Accenti

“Mamma io da grande andrò a vivere all’estero, avrò un lavoro che mi farà viaggiare molto, non mi sposerò, non avrò figli e avrò tanti gatti”
“Sei sicura, quasi sedicenne?”
“Certo mamma, non voglio avere il pensiero di un marito mentre viaggio”
“Pensavo piuttosto ai tanti gatti. Le gattare sono stanziali, chi si prenderà cura di loro?”
“Non ci avevo pensato”
“Se vuoi verrò a trovarti e posso badare io a loro”
“Rinuncio ai gatti mamma”
“Scema. Certo se poi ti innamori. Insomma potresti cambiare idea. E comunque fa sempre comodo qualcuno che badi ai gatti mentre sei impegnata in giro per il mondo”
“Mamma!”
“Dai che scherzo. A me basta che tu possa scegliere quello che desideri. Non c’è una forma. Lo sai come la penso”
“Sì mamma, lo so”
“Certo se poi ti innamori…”
“Mamma!”
L’età della quasi sedicenne è piena di “o” accentate, di vaticini personalizzati, di confini dentro cui abitare. Il futuro è il talento luminoso dell’adolescenza. Per la ragazza di casa, il futuro non abiterà il sud suddissimo, parlerà una lingua straniera, sarà indipendente, errante, senza l’urgenza di un compagno con cui condividere spazio e ore, con la nostalgia dei gatti.
Cambierà idea? E’ probabile. Parecchie volte forse. E si innamorerà. Senza fretta se possibile.
Intanto, in questo presente, passeggiamo stringendoci l’una all’altra, io con il braccio infilato sotto il suo. E’ bello il futuro pensato, con lei accanto. Il suo corpo è solido. La guardo. Lei si gira verso di me “Che c’è?” mi dice. Sorride. “Niente” rispondo. Sorrido. Le do un bacio sulla guancia che accoglie. Camminiamo dentro le strade invernali. Non parliamo. Col cavolo che non verrò a trovarti, penso.

Tizianeda

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