giugno 2017 archive

Esercizi di lontananza

– Come? Parti, Tizianeda?
– Sì mamma vecchietta.
– E i bambini?
– Non sono bambini, e poi c’è lo sposo un tempo errante ma oggi ormai presente.
– E lui non dice niente?
– No, mamma vecchietta. E poi parto venerdì e domenica sera sono già a casa. E comunque non mi sto arruolando alla legione straniera. Vado dalla cugina tacco 12 che mi aspetta da un po’ e anche io.
– Mah!
Così Tizianeda, è partita. E’ salita in un pomeriggio caldo su un treno, di quelli del suo sud suddissimo, un po’ sbrindellato e sudaticcio e dopo due ore in compagnia di un ragazzo che ha occupato il tempo a recitare preghiere e torturare la bottiglia in plastica che teneva tra le mani, è giunta a destinazione. Lì c’era la cugina tacco 12 ad aspettarla, che c’avevano tutte due una voglia matta di vedersi e dirsi. La cugina tacco 12, la figlia della zia Sisa, la zia santa che non c’è più, che ha due sorelle meraviglia e guardarle, tutte e tre insieme, ti incanti, come in un film di Almodovar, colorato e pieno di vita. Che lì a Tizianeda la chiamano cuginetta, perché è la più piccola e in quella parola lei si accomoda e sistema come su una poltrona accogliente e morbida. Che ogni tanto ha bisogno di sentirsi così, cuginetta e basta. Che quando arriva, la cugina tacco 12 le apre una bottiglia di vino bianco che sa che le piace e lei lo può bere senza mal di testa postumo. E non c’ha neanche voglia di uscire quando è lì, se non la mattina per andare insieme a mare e stare dentro l’acqua a esercitare dimenticanze provvisorie. E ha riso e tanto con lei, come quando ha aperto l’armadio pieno di scarpe tacco 12 e ci ha giocato, come si faceva con i bauli pieni delle nonne.
Ora Tizianeda, è sul treno che è ritorno, e scrive. Ogni tanto guarda verso il mare dello jonio, quando l’offesa di certe case non le ruba lo sguardo.
Alla stazione, prima di partire, con la cugina si sono guardate negli occhi e abbracciate, si sono dette parole che solo loro sanno. “Torna” “torno, prometto”. Poi Tizianeda è salita sul treno, ma non si è seduta subito. E’ rimasta lì in piedi davanti alle porte chiuse a guardare la cugina. Mentre il treno partiva si è messa una mano sul cuore, come un’urgenza segreta. “Torno” le ha detto, allontanandosi dentro il movimento ferroso.

Tizianeda

La valigia perduta

In uno scambio distratto di valige quasi identiche, stipate nella pancia di un pullman che le stava portando all’aeroporto di Fiumicino, entrambe le ragazze avevano perduto la propria . Una era diretta al sud suddissimo, l’altra chissà dove. La prima si era accorta dello scambio all’arrivo. Piangendo, certa che la valigia con il suo contenuto non l’avrebbe mai più ritrovata, aveva consegnata l’estranea agli addetti della sicurezza. Quando davanti a lei l’avevano aperta per i dovuti controlli, la certezza, per la donna, si era trasformata in dogma. Poche cose, ai suoi occhi di pessimo gusto e inutili. La sua, invece, per i tre giorni a Roma, era stata riempita del suo colorato mondo di donna giovane. Cinque completi intimi, trucchi, vestiti, scarpe, orecchini e collane, una borsetta che le avevo portato da Parigi. Molto carina in effetti.
“Sì ma cinque completi intimi per tre giorni è proprio esagerato. Che ci devi fare con cinque completi intimi?”. Non è che le fossi stata di grande conforto, partendo con il mio pippone che non si deve piangere per gli oggetti perduti, anche se per la borsetta azzurra di Parigi che le avevo regalato, un po’ mi dispiacesse. Né quando eravamo giunte alla univoca conclusione che l’universo non sempre manda messaggi davanti agli avvenimenti della vita. Anzi a volte sembra proprio fottersene. Né quando, dinanzi alla comparazione tra i contenuti delle valigie, le avevo manifestato la certezza che la sua valigia si trovava comoda e svuotata in chissà quale paese straniero.
Poi però è stata ritrovata. E non come avevamo creduto, in un moto di entusiasmo da ragazze dei fiori , perché restituita onestamente dalla scambista di valige. C’eravamo già immaginate biglietti di ringraziamenti e prodigate in discorsi sulla bellezza dell’onestà e comprensione. La tipa, invece, accortasi dello scambio, in un moto di rabbia, l’aveva abbandonata all’aeroporto. Non si era preoccupata né dell’allarme che avrebbe potuto procurare, né della proprietaria e della sua ricerca disperata, chissà dove. La rabbia è piena di stupidità in fondo e conduce sempre verso strade interrotte. Forse era questo il messaggio cosmico che doveva arrivarci? Boh.
Ora la valigia, svuotata del suo contenuto è tornata. L’amica giovane è felice di avere recuperato ciò che credeva irrimediabilmente perso. Una storia a lieto fine, si può dire.
Vorrei trovare un significato in questo succedere. Credo che non lo cercherò, tuttavia. Le cose spesso accadono, tutto qui. A volte, ritengo, sia più saggio osservare i movimenti della vita, fluttuarci dentro, in silenzio, con leggerezza, in semplicità, in bellezza, assecondandoli. A mani nude.

Tizianeda

Wonder quindicenne

– Allora quindicenne, ti è piaciuto “Wonder Woman”?
– Sì mamma, bellissimo. Lei poi, è un modello femminile cui aspirare. Forte, indipendente, coraggiosa.
– Bene, sono contenta.
– Sì però poi è successo che si è innamorata e da quel momento il film si è un po’ rovinato, francamente.
– Vabbè. Lo sai che se non mettono l’amore va meno gente a vedere il film. E poi che male c’è se si è innamorata?
– C’è che gli sceneggiatori americani se lo potevano risparmiare. Era meravigliosa quando era sola. Ma loro le hanno dovuta per forza affiancare un uomo che l’aiutasse. Lei non aveva proprio bisogno di nessun aiuto.
– Sì però non ti alterare, quindicenne.
– Sì che mi altero, mamma. Perché quando è arrivato quello, lei pensava sempre a lui.
– Vabbè è normale. Succede quando sei innamorata. Succederà anche a te.
– Guarda spero di no. Che poi un uomo inutile. Non sapeva fare niente. Lei poteva benissimo cavarsela da sola. E invece no, per forza le hanno dovuto mettere un uomo accanto. Che messaggio arriva, mamma, alle ragazze?

Che messaggio arriva? Non lo so quindicenne. Però mi chiedo, mentre osservo divertita la tua visione estrema, se avrei dovuto, quando eri piccina, farti vedere ogni tanto le Winx, sfottere un po’ meno i Principi sempreazzurri in calzamaglia ammazza eros, usare parole più gentili con Biancaneve, Cenerentola e tutte le principesse sfigate pronte a farsi prendere dal primo sconosciuto, purché, giovane, bello, prestante e con un regno ereditato dal papà. Poi penso, mentre ti osservo, che no, è un gran bene che non ti abbia mai imbrogliata e penso che mi piace la tua severità senza indulgenza dei tuoi quindici anni, che tuttavia spero lascerà spazio alla morbidezza della maturità. Mi piace che il tuo modello di donna cui aspirare sia Wonder Woman, o quella nostra cugina che va in giro per il mondo per lavoro, con il sorriso di bambina e la forza di una leonessa. Mi piace la tua indipendenza di pensiero, che spero, tuttavia, non ti impedirà di accogliere e rispettare visioni altre dalle tue. E mi piace pensare che un giorno, quando ti innamorerai, perché succederà amore mio, non smetterai di saperti wonder e di vederti, almeno un po’, con gli stessi occhi con cui ti vedo io, ora. Allora non ci sarà sceneggiatura sbagliata che potrà rovinare il tuo film, quindicenne, e i draghi li affronterai da sola, oppure li addomesticherai con la forza del cuore in tumulto.

Tizianeda

I telefoni e le stanze

Quando lo sposo un tempo errante ma oggi ormai presente, ha detto con tristezza a Tizianeda, che dovrà disattivare il numero di telefono della casa di nonna santa Gina che non c’è più, lei, che ha avuto la sensazione di una luce che si spegne in una stanza, ha pensato.
Ha pensato ai numeri delle case di un tempo senza cellulari. Un solo numero, per tutti gli abitanti delle stanze. Ha pensato ai telefoni grigi con la rotella, regina della lentezza, poggiati nel mezzo del movimento familiare, nemici della privacy e delle confidenze. Che ci potevi stare una giornata, che tanto si pagava uguale. Poi però i genitori te la facevano pagare loro, per appropriazione abusiva a tempo indeterminato dell’oggetto comunitario.
Ha pensato che ogni numero importante si fissava in testa come una filastrocca musicale. Che era molto più di una sequenza aritmetica. Era una storia, un luogo, un’emozione, era sentimento. Ancora oggi a raccontare numeri antichi che non usi più – perché le case si sono svuotate, o perché semplicemente la vita ti ha condotto dentro altre stanze – insomma ancora oggi quei numeri hanno la magia della evocazione. Perché quei numeri allineati come un filo, riportano dentro stanze abitate, anche se ormai popolate da fantasmi. I numeri di telefono delle case erano una formula magica. Bastava pronunciarli per materializzare le vite cui appartenevano .
I numeri di telefono delle case ripetuti e familiari, erano Natale, Pasqua, compleanni degli zii e dei nonni. Erano la voce di tua madre, erano chiama e poi hai chiamato?, erano il mantra delle feste comandate. Erano i doveri mischiati all’affetto.
E pensa al numero delle amiche del cuore che si stava ore al telefono ché tanto la tariffa era sempre uguale. E si chiamava con la scusa dei compiti da dirsi e si finiva per raccontare tutta la storia dell’umanità. La propria umanità fresca che voleva tante parole.
E ricorda i numeri del tempo della stupideria giovane. Quelli che componevi tremando, solo per sentire la voce del ragazzetto che ti piaceva. Quello che riattaccavi subito, come un paracadute da aprire appena lanciati dall’aereo per paura di precipitare. E quel numero era adolescenza, risate isteriche e batticuore. Era una casa che non sapevi, ed era il volto del tipo ed era la sua mano che teneva la cornetta e le labbra che si muovevano per dire pronto. Ma eri tu a non essere mai pronta e non c’erano selfie e filtri a darti coraggio. C’era quel filo con cui ricamare l’immaginazione e l’amore acerbo e non vissuto.
Oggi Tizianeda porta con sé, come un arto, il suo cellulare, pieno di messaggi scritti, ma senza stanze evocative in cui entrare. E’ il suo tempo liquido, in fondo, con il privilegio di essere raggiungibile ovunque, di avere un numero tutto per sé e di non avere sforzi di memoria aritmetica. E’ il tempo senza fili. Di tutti i numeri di cellulari conservati nella memoria dell’oggetto magico, ne ricorda solo uno. Il telefono di casa lo usa perlopiù per sentire lo squillo del telefonino perso e così cercarlo per le stanze. Non si è mai soffermata a pensare in quale luogo quello squillo la conduca, quali emozioni e sensazioni.
La prossima volta che lo smarrisce e fa questo gioco casalingo, magari si risponde per capire il suo sentire. Anche se già sa che chi l’ha chiamata riattaccherà.

Tizianeda