aprile 2017 archive

Le file lasciatele alle madri (e la sedia a me)

Guadagno l’unica sedia presente nel corridoio che gira attorno alle aule. Mi siedo. Non mi capacito che nessuno lo abbia fatto prima. Poggio la borsa sulle gambe e assumo la posizione da anziana in sala d’aspetto. Solo che non sono dal medico, ma ai colloqui scolastici della quindicenne, insieme a un centinaio di genitori, tutti in piedi, tutti in fila dietro le porte, tutti rassegnati all’idea che se tutto va bene, prima che il gallo canti saremo di nuovo liberi. Vabbè si fa per dire liberi.
Provo a leggere un libro, nell’attesa, ma le madri parlano e i padri numericamente inferiori parlano pure. Su ogni porta delle aule con dentro i professori, c’è un foglio attaccato, chi arriva segna il proprio nome e si segue l’ordine. Nelle mie quattro porte sparse attorno al corridoio, io sono l’ultima. Meglio così non devo controllare quando è il mio turno. Ne rimarrà soltanto uno alla fine. Io. Gli altri genitori controllano e se sgarri la fila rischi la lapidazione, il pubblico ludibrio, la gogna, l’isolamento sociale, le madri. Perché diciamolo ai colloqui si è tutti un po’ nervosetti, come dal dentista. Si dovrebbe usare il metodo dei numeri che stacchi dalla macchinetta, come nel banco dei salumi al supermercato. Ogni tanto mi alzo dalla mia sedia per controllare i fogli delle porte che sono ai quattro angoli cardinali del corridoio. Sono sempre l’ultima. Forse riuscirò a tornare a casa, a rivedere i miei familiari, dormire nel mio letto e passare le feste con loro. Mentre ritorno alla mia sedia, osservo un padre. Lo ricordo con i capelli tutti rossi rossi in un tempo senza figli e attese a scuola. Ora i capelli sono bianchi e sembra stanco. Una madre stacca un filo di una cucitura, che sporge dalla felpa della figlia. Stack, fa. È un gesto sicuro quello della madre e intimo, che mica tutti possono staccarti i fili che sporgono dai vestiti così, senza preavviso. E’ un gesto da madre, penso, invadente e amorevole. Un ossimoro, come molti gesti nostri. E’ pieno qui di madri e figlie adolescenti che si somigliano e camminano insieme per i corridoi. Ci sono persino mamme giovani in mezzo a noi primipare attempate e mi chiedo a che età avranno avuto questi figli ora liceali. Non avrò risposta, tanto. Devo tornare alla mia sedia. Ci sono madri stanche, padri con la faccia da eroi rassegnati, qualcuno chiacchiera della scuola, dei figli, dei compiti, la maggior parte controlla i fogli e la fila. Qualcuno sembra pronto a scatenare la guerra dei mondi se si sgarra. La mia sedia è nascosta da file di genitori. Mi avvicino però sempre più alla meta. All’unica sedia presente in quel quadrato di corridoio scolastico. Chiedo permesso, permesso. La intravedo. Supero i muri umani. Sono vicina. Bella la mia sedia immobile e solitaria. La sedia c’è, come dio in autostrada.
Ma no! Non è possibile. Lì sulla sedia, c’è seduto un padre. La minoranza, con le scarpe comode, mi ha preso la sedia. Ma perché, padri, perchè dovete venire anche voi, ai colloqui scolastici. Perchè? Le file lasciatele alle madri, ché tanto loro non si siedono mai.

Tizianeda

Se non muoio

Un giorno di un po’ di tempo fa. Conversazione chat tra amiche, su una difficile decisione da prendere.

E1: Vieni con noi al concerto?
E2: Sì se non muoio …
E1: Bene, stiamo organizzando il pulmino. Guida T
E 2: Ma vero?
T: Sì. Le probabilità di morte sono elevate, confessatevi prima
E1 : Deve guidare la sua macchina nuova, è una prova per lei e noi saremo al suo fianco per sostenerla, se non moriamo
T: Non arrivo con i piedi ai pedali, ma guido tipo étoile, sulle punte. Prendo la Nazionale
E2: Arriveremo a concerto finito
E1: No no in autostrada
T: Ma no, partiamo presto
E2: Se vabbè
T: No da sotto
E1: In autostrada
E2: Così al concerto pure il gard rail ci portiamo
T: Sarà bello fare come Telma e Luise, insieme ci teniamo per mano, pure io vi tengo per mano mentre guido
E2: Io non voglio morire
R: Appuntamento ore 17,00, merenda a sacco
E2: Io vengo con Lirosi (n.d.a.: lineapulman) … io tu e Lirosi
E1: Porto il thermos col caffè
R: Poi ad Archi (n.d.a.: quartiere della città) facciamo la pipì
E2: Io porto le medicine e le salviettine
T: Che cretine
R: A Catona (n.d.r.: paese limitrofo) ci ripassiamo il rossetto, per le 22,00 saremo a Villa
T: E invece supererò il mio limite di velocità e quando arrivo a 50 km orari, morirete di paura
E1: Ma non è meglio che ci portiamo il cambio?
E2: Troviamo chiuso
R: Poi ci accampiamo per il ritorno a Pentimele ( n.d.a.: quartiere della città) e torniamo a casa per le sette del mattino
E2: Sì che almeno andiamo alle bancarelle. Il tempo di tornare ed è di nuovo “Festa di madonna” (n.d.a.: Celebrazione religiosa cittadina che si tiene nel mese di settembre)
T: Non capite un (censured), io sono un’artista della lentezza
E1: Porto un drink così ci rilassiamo prima durante il viaggio
R: Io porto i tramezzini, E2 la musica e lei guida … che emozioni
T: Io pure voglio bere prima
E1: No tu guidi
E2: Sì così ci fai sbattere mura mura (trad: contro i muri)
R: Ti preparo il cartello “NON PARLARE AL CONDUCENTE”
E1: Ma le lattine dietro?
E2: Chi ndi maritammu (trad: con chi ci siamo sposate)? Sarebbe un tocco di classe arrivare così.
T: Meglio le trombette e le bombette, per festeggiare tipo vittoria
R: “Just survivor”
T: “We are the Champion”…

Le quattro donne, sono vive. T. quella sera non ha guidato la sua automobile. T. sostiene di avere una guida creativa, le sue amiche sostengono altro. E non solo loro.

Ogni riferimento a nomi, cose, città e quant’altro, è purtroppo vero.

Tizianeda

Piccoli gesti amorevoli

Tua madre ti fa figlia bambina, con il regalo amorevole di un dolce pasquale a forma di colombella. Per un po’ il mondo è grande e verticale, gli oggetti irraggiungibili, i polpacci oscillano tra le gambe delle sedie e i tavoli, sono rifugio possibile di tristezze, inspiegabili per una piccola somma di anni.

Torni grande poi e con il peso amorevole delle madri, mentre impasti polpette, che non saranno mai come quelle della nonna santa Gina e pazienza, che per ora ci si deve tutti accontentare e tra le dita maneggi il mistero dell’accudimento, che si tramanda senza dirlo.

Di nuovo sei bambina, in questo lunedì monco e un po’ malinconico, e ti fai consolare dalle nespole sbucciate da mani antiche di uno zio, che in questi attimi fermi diventa anche il tuo. E assapori il raccolto mattiniero di un albero piegato dall’allegria della frutta, e ti si appiccica sulle mani la dolcezza arancione di un gesto amorevole.

E poi su una collina ventosa di spighe ti regalano storie, di padri, di madri, di tempi lontani, di amori attesi e desideri affidati alla carta e alle parole. E in questo ascoltare impastato di vento, non sai più se sei madre o figlia. Che importa, in fondo. E’ bello ed è fermo come la malinconia, che tanto poi passa, con qualche piccolo gesto amorevole che arriva, come un prodigio.

Tizianeda

La stanza delle donne

“Nel tuo libro c’è un capitolo che si intitola “Donne che amano le donne e quindi se stesse”. Scriverai qualcosa sulle donne che odiano le donne?”
“No penso proprio di no. Magari scriverò sugli uomini, se riesco a capirci qualcosa”
Così ho risposto alla domanda fatta durante la presentazione del mio libro.
Poi ho spiegato perché non potrò mai scrivere nulla contro le donne. Non perché noi donne siamo meritevoli di eterna e imperitura beatificazione, di lodi incontenibili alla perfezione e alla bontà, per l’assenza di zone d’ombra dentro cui, al contrario, ci si può perdere come in un bosco maledetto. No. So bene che sappiamo essere spietate e nemiche le une verso le altre. Ma non ne scriverò, perché come ho spiegato all’attento uomo che mi ha formulato questa domanda, io delle donne ho conosciuto l’accoglienza e la consolazione. Dalle loro mani e carezze, dai loro abbracci, dalle loro confidenze e parole, dalla leggerezza che mi ha fatto ridere anche quando avevo voglia di piangere. Perché dalle donne sono stata generata, dal loro amore e dal loro esserci. Mi hanno partorita mia madre, mia figlia, mia sorella, le mie amiche, le mie nonne, le cugine, le donne del passato con il mio stesso sentire, di cui porto i linguaggi antichi e nascosti dentro di me. Non potrei scrivere un libro contro le donne, anche se so che non siamo dolcemente complicate, perché ogni complicanza è fastidiosa e respingente, ma so che in ogni parto addolorato della vita, le donne stanno. Anche gli uomini, per carità. Tanti insegnamenti anche da loro, tanti padri. Li osservo per il molto che c’è da imparare in questo essere così abili con le operazioni spicciole della vita, mentre noi ci perdiamo dentro labirinti di specchi. Ma le mani conosciute che hanno saputo reggere il peso delle assenze sono femmine. Le donne sanno tracciare attorno, quando arriva il momento, cerchi di protezione. E se so quanto spietate sappiamo essere, ché nella distruzione usiamo la stessa furia con cui generiamo, se riconosco che il cuore è il nostro ventre dentro il quale si nascondono universi e abissi, anche se so bene tutto questo, delle donne non posso che dirne la forza che si rinnova a ogni inciampo e l’amore che chiede parole esatte che non confondono e la tenerezza dei demoni, innocenti nel loro desiderio di essere riconosciuti e la bellezza prepotente degli strappi di silenzio e dimenticanza.
Non scriverò mai delle donne che odiano le donne.
Sarà meglio allora parlare degli uomini, quando mi arrenderò del tutto alla loro semplicità indispensabile.
Intanto osservo il primo uomo generato, i suoi passi, il suo modificarsi, la sua ricerca di tenerezza e abbracci. Il primo uomo di soli undici anni al quale insegnare ad amare le donne, per quella parte di sé femminile che anche lui si porta dentro, da riconoscere e rispettare.
Io intanto lascio che le donne mi prendano per mano e sarò anche io a farlo, per non dimenticare il nostro linguaggio segreto, di sguardi, di parole, risate, silenzi, accorrere, rimproverare, aspettare. Un linguaggio che riveliamo quando sappiamo di non essere ascoltate, dentro stanze tutte per noi.

Tizianeda

La mamma vecchietta (o nonna sul pianerottolo), Tizianeda e la quindicenne

– Sai Tizianeda, sto invecchiando. Faccio brutte figure con le persone che incontro, perché mi salutano affettuosamente e non le riconosco.
– Ma no, mamma vecchietta. Sei sempre stata così. E anche io ho lo stesso problema. E’ colpa dei geni. Abbiamo quelli rimbambiti.
– Dici?
– Certo. E poi a ottantacinque anni, scusa, che ti importa. Ma lo sai che sei in un’età in cui godi della massima libertà?
– In che senso, Tizianeda?
– Nel senso che puoi fare e dire tutto quello che vuoi, anche le parolacce e mandare a quel paese le genti. Al massimo pensano che sei vecchietta, che hai l’arteriosclerosi e non ti dicono niente.
– Sei proprio pessima, tu…
– Nonna, sei ancora qui?
– Sì nipote.
– Mamma hai notato come la nonna si è ripresa, fino a un mese fa era a letto piena di dolori, poverina.
– E’ vero quindicenne. Mamma ma che sostanze ti ha prescritto il medico, così le prendo anche io…
– Prendo …. e poi … e poi … e poi … e comunque è vero mi sento meglio. Per esempio salgo sulla scala fino in alto e mentre salgo intanto recito l’avemaria.
– Mamma vecchietta, sei matta, è pericoloso! Poi voglio vedere quante avemarie recitiamo noi, se cadi.
– Va bene ho capito me ne vado! E ora tu, nipote, perché ridi?
– Niente nonna, è che sono già quattro volte che dici che vai via e invece sei ancora qui…
– Me ne vado

– Quindicenne?
– Sì mamma?
– Ma la nonna è andata via? Non ho sentito la porta di ingresso aprirsi.
– Neanche io mamma. Vado a vedere…
– Nonna!
– Sì?
– Che fai?
– Guardo tra i libri di tua madre se ce ne è qualcuno che posso prendere per leggerlo.
– Mamma che genere vuoi? Introspezione, cerebrale, erotico,sesso, amore, avventura, minimalista, surrealista, intimista, fantasy, horror …
– Dammi un bel libro d’amore, ché gli ultimi che ho letto erano cupi.
– L’amore al tempo del colera?
– Quello è mio e dovresti restituirmelo.
– Non credo che lo farò, mamma vecchietta. Va bene, prendi questo. E’ leggero e frivolo, così ti diverti e non sali sulla scala.
– Va bene. Ora vado via.
– Ciao nonna, fra un poco vengo da te così studiamo il greco.
– Ciao mamma vecchietta. Poi fammi sapere se ti piace e non sostare sul pianerottolo.
– …

Tizianeda