Giusto un tempo necessario per riprendere forze. E poi l’incontro dopo mesi di paziente attesa. L’incontro tra la donna e il ragazzino. Era questa l’immagine che si sarebbe portata, come un dono di incenso di oro e di mirra. La manifestazione dell’amore potente che si inchina al mistero della vita. Quell’incontro atteso, di una donna e un ragazzino, quel guardarsi senza dire, quell’avvicinarsi piano e abbracciarsi senza troppo stringersi per non farsi male. Era questa la sua epifania, la visione rivoluzionaria dell’amore che tutto può e sa dire, dentro immagini silenziose.
Adesso ho tutto ciò che mi serve, la donna pensò con nel cuore la commozione di quegli attimi delicati. Questo si disse, prima riprendere la valigia e aprire la porta.

Tizianeda

Grazie, scusa, per favore

L’ho lasciato in silenzio. Senza parole. Ho chiuso la porta piano, come quando vuoi proteggere il sonno di chi ami, dentro la stanza in penombra. Piano per non fare rumore, per non scuotere i sogni. Un lento, segreto gesto d’amore. Così ho fatto con l’anno che è andava via. Un ultimo sguardo, prima di lasciarlo lì nella stanza. Amiamo celebrare ciò che finisce, per avere la speranza di un inizio. Una tenerezza che si rinnova. Così è per i compleanni. Soffiamo sul tempo trascorso, soffiamo vento sul nuovo che vogliamo, esprimiamo il nostro bisogno di essere, di una vita che ci faccia sentire presenti, cantiamo l’urgenza di abbandonare vecchi e nuovi dolori irrisolti, di rinnovare i prodigi e le felicità, di trovare altre stanze da abitare, o di continuare a entrare in quelle che ci fanno sentire salvi. Una torta di 2017 candeline. Non salutiamo solo l’anno ritornato a se stesso. C’è qualcosa di potente nel bisogno di abbracciarci allo scoccare della mezzanotte, di illuminare la notte, di rompere il silenzio con botti assordanti che spostano l’aria, di ritrovarsi insieme, per dire ciao anno, ciao. C’è qualcosa di umano e vulnerabile e innocente e ti viene da piangere e chiudere gli occhi e stare ancora un po’ in bilico tra chi va e chi arriverà o chi resta ancora accanto a te.
L’ho lasciato in silenzio senza parole. Era il giusto epilogo. L’unico. L’ho riempito di tante lettere questo anno andato via, lui che è stato così pieno di vita e vite. Così pieno questo anno che sono sembrati dieci e forse di più e so che il volto è divenuto geografia tangibile di ogni presente vissuto. L’ho lasciato con poche parole nel cuore. Le più importanti: grazie, scusa, per favore. A ogni cosa, a ogni persona, a ogni incontro, a ogni presenza e a ogni assenza. A ogni ritrovarci, a ogni scontro e abbandono. Per ogni dimenticanza, per ogni gratitudine, per ogni mancanza, la mia. Grazie, scusa, per favore. Ognuno nel mio cuore, a modo suo, per come so. Grazie, scusa, per favore, a te che ci sei e a te che non ci sei. Nel mio cuore. Varco la soglia senza voltarmi, sorridendo, oscillando. Non penso più ai passi da contare. Cammino.

Tizianeda