Il dolore di Agnese

Quando, lo sposo e io, siamo tornati a casa, con noi c’era un bambino, che aveva percorso lo stesso sentiero della sorella e abitato la stessa pancia, prima di diventare una poesia chiassosa di cellule e urla. Ad Agnese, i suoi tre anni, avevano fatto sentire quell’essere unico, ma quanto di più somigliante a lei sulla terra, come un dolore incomprensibile, un pericolo per la sua felicità di figlia unica, un invasore, ladro di spazi fino ad allora sereni. E poiché il dolore trova attraverso il corpo, il modo di imporsi e di dire, lei per un tempo allargato, ha smesso di mangiare, ha iniziato a incimpare in ogni parola, a segnare il territorio di notte, nel suo letto. Poi è successo che, in quella bambina, la paura e il dolore si sono trasformati. E nel tempo in cui ha imparato a scrivere i loro nomi odiosi, Agnese ha iniziato ad amare suo fratello. Lentamente. A capire che quel bambino adorante, era un’opportunità e una ricchezza dentro le ore.
Oggi osservando la quindicenne e il dodicenne e il loro modo unico di cercarsi, comunicare, proteggersi, ho pensato a tutte le volte in cui crediamo che un evento doloroso potrà solo devastarci la vita, rovinandocela. E invece, invece, proprio quella deviazione improvvisa, può essere un’opportunità, una voce nuova, un dire della vita. Un regalo. C’è che si deve resistere, stare in silenzio, respirare, osservare, non farsi travolgere dalla rabbia e lasciare scorrere. Non sempre è facile. Non sempre è così, ma a volte succede che si trovi una porta che ti fa entrare in nuove stanze, un po’ più cresciuti, anche se con uno strascico di paura pronta a risvegliarsi. Si cresce anche così, aveva detto allora il pediatra zen di Agnese, non si preoccupi signora. Si cresce anche così, imparando i tempi degli arrivi e delle attese e delle assenze, lasciando che la vita scorra in avanti. Anche con presenze improvvise e non richieste, che in quell’attimo ci sembrano il preludio del disastro. Agnese ha sopportato il suo dolore, gridandocelo con le sue proteste tacite. Aveva le fattezze di un bambino bellissimo che le straziava il cuore piccolo, per la paura della perdita. Lei ancora non sapeva che quello era il seme di un futuro amorevole, da attendere con pazienza.

Tizianeda

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