febbraio 2017 archive

Quindici

Ehi ragazza, ma come è successo, ragazza, che sei saltata dentro questa cifra luminosa? Quando è successo, dove eravamo noi tutti quando è esploso questo quindici, dal suono di un sorriso giovane, dal sapore gustoso di un cha cha cha, di un charleston e di un volo. Quindici, che a pronunciarlo mi si ingrandiscono gli occhi dallo stupore. Quindici che ha dentro il movimento tellurico dell’adolescenza, quindici che non sei bambina, quindici che la donna ha preso lo spazio nel tuo corpo. Il tuo bel corpo morbido di quindicenne che sa gli abbracci madre. Un corpo che porta dentro, come una mappa incisa dalla geografia dei sentimenti, l’istinto primordiale e femmina dell’accoglienza. Che è già nei gesti, nel suono della voce, nel sorriso ironico, nei passi, nei modi in cui mi prendi e appoggi a te e io mi lascio fare. E poi, poi ti lascio andare. Perché sono a un passo da dire e mille indietro, per lasciare che la vita sia la tua scoperta, per non anticiparti gli intoppi o mischiarli con i miei. In bilico tra la voglia di raccontare e la saggezza del tacere. E allora sto in silenzio e mi godo lo spettacolo della tua giovinezza che si trasforma. E ti bacio, oggi , in questi tuoi quindici anni appena nati, come madre, e come donna. Ti bacio per soffiarti la forza delle donne e la nostra potente vulnerabilità che impollina il mondo. Ma tutto questo, è già dentro di te.
Auguri Agnese, auguri mia luminosa ragazza a me bella.

Tizianeda

Dialoghi d’amore con un undicenne

“Undicenne …”
“Sì mamma”
“Ma tu, ricordi il primo amore?”
“Che domanda, mamma, certo”
“E me lo racconti?”
“Perché, non conosci la storia?”
“Sì, ma mi piace sentirla raccontata da te”
“Ok. All’asilo, c’era la bambina Federica. La più carina. E io la guardavo, la guardavo sempre e lei non mi parlava mai. Poi un giorno, ti ricordi cosa le ho regalato?”
“E certo che lo ricordo…”
“Un diamante dentro la scatola per gioielli! Quella che mi hai dato tu…che poi non era un diamante vero, ma lo abbiamo preso dalla scarpa di mia sorella che tanto a lei, la scarpa, non entrava più”
“Fortuna che ero lì, quando glielo hai portato. C’erano tutte le bambine attorno a voi e dicevano mamma che bello e avevano gli occhi sbarrati dallo stupore e secondo me volevano essere al posto di Federica. E poi?”
“E poi lei ho chiesto se voleva essere la mia fidanzata e lei ha detto sì”
“E poi?”
“E poi niente, gli altri bambini mi guardavano male perché anche loro volevano fidanzarsi con lei”
“Ma tu sei stato più coraggioso e veloce di loro”
“E sì”
“E poi che è successo. Stavate sempre insieme, attaccati?”
“No, certo che no. Mica potevo trascurare i miei amici per la mia fidanzata. Un po’ stavo con lei e un po’ con i miei amici a fare le nostre cose.”
“In effetti. Undicenne…”
“Dimmi, mamma”
“Ma quando hai lasciato l’asilo e siete andati in scuole diverse, tu hai continuato a pensarla?”
“Ovvio mamma, era la mia fidanzata. Ma poi se non vedi e non senti una fidanzata per almeno un anno, a un certo punto smetti di pensarla. E’ ovvio”
“Dici?”
“Sì mamma, fidati. Ora per favore possiamo smettere di parlare di queste cose, ché mi sono annoiato?”
“Sì undicenne, grazie”
“Prego, ciao”
“Undicenne?”
“Mammaaaa”
“Senti, ma a San Valentino ci facciamo gli auguri anche noi?”
“Mamma! Nooo”

Tizianeda

Propongo mia madre

– Mamma, per la settimana dello studente, i rappresentanti mi hanno chiesto di proporre qualcosa.
– Bene quattordicenne. E tu cosa hai detto?
– Io ho detto: propongo mia madre.
– Cosa?!
– Sì mamma, tu hai scritto un libro, parli di adolescenti e poi l’altro giorno ti ho ascoltata mentre chiacchierare con G. Ecco tu devi venire in classe e parlare così…
– Ma immagino che i tuoi compagni non abbiano accettato, ti avranno detto che ci devono pensare, che è una richiesta insolita, che tu sei di parte e ne risentirebbe la obiettività…
– No mamma. Sono stati contenti e mi hanno detto subito sì.
– Ma la settimana dello studente, esattamente, tra quante settimane è?
– Esattamente questa. Venerdì mattina. Va bene?
– Santo cielo! Va bene quattordicenne. Grazie…
– Mamma…
– Sì?
– Non vedo l’ora…

L’ora è arrivata, puntuale. Alle 10,00, di venerdì 3 febbraio, Tizianeda si è ritrovata a guardarsi con il portone del Liceo Classico Tommaso Campanella della sua città. Uguale a quello che oltrepassava molti, molti, molti anni fa, con una borsa piena di libri, il diario imbottito di ritagli di giornale, frasi arrabbiate, speranzose, tristi, incomprensibili, allegre, cuori, disegni, adesivi e persino i compiti assegnati. Questa volta lo apriva come mamma di una quasi quindicenne, incosciente, orgogliosa e fiduciosa nelle risorse della sua genitrice. Il comitato accoglienza di fronte al portone sempre lo stesso: il busto del caro Tommaso.
Lo ha fatto con la felicità che deriva da inviti imprevedibili e amorevoli. Lo ha fatto con la concentrazione da mistico sperduto tra le nevi Himalayane, con la consapevolezza di non sapere assolutamente gli esiti dell’incontro e la speranza che non avrebbe sbagliato se avesse fatto l’unica cosa che spesso noi adulti dimentichiamo di fare: ascoltare con la mente libera i ragazzi e le ragazze che stava per incontrare. Nei giorni precedenti ha anche letto, studiato, pensato. Ma più di ogni altra cosa Tizianeda ha invocato come una divinità, quel tanto di buon senso e di empatico sentire, che ci fanno fare la cosa giusta. Perché gli adolescenti sono materia delicata e fragile, ma anche dura e ostica, imprevedibile e affascinante.
E così è entrata in classe, accolta dal sorriso di sua figlia e dagli sguardi curiosi dei suoi compagni. Si sono guardati e studiati per qualche minuto. In silenzio. Poi i ragazzi hanno sistemato le sedie in cerchio spostando i banchi. Nessuna cattedra, nessuna separazione. I protagonisti erano loro e i loro pensieri. Lei ha avuto il compito di stimolare la parola, l’intimo sentire, la consapevolezza di essere ascoltati, il confronto, le paure, i sogni, le recriminazioni, il bisogno di tutte le età di calore umano e comprensione. Le rigidità, le provocazioni, l’impaccio e lo stupore, gli abbracci spiazzanti – perché il corpo è un ostacolo a volte, che fa dimenticare quanto sia potente strumento di comunicazione e racconta quello che le parole non sanno – la voglia incredibile di dire come torrenti in piena.
Due ore così, senza mai distrarsi, dense e veloci. Due ore così, finite con i sorrisi. Poi Tizianeda è andata via, insieme a sua figlia, seguendo la scia degli studenti. Si sentiva spossata, come se avesse fatto una camminata infinita tra le montagne dell’Aspromonte, come se avesse fatto un discorso di dieci ore senza l’acqua, come se avesse dovuto ripetere le tabelline, come se avesse dovuto recitare, senza sbagliare neanche le pause, “Il passero solitario”.
Però ha capito, che era andato tutto bene, da come la stringeva sua figlia, con il braccio infilato al suo, dal modo in cui oscillavano sulla strada, lente, in silenzio, all’unisono.
Non sempre l’adolescenza fa paura.

Tizianeda