maggio 2017 archive

Qualcosa su mia madre

Ciao mamma, che ti chiamo a volte madre, come una figlia adolescente e più spesso mamma vecchietta e a volte mamma sul pianerottolo, perché sei sempre lì come un agguato, e mi chiedo come fai a spuntare dalla porta di casa tua, quando arriviamo. E non so perché ora ti scrivo. Sarà colpa della festa della mamma che mi ha fatto fermare sui pensieri di noi, o questi giorni di perdita e assenze, che tu sai. Giorni potenti e affranti, che mi insegnano ancora a lasciare andare. Non è questo che ti dice la vita a ogni passo? Un continuo scivolare di mani. E’ così che fa il nostro ventre quando è abitato. Lascia andare, abbandonandosi al vuoto. E’ generoso il ventre di una donna, accoglie e dona, sa la pienezza e l’improvvisa solitudine.
Ce la siamo cavata noi come madre e figlia, continuiamo a farlo? Tu hai avuto sempre difficoltà a lasciarmi andare, io ad accettarti così diversa da me. E dovevi capirlo che non avresti avuto una figlia sonocometumivuoi. Da subito, dalla prima espulsione, che è stata sbrigativa, senza retorica. Avevo troppa fretta di vita. Un parto senza dolore. Il mio primo atto di distanza dai dogmi, imparati a memoria dentro la casa e le chiese. Sono arrivata, piccola, scura, raggrinzita, che al tuo seno non mi sono voluta attaccare e mi sono concessa la libertà di svenire a ogni pianto eccessivo, a ogni emozione e urto. La concessione di una pausa dal troppo che c’è. Mi fingevo morta per il gusto di resuscitare. Così sono cresciuta, in mezzo ai miei due fratelli cercando lo spazio da abitare. E poi l’adolescenza e la rabbia e la parola “ribelle”, che mi arrivava come un rimprovero. Che fatica, mamma vecchietta, per entrambe, lo so. Che poi così ribelle non sono mai stata, non è mai stato un assoluto allontanarmi dal tuo richiamo, un vero osare che mi dovevo, mamma vecchietta, per crescere con la fatica del tempo giusto. Ma per te, così abituata all’obbedienza e a una visione genitore-centrica, lo so, è stato difficile. Dentro lo scontro abbiamo imparato a comunicare il dissenso. Tu con le tazze di camomilla lasciate sul tavolo della cucina, la scatola con le bustine accanto, a rimproverarmi le notti insonni, io a parlare con occhi distanti. Mi hai sempre evidenziato il talento di cambiare sguardo. Un diavolo improvviso dicevi. E al tuo sei sei sei io rispondevo con il miei molti sono. Abbiamo duellato con le armi del sei e del sono, fino al tempo della reciproca indulgenza, del riconoscerci con tenerezza. Abbiamo resistito, senza arrenderci alla tentazione della distanza irrimediabile. Siamo state brave, in fondo. E non è stata la maturità, il tempo, il pensiero fatto solido. Noi la sappiamo la sintesi del nostro essere tesi e antitesi. E’ stata lei che è arrivata per disegnare l’ellisse che ci fa ruotare armoniche, con qualche concessione di impazienza. E’ stata lei, la quindicenne che ti cerca e ti abbraccia come una madre, piano per paura di sbriciolarti.
Ma chi lo diceva a me, mamma vecchietta, che sarebbe stato il mio dono di ventre, il mio primo imparare a lasciare andare, che ci avrebbe fatto cedere l’una all’altra. Questa visione di insieme che sento e so.
Possiamo finalmente arrenderci. Vi guardo e sorrido.

Tizianeda

La toppa sul cuore

L’ha riportata, esattamente dopo un anno. Mi aveva chiesto di dargliela, per trovare una soluzione al pasticcio che avevo combinato. Che in un attacco di casalinghitudine avevo deciso di stirarla. Mai stirare una camicetta nuova, quando sei stanca e inadeguata in certe pratiche. Ho bruciato il primo pezzo di stoffa su cui si è poggiato il ferro troppo rovente. All’altezza del cuore, la mia camicetta color rubino si è rappresa, sfrigolando come un dolore improvviso. Così gliel’ho consegnata, dimenticandola, rassegnandomi alla perdita, certa che una soluzione a quel guaio non l’avrebbe trovato. E’ passato un anno e invece la camicetta è rispuntata con quel colore che sa di felicità. Era raggomitolata dentro un sacchetto di plastica. L’ho sfilata, infilando la mano nel suo contenitore provvisorio. Sembravo il mago pronto a far stupire. Ma la magia non sono stata io a crearla, sono state le mani di Olivia, che nel tempo delle attese hanno ricoperto la ferita della camicetta. Una ferita che non si poteva guarire, ma in qualche modo si poteva consolare. L’offesa, era stata coperta da un pezzo di stoffa azzurro, ritagliato a forma di cuore. Un lavoro imperfetto, a dire il vero, proprio come l’amore che non è in grado di cancellare quel che è, ma che sa essere forte presenza, consolazione delicata, inaspettato gioco di prestigio, una toppa all’altezza del cuore.
E’ così che speri anche nella vita, a volte. Che succeda un prodigio, un gesto piccolo e imperfetto, una magia che spunta da un sacchetto anonimo, un fare che avevi smesso di aspettare per dimenticanza o per rassegnazione, o altro, chissà. Una toppa imperfetta all’altezza del cuore, un gesto d’amore che non può annullare le ferite, ma che le sa coprire come una consolazione, come una madre che rimbocca le coperte, anche se fa caldo.
Domani la indosso questa camicetta felice e non la stiro più, ché poi a furia di mettere toppe mi diventa una coperta patchwork. La indosso con il suo cuore bizzarro, all’altezza del mio cuore, la indosso a rimboccare le coperte della tristezza di questi ultimi dolorosi giorni, mannaggia a loro.

p.s.: la nonna santa Gina, la nonna delle polpette al sugo patrimonio dell’umanità, la mamma dello sposo ormai presente e un tempo errante, si è dileguata da noi umani. Volevo dirvelo, perché lei è stata pezzo importante di questo blog e della vita mia e di molti suoi protagonisti. Il fatto che non ci sia più, mi infastidisce un bel po’. Questo post è per lei.

Tizianeda

Bellissima e inutile

E poi?
E poi è successo che l’ho vista.
Cosa? Hai visto cosa?
Come cosa. Ho visto la poesia.
Ma che dici!
Sì, era sistemata dentro una gruccia che oscillava da un ferro che sporgeva da un balcone.
Non ho capito niente.
Ti spiego. Io stamattina stavo seduta dentro i 90 mq. Esattamente sulla poltrona dove mi posiziono per scrivere. Da lì posso guardare fuori attraverso la porta finestra. E’ un vizio che c’ho, quello di guardare fuori, da quando ero bambina. Guardo il cielo, le nuvole, il mare, le montagne sull’acqua. I palazzi no, perché sono brutti assai, con le antenne, le asimmetrie, le disarmonie, tipo il Castello Errante di Howl ma brutto.
Continuo a non capire. Come fa la poesia a essere dentro una gruccia.
Ti spiego. Insomma ero lì che dovevo scrivere, che lo sai che ho poco tempo, e mi sforzavo ma poi pensavo ad altro ché in questo periodo c’ho sempre altro tra testa e cuore e insomma è un periodo … vabbè lasciamo perdere. Ritorniamo alla gruccia. Ero lì seduta con lo schermo del pc tutto bianco senza una parola e all’improvviso ho alzato gli occhi e ho guardato attraverso la porta finestra.
E…
E l’ho visto bellissimo che oscillava.
Cosa, santo cielo hai visto!
Il k-way verde appeso, tipo la poesia.
Mi stai prendendo in giro?
Ti spiego. In un brutto palazzo con i balconi arrugginiti, le antenne e cavi che scendono dalle terrazze per arrivare non so dove, c’era questa gruccia. La gruccia era fissata a una bacchetta di ferro che sporgeva da una ringhiera di un balcone.
Continua.
Alla gruccia era appeso un K-way verde. Sai quei giubbotti impermeabili che sembrano di plastica. Che addosso sono tristissimi.
Sì, brutti ma pratici.
Ecco lì il K-way verde appeso era bellissimo come le cose inutili, come è la poesia. Bellissima e inutile.
Inutile?
Certo, mica è come il K-way che se lo indossi nei giorni di pioggia non ti fa bagnare, anche se sei brutto come un Teletubbies.
E come sarebbe, invece, questa poesia?
E’ come il K-way verde appeso. Ti spiego. In quella sua indifferente inutilità, mentre il vento lo faceva muovere, tipo burattinaio e le maniche facevano giravolte, inchini e piroette, insomma il K-way verde in tutto quel grigio triste dei palazzi, mi ha fatto vedere tanta bellezza e grazia. Danzava, capisci, il K-way danzava, e a guardarlo mi sentivo così … oh insomma, a guardarlo, hai capito…
E quindi?
E quindi niente, i palazzi brutti sono scomparsi e anche le antenne foruncolose, i cavi, il grigio e i pensieri uggiosi.
E poi?
E poi, siccome di poesia non si campa e si era fatto tardi, ho salutato il K-way verde, l’ho ringraziato per gli attimi di prodigio e sono andata tra le mie tristi carte.
Non è una storia a lieto fine.
Ma quale fine. E’ la vita. E’ tutto qui, è sempre tutto qui, bella mia.

(Questo dialogo è stato tratto dai discorsi inutili di #iomelacantoeiomelasuono)

Tizianeda