maggio 2018 archive

La nostalgia di gatta Tàlia per le tortore

Tutti giorni dopo che ha svolto le sue principali attività, dormire e mangiare, si avvicina alla porta finestra della cucina e osserva fuori. I suoi occhi distanti di gatta guardano verso l’alto. Si immobilizza così, per un tempo che lei non sa contare e che non conta, per lei. A tratti emette un verso, che non è miagolare. E’ un richiamo, un pigolio di uccello, perché i gatti si sa, sono uno, nessuno e centomila. Gatta Tàlia guarda, verso l’alto, sul tetto del palazzo di fronte. Guarda con il corpo proteso, un attimo prima del balzo. Guarda le tortore, che ogni mattina tornano, chissà per quale architettura di volo. E ogni mattina tutti noi della famigliola, assistiamo inermi alla nostalgia di Tàlia per le tortore lontane. A separarla un vetro, la zanzariera, un balcone, il parapetto, il vuoto, l’altezza. A separarla, il suo essere gatta dentro una casa, che la protegge dal mondo fuori, dandole una vita placida, che però non la preserva dalla nostalgia per le tortore irraggiungibili. Così lei, ostinata gatta, ogni mattina, si ferma, sguardo, zampe, pelo, denti, suono, davanti alla porta finestra, e aspetta. Quando arrivano, freme guardandole. Il vuoto, tra lei e le tortore, che non basterebbe un balzo a farla arrivare, che si sfracellerebbe, molti piani più giù. Che avrebbe bisogno di ali, gatta Tàlia per raggiungerle. Che poi forse, se le mangia pure. Anche se lei è una gatta mite. Ma la mitezza, si sa, in un gatto si ferma davanti ad altri istinti, che potrebbero mostrarci il suo fascino inquieto.
Se potessi, glieli darei a Tàlia un paio di ali, per farla arrivare sul tetto di fronte, senza lo schianto dei piani più giù. Vederla felice così vicina al cielo, a fare agguati alle tortore, mentre sto ferma dietro la porta finestra della cucina, gli occhi puntati sul tetto di fronte, occhi, pelle, mani, sospiri, chiedendomi, chissà se ora torna, chissà.

Tizianeda

Il gateau e la borsa di Mary Poppins

“Che hai portato oggi, Olivia?”
“Una cosa buonissima, Tizianeda”
“Dai fai vedere…”
Olivia, che lavora con me chiusa nello studio di avvocata, ha tirato fuori dalla busta un piatto, con sopra un altro piatto. Nel centro la sorpresa. Il pranzo consolatore della nostra giornata lavorativa tra le tristi carte.
Che è vero che gli psicoterapeuti predicano, che non sta bene trovare nel cibo consolazione per le giornate che vorresti essere fuori, anziché dentro, che vorresti essere allegro, piuttosto che torvo, che vorresti incontri felici e gioviali e invece no e poi bla ba bla. Ma gli psicoterapeuti, non hanno mai provato gli effetti psicotropi delle robe buone preparate dalla signora Teresa, la mamma di Olivia, che tanto mi fanno pensare a quelle che faceva nonna santa Gina, la nonna che non c’è più.
E così all’ora di pranzo, Olivia e io, ci siamo spartite una enorme porzione di gâteau, che ci volevano due mani per reggere il piatto.
“Ce lo mangiamo con il pane?” ha detto Olivia. “Va bene” ho risposto io. Che al bisogno di consolazione non c’è mai fondo. E come due muratori alla fine di una giornata spacca cuore, abbiamo glorificato, ognuna nella propria triste postazione all’interno della medesima stanza, il gâteau della signora Teresa, protetto da un panino. La felicità ha profumo di pane e companatico, qualunque esso sia.
“Sacrilegio, nel pane!” ha detto un’amica informata.
“Tizianeda sei toppo piccola per quel paninazzo, non ti entra” ha sentenziato un’altra.
“Sono come la borsa di Mary Poppins” ho risposto “posso contenere tanta roba”. E poi sono dimagrita e voglio ingrassare e poi ho fame.
E ha pensato che dentro, in fondo, siamo tutti fatti così, come la borsa di miss perfezione Poppins. Corpi piccoli e fragili, capaci di accogliere e contenere tanta roba. Come il cibo di tutte le signore Teresa del mondo, preparato con cura, per consolare le giornate che mannaggia a loro.
Borse piene di sorprese, non sempre piacevoli, ché mica siamo come la tata londinese, senza sbavature, con tutto chiaro in testa, con le risposte pronte e un poco di zucchero e la pillola va giù e un autocontrollo da killer professionista. Noi c’abbiamo la confusione in dotazione dalla nascita, che a volte emerge prepotente dal fondo. Tuttavia le sorprese buone che abbiamo dentro, sono lì, insieme a tutto il resto. Profumano di pane e companatico e ti vien voglia di prenderle tra le mani e addentarle, piano, a occhi chiusi, come con i baci.
Così la pillola va giù, tutto brillerà di più e Mary Poppins, per foruna, vola via.

Tizianeda

La triste storia di Tizianeda e dello scaldabagno

“In cosa devi essere interrogato, dodicenne?”
“In tecnologia”
“In tecnologia? Il funzionamento dello scaldabagno si studia ancora?”
“Penso di sì mamma, perché?”
“Ehm, perché ricordo molto bene la mia interrogazione di educazione tecnica, allora si chiamava così, sul maledetto scaldabagno. La volete sapere la triste storia di vostra madre e dello scaldabagno?”
“Certo, mamma”.
Ero seduta al banco con le dita incrociate. Perché a quella età speri che se incroci le dita sotto il banco, il prof non ti potrà interrogare. Ma la legge di Murphy incombe sempre sotto il banco e se tu incroci le dita, stai certo che il prof ti interrogherà. Alla sfiga bisogna arrivare preparati da subito. Non è che non avessi provato a studiare il meccanismo interno dello scaldabagno, ma non ne comprendevo la necessità. Per me lo scaldabagno era un oggetto appeso al muro che ne rovinava l’estetica. Era l’oggetto che se ti dimenticavi di accenderlo almeno mezz’ora prima, ccol cavolo che avevi l’acqua calda. Lo scaldabagno era solo una questione tra me e l’interruttore, mica dovevo costruirlo. Per questo non l’ho studiato. Mi sembrava stupido e avevo altre cose importanti a cui pensare. Tipo sognare.
Alla lavagna Calabrò. Quando ti chiamano per cognome, nella maggior parte dei casi, sta per arrivare un guaio. Disegnami il meccanismo dello scaldabagno, Calabrò. Ancora il cognome. Doppio guaio. Mi sono appellata a sua santità della fantasia e simpatia. Ho disegnato percorsi, cerchi, lampadine e rette, blaterando parole sconnesse. E siccome la legge di Murphy bussa sempre due volte, in quel momento ha bussato alla porta dell’aula il Preside. Ho pensato, è fatta, torno al posto. Invece il Preside, vedendomi lì, come una vergine immolata a una divinità malvagia,lo scaldabagno appunto, mi ha chiesto di continuare. Ho continuato, deglutendo vergogna. Lo scaldabagno, secondo me. Cosa abbia detto non lo ricordo. Ricordo il prof però, cambiare colorito come un camaleonte schizofrenico. Bianco, giallo, verde, rosso. L’acqua è diventata miracolosamente calda, nei miei racconti alla lavagna. L’acqua calda secondo me. Nessuno ha apprezzato il valore letterario della mia narrazione, tuttavia. Il Preside mi ha guardata, ha sorriso ironico. E’ così che funziona lo scaldabagno, mi ha chiesto, sei sicura? E che ne so, avrei voluto rispondergli, a me lo scaldabagno neanche piace. Sono stata zitta, invece, e ho alzato le spalle. Quando il Preside è andato via, il prof mi ha intimato di cancellare subito l’orrore disegnato alla lavagna, imprecando, come se gli avessi offeso la madre. Fanculo alla scaldabagno. Ho cancellato e sono tornata a posto, trovando conforto nei sogni.
Ora vado da mio figlio e me lo faccio spiegare come funziona questo maledetto scaldabagno, perché sono trentacinque anni che vivo in un limbo di ignoranza. Bisogna pur riconciliarsi con i buchi neri del passato. Poi lo scaldabagno lo archivio per sempre, con tutta la sua bruttezza estetica e meccanica. Tanto, ormai, c’è il metano, che l’acqua calda ce l’hai, senza bisogno di interruttore.
“Dodicenne, allora questo scaldabagno, me lo spieghi?”
“Aspetta che lo cerco sul libro… non c’è mamma, parla solo del metano”
Fanculo, scaldabagno.

Tizianeda