aprile 2018 archive

Forte come la dimenticanza è il mio cuore

Tengo tra le dita il foglio. E’ una lettera. Arriva dal Nord. Mia madre mi chiede di leggerla. E’ di Graziella, mi ha detto sorridendo. Doveva sorridere così, mia madre, anche quando era poco più di una bambina e la sua amica del cuore era lei, Graziella. La vicina di casa, la compagna delle scuole medie, quelle che non si sono mai lasciate, anche dopo. Mai una lite, molti cazziatoni, per lo più di mia madre con le sue visioni strutturate, dentro il triangolo delle bermude, casa, scuola, chiesa. E Graziella era contenta di questo. Mi vuole bene diceva. E poi matrimoni, figli e un mucchio di vita. Graziella e Mara le inseparabili, che era bello vederle così diverse, in tutto, a fare parole crociate e rebus, quando passeggiavano con il giornaletto in mano, zigzagando, ubriache di vocali e consonanti da sistemare.
Poi anni fa Graziella è andata via, al nord. Perché la vita ti scompiglia all’improvviso gli accordi delle parole. Hanno continuato a sentirsi, ma sempre meno. Graziella arretrava nella dimenticanza, mischiando cose e persone, ruoli, stagioni, l’ordine degli oggetti, la scansione degli eventi, resuscitando le assenze. Un miracolo della memoria rivoltata. Però a Mara non l’ha dimenticata, l’ha conservata in un pezzetto di quel muscolo strano. La voce nascosta che tiene compagnia, che ci ricorda l’alternarsi di suono e silenzio. Le ha inviato una lettera, con la grafia incerta di una bambina e la nostalgia per tutto ciò che abbiamo perso.
Il cuore sa essere ostinato, però. A dispetto della dimenticanza. Sta in ascolto del suo battere, conosce il compito. E’ un richiamo costante e innocente. Come la lettera di Graziella. Come il suo ostinato amore.
“Io sono la tua sorellina e ti voglio tanto bene”. Queste parole in fondo alla lettera. L’amore è semplice. In fondo.
E’ il cuore nascosto di Graziella. Più forte della dimenticanza.

Tizianeda

Rammendi

La tarme abitano i cassetti dell’armadio e del comò. Dal tempo delle nonne, dei luoghi in penombra dell’infanzia, dei serrati bauli di lenzuola, profumati di lavanda, appesantiti dalla naftalina. Popolano l’antico, l’andato, l’appena ricordato.
Sanno il sapore di magliette, pigiami, dell’appeso nell’armadio, del piegato nei cassetti. Peggio per te mi dico. Le tarme si prevengono. Ma non con le palline, dalla consistenza di supposte, che tua madre ha sempre usato. La puzza bianca sulle vesti, che scacciavano le tarme e anche i ragazzi. Che erano meglio i buchi.
Oggi, guardo il cerchio vuoto nella maglia nera che mi piace, che potrei rammendare, ma tra le mie dita, il rammendo è peggio. Esperta in cucito ingarbugliato, faccio grumi di filo, ché a cucire non ho mai imparato, né mai cercato. Con la cassetta che risuona di rocchetti colorati. Regalo sperato e sempre disatteso. Ago e filo, tra le mie dita, seguono confuse traiettorie di imperfezione. Ed è meglio il buco, sulla maglia nera che mi piace tanto. Oppure meglio chiedere, cercare altro ago, altro filo, altre mani che sappiano consolare quel vuoto costruito dalla tarma, architetto invisibile dentro i cassetti e l’appeso nell’armadio.
E intanto esco, per comprare prodotti scaccia tarme dalle mie cose. Stupide bestiole. Ma non la naftalina dall’odore di stanze chiuse. Prendo strisce profumate, un invito con gentilezza ad andare. Poi cercherò le dita buone, manderò un messaggio, comporrò un numero di telefono. Metterò in una busta la maglia con i buchi e gliela porterò. Avrò il mio rammendo invisibile dalle mani che ho cercato. Che è bello chiedere, ogni tanto, sapere che esistono i ripara-buchi delle tarme. Poi, ricambierò con un abbraccio, un bacio, un tempo dedicato ai sorrisi. Qualche buco, così, forse, riuscirò a ripararlo anch’io, senza saperlo. L’ago e il filo che so usare.

Tizianeda

La pausa dal rumore

Ciao voi due, abitanti antichi del mio corpo. Che siete cambiati ogni giorno in quel tempo lì, dentro la mia pancia, con il suono delle cellule.
Ciao voi due, che la casa ora è fuori e ci siamo tutti dentro.
Ciao Domenico, che la voce ha un suono strano e hai quel corpo ossuto e ti dico, è troppo, mangia. Ciao, che ti allontani e a volte ti scosti dai miei gesti, come sai fare tu, con gentilezza. E so che è così che deve essere. Ciao che ho imparato l’abbraccio con destrezza. Di nascosto, in uno stringere di occhi, quando i tuoi sono altrove. Perché devi andare e l’infanzia non è per sempre, e il per sempre non esiste. Esiste qui, ora, l’attimo, il giro d’angolo, l’arrivo, l’andare, l’allontanarsi, lo scostarsi del passo, la libertà dei gesti che è indipendenza. E mi piace vederti così, nella solidità del distacco necessario, che fa respirare entrambi.
Ciao Agnese, che ti avvicini, dentro il silenzio delle donne, un attimo prima del suono che dice. Che mi chiedi, mentre esplori la vita. E ascolto i tuoi racconti che mi appoggi sui palmi delle mani. I tuoi sfoghi di voce, le tue richieste.
Ciao, che mi sveli l’affronto delle fragilità e la costruzione di una forza ricercata. Ciao che so che di un figlio non si sa mai abbastanza, come in ognuno. Una parte è rivelata, una parte è da coprire in stanze segrete. Ciao che sono qui e tutto si ferma quando ti sveli e fermo le mani e fermo i passi, entro in questo tempo concesso, in questo mondo allegro e malinconico da accogliere come un regalo.
Ciao voi due, che siete la pienezza di un sentire che non so dire. Che può sbriciolarsi il mondo dentro e fuori di me, può sbriciolarsi, eppure rimane il nucleo, la solidità di madre che voi nutrite senza saperlo.
Ciao che siete belli e faticosi, ma neanche troppo, la fatica normale dell’attenzione. Che siete l’attimo silenzioso del battito, quanto tutto è fermo. La pausa dal rumore.

Tizianeda