settembre 2017 archive

Tizianeda, il bar e il magico mondo maschio

Tizianeda, da un po’, la mattina, al ritorno dalla sua camminata davanti al mare, finita la salitona ripida della sua città, si siede a uno dei tavolini all’aperto di un bar. Lì inizia a chiacchierare con i due astanti che bevono il caffè, dopo avergli sottratto il bicchiere d’acqua ancora intonso appoggiato sul tavolino. Non le importa se è sudata, spettinata, con le scarpe da ginnastica vecchissime e comode, i pantaloncini larghi e consunti come la maglietta. Non le importa, perché si sente a suo agio, come a un incontro tra vecchi compari in una bettola puzzolente, per giocare a tre sette o a ruba mazzetto. Uno dei due tipi seduti, lei lo conosce da quando era bambina, l’altro è il migliore amico del primo. Così si accomoda e i due, le disvelano il magico mondo maschio.
“Allora aiutatemi a capire il pensiero maschio. Magari ci scrivo qualcosa” “Tizianeda non c’è molto da capire, noi maschi siamo semplici” “Già siete proprio basici” “Sveglia, pipì, cacca, lavoro, donne, sport, passioni, amici, divertirsi, dormire. Questo siamo”. Loro lo dicono.
E in queste mattine, i suoi amici basici, le hanno insegnato parole che lei disconosceva, appellativi nuovi, visioni sconosciute, tattiche, preferenze anatomiche, raccontato esperienze di vita vissuta. Il tutto corredato da esempi efficaci, esplicativi e così illuminanti che si è sentita come messa al corrente del terzo segreto di Fatima. Le hanno spiegato, con grande onestà intellettuale, anche il motivo per cui a tratti si assentano e discretamente guardano altrove, con una tecnica che Tizianeda ha ritenuto perfetta e una capacità di osservazione quasi prodigiosa, che va dal generale al particolare. Non ne possono fare a meno, le hanno spiegato. E quel bar con i tavoli all’aperto, garantisce un panorama mutevole e ricco.
Però, tra una visione e un’altra, parlano. Tizianeda gli invidia la capacità di aprire e chiudere le stanze interiori. Lei che donna, le porte interiori a volte le lascia spalancate, creando incredibili correnti d’aria.
Tizianeda parla anche se poco e loro ascoltano con pazienza e poi si raccontano con calma, portandola in una dimensione meno contorta, a tratti cialtrona, ma anche felicemente leggera e lineare.
Lei non sa, se dopo queste sedute di autocoscienza mista, riuscirà a rassegnarsi pienamente alle profonde diversità tra i generi, o a porre le giuste distanze, o a non preoccuparsi più di non poterle comprenderle con le complesse categorie mentali delle donne, o a non scoraggiarsi davanti a inevitabili incomprensioni tra mondi. Sa però che tutte le volte che potrà, si fermerà con quei due che tanto la fanno sorridere e rilassare, ma con cui riesce a parlare di cose persino serie. Sa che comprendendo, ascoltando e accogliendo, può imparare impercettibilmente una certa libertà di visione, un distacco serafico, la bellezza e la fatica di un punto di vista diverso, sebbene non sempre condivisibile. Intanto continuerà a sedersi al tavolino del bar con loro, a rubargli l’acqua, a chiacchierare e a bloccarsi suo malgrado, dinanzi alla loro visione di una bella donna, che tanto li incanta, se pure per un attimo.

Tizianeda

Buon Inizio

Lui si è svegliato arruffato, con lo sguardo altrove, l’umore lamentoso. Si è seduto sconsolato attorno al tavolo della cucina per la prima colazione, chiudendosi nella dolcezza del suo silenzio contrariato. Ha mangiato biscotti e latte, poi si è vestito con le prime cose che l’armadio gli suggeriva, perché, come dice da sempre, è indifferente allo stile. Sua sorella lo ha criticato, sua madre avrebbe voluto che indossasse la camicia di jeans, che è proprio un bonazzo con quella, ma a lui non piace. Preferisce le magliette colorate e stropicciate. Avrebbe voluto starsene a casa, con i suoi interessi primari, in cui la scuola non è inclusa. Perché lui la scuola non la vive. La subisce, con i compiti, le relazioni con insegnanti e compagni, la sveglia, la disciplina che stoico si auto impone, come un monaco zen. Poi è andato via con lo zaino, i quasi dodici anni, i capelli corti, il corpo ossuto e ancora senza segni di pubertà, la follia ironica e altrove. Ancora si fa abbracciare e baciare, anche se non lungamente. Così sua madre, che nei momenti di distrazione ne approfitta, lo ha abbracciato e baciato, anche se non lungamente, augurandogli “buon inizio” e ricevendo come risposta un mugugno lamentoso.

Lei si è svegliata assorta e silenziosa ancora impastata di sonno. Fa parte di quella incomprensibile setta di umani che la mattina appena svegli non parlano e non vogliono sentire suono umano. Nei 90 mq tre quarti vi aderiscono. Tizianeda è la minoranza discriminata. Quando ha ritrovato il senno e la parola, ha iniziato a prepararsi con gesti sereni. Sapeva già come vestirsi, truccarsi, pettinarsi. Era contenta e curiosa di conoscere gli insegnanti del terzo Liceo Classico. Di iniziare a studiare la filosofia, che Tizianeda spera le servirà ad affinare la profondità di pensiero, a moltiplicare le categorie mentali, a sviluppare la capacità di guardare critica le cose del mondo. Spera anche che impari a non sopravvalutare il pensiero, e a non farsene imbrigliare. Spera che sviluppi il coraggio di mandarlo a quel paese quando diventa nemico della fluidità vita. Sulla porta Tizianeda l’ha abbracciata e baciata e le ha augurato “buon inizio”.
Lei ha sorriso ed è andata via.
Così Tizianeda è rimasta sola in casa con la gatta Tàlia, perplessa per le stanze improvvisamente svuotate dei sue due abitanti preferiti. Poi ha iniziato a fare ciò in cui un gatto eccelle: niente. Tizianeda mentre la guardava raggomitolata e sonnacchiosa sul suo letto, godendo del silenzio delle stanze vuote, ha pensato alle tristi carte che l’aspettavano nel suo studio di avvocata, un piano più giù dei 90 mq. Ha accarezzato la gatta Tàlia persa nel suo magico mondo gatto e ha iniziato la giornata, senza pensarci troppo.

Tizianeda

Gli occhi e lo specchio

E’ stato un attimo, un guizzo dentro i suoi occhi dal colore che non ha nome, quelli che sono verdi, azzurri, grigi, boh. Quelli che intorno si modificavano le geometrie. Un crescere di corpo, naso, bocca, guance, mani, spalle, braccia, seno, fianchi, gambe, attorno alla staticità di cellule visive. C’è da perdersi o ritrovarsi nella fedeltà tridimensionale degli occhi, nella loro coerenza di grandezza.
C’è da perdersi quando dentro l’immobilità degli occhi di una quindicenne, si affaccia un movimento nuovo di sguardo, di fronte allo specchio che la osserva e misura.
Ed è successo, nel giro di un attimo, che io guardavo lei, lei guardava lo specchio, lo specchio si riempiva di lei, e i suoi occhi per la prima volta sorridevano a se stessa. E’ successo che io, che rubavo l’intimità dei riflessi, continuavo a guardare la ragazzina, le sue iridi colorate di sorpresa, i due identici corpi giovani e pieni, fuori e dentro, che per la prima volta si riconoscevano.
Un regalo inaspettato delle ore, che lo sguardo ha assorbito, come uno specchio che attira la vita.
Gli occhi sanno la coerenza delle cellule immutabili. Lo sguardo no, comprende e cattura. E’ moltiplicazione, sottrazione, a volte divisione. Lo specchio senza menzogna dei nostri accadimenti. La misura mutevole del nostro stare alla vita, che ci scivola dentro, attraverso una finestra spalancata.
Lo sguardo di Agnese mi ha regalato la sua bellezza intima. La stessa che accade tutte le volte che ci specchiamo per guardarci negli occhi. E così ritrovarci nelle nostre dimensioni uniche e immutabili, per rassicurarci che la vita non ha incattivito il nostro vedere, rendendolo distante e d’acciaio. Lo facciamo per ritrovare la nostra presenza di visione, per dirci va tutto bene, ascolta, l’anima è ancora qui.

Tizianeda

Tipo Medjugorje dei 90 mq

Giacciono sopra il pavimento. Gli abitanti passano accanto più volte e pare che nessuno li veda. Ogni tanto vengono raccolti, per l’invito poco amichevole di una voce. O perché la donna da cui la voce proviene si arrende e li fa sparire, o perché lo sposo della donna, nel vedere l’imminente deriva dei 90 mq, raccoglie e mormora. Gli oggetti però misteriosamente si riproducono come i Gremlins con l’acqua. Così le apparizioni mistiche si ripetono, tipo Medjugorje dei 90 mq. Riappare il calzino spaiato, il foglio dell’altra volta, la maglietta che era nella cesta del bucato, una scarpa solitaria. Un libro, un quaderno, le penne. Una forchetta, un tovagliolo, pantaloni, la gatta che dorme. Pinzette, reggiseni, un pezzo di carta, un cerotto usato.
L’oggetto cade, viene abbandonato, dimenticato, lasciato in circostanze misteriose. Resta, come una installazione artistica voluta da un’amministrazione sciagurata, come la spada nella roccia, come la piccola vedetta lombarda.
E si dovrebbe studiare questa roba degli oggetti abbandonati e dimenticati sui pavimenti delle case abitate. Che nessuno raccoglie fino a che non si vedono più, tipo rimozione da trauma, anche se sono sempre lì nella loro materialità tangibile.
E non c’è verso di venirne fuori. E’ un rompicapo, oppure una importante metafora della vita, risolutiva di tutto l’incomprensibile natura umana. Per esempio, forse abbandoniamo le cose perché non sono importanti, oppure non le vediamo perché altrimenti dovremmo confrontarci con il nostro disordine interiore, come se dentro fossimo solo un groviglio di calzini e scarpe spaiate, di fogli stracciati, magliette sporche, cerotti con la crosta attaccata. Oppure perché ognuno spera nell’altro, nel suo estremo sacrificio da raccoglitore rassegnato.
Oppure no. Forse quasi niente ha un significato. E un calzino abbandonato sul pavimento di una casa abitata, è quello che è. Un piccolo pezzo di cotone che prima o poi qualcuno rimuoverà, da rimettere al suo posto, fino alla prossima inevitabile, identica apparizione.

Tizianeda