Pensieri fioriti di marzo e un invito

Il ragazzino, vuole imparare a cucinare. Sa che l’aglio ha un’anima da estrarre, prima che l’olio bollente lo catturi per liberare i suoi profumi. Ha scoperto il prodigio alchemico della farina e dell’acqua. E’ orgoglioso della pasta e lenticchie che ha preparato. Un gesto custodito nelle dispense delle nonne e nella memoria, che viene tramandato come una mappa genetica. Il ragazzino, che un giorno, ha chiesto alla nonna santa Gina l’esatta procedura per la preparazione del sugo e Tizianeda sa che un po’ della loro umanità è dentro quelle ricette e nei gesti di mani, che sanno dire l’amore più delle parole. E Tizianeda lo guarda cucinare e non riesce a non pensare a quanto belli gli uomini siano in questo mantra del gesto, dell’accudimento e del piacere.

Una donna stanca in una sala d’aspetto che Tizianeda conosce, che è madre e moglie e lavora anche e tanto. Che è un corpo a cui tutti chiedono il sacrificio di scomporsi in mille piccoli pezzi, perché tutto sia perfetto, perché gli assetti vengano mantenuti, perché è giusto, dicono. E parlano, parlano lei e la donna. E Tizianeda le dice che no, che la glorificazione del sacrificio è un imbroglio. E vorrebbe parlare al suo cuore donna. E si abbracciano, si abbracciano tanto e Tizianeda vorrebbe portarsela nei suoi 90 mq e accudirla per un po’ e far cucinare per lei un buon piatto consolatorio dall’undicenne, come la “carbonara” che a loro piace tanto.

Un viaggio verso una città del nord, che dicono bellissima. Non da sola ma con la quindicenne, che se le dici partiamo, dopo cinque minuti ha la valigia pronta. Che Tizianeda quando si allontana, combatte con la stanziale provinciale che è in lei e si concentra per non distrarsi, per non dimenticare sciarpe e ombrelli sui sedili, per non far cadere oggetti che regge tra le mani, in un tripudio di ansia da prestazione e sindrome da Dea Kalì. Ma tanto è inutile, quella è la natura e le braccia sono due. E sua figlia sorride e le dice “sei un disastro”, con buona pace della donna imperfetta che è.

La donna imperfetta che sono. Le donne imperfette che sono in me, dentro questo mese di marzo, che è un mese di passaggio, di transizione, di fioriture di mandorli e mimose. E poi dentro c’è l’8 marzo, che a pensarci è un numero bellissimo. Una parola palindroma e duttile come le donne. Che se lo guardi riconosci morbidezze tue, se lo sdrai ti conduce nel gorgo inafferrabile dell’infinito, se lasci andare la cicatrice dell’apostrofo, diventa verbo, azione, corpo che attraversa l’aria con forza. E anche io l’otto marzo lotto. E così in tutti quei giorni in cui il riposo non sarà possibile. Per me, per tutte le donne dentro di me, per tutte le donne fuori e per gli uomini che amando le donne, inconsapevolmente, imparano ad amare se stessi.

P.s.: Oggi 3 marzo, presenterò il libro a Bergamo, nella saletta della Biblioteca “Gavezzani”. Se vi trovate da queste parti, o se siete lontani lontani ma sapete usare il teletrasporto per giungere rapidamente qui, sarò felice della vostra presenza.

bergamo

Tizianeda

1 comment on Pensieri fioriti di marzo e un invito

  1. Nino Cervettini
    10 marzo 2017 alle 20:44

    Così, in equilibrio sul filo di funambola, aggrappata alle ali di una scrittura unica e femmina, sei arrivata fino al profondo nord. E io immagino i bergheimer, de hura o de hota non importa, scoprire che il sud suddissimo può riservare sorprese piacevolissime. Grande merito. Viva!

    Rispondi

Leave a reply