La triste storia di Tizianeda e dello scaldabagno

“In cosa devi essere interrogato, dodicenne?”
“In tecnologia”
“In tecnologia? Il funzionamento dello scaldabagno si studia ancora?”
“Penso di sì mamma, perché?”
“Ehm, perché ricordo molto bene la mia interrogazione di educazione tecnica, allora si chiamava così, sul maledetto scaldabagno. La volete sapere la triste storia di vostra madre e dello scaldabagno?”
“Certo, mamma”.
Ero seduta al banco con le dita incrociate. Perché a quella età speri che se incroci le dita sotto il banco, il prof non ti potrà interrogare. Ma la legge di Murphy incombe sempre sotto il banco e se tu incroci le dita, stai certo che il prof ti interrogherà. Alla sfiga bisogna arrivare preparati da subito. Non è che non avessi provato a studiare il meccanismo interno dello scaldabagno, ma non ne comprendevo la necessità. Per me lo scaldabagno era un oggetto appeso al muro che ne rovinava l’estetica. Era l’oggetto che se ti dimenticavi di accenderlo almeno mezz’ora prima, ccol cavolo che avevi l’acqua calda. Lo scaldabagno era solo una questione tra me e l’interruttore, mica dovevo costruirlo. Per questo non l’ho studiato. Mi sembrava stupido e avevo altre cose importanti a cui pensare. Tipo sognare.
Alla lavagna Calabrò. Quando ti chiamano per cognome, nella maggior parte dei casi, sta per arrivare un guaio. Disegnami il meccanismo dello scaldabagno, Calabrò. Ancora il cognome. Doppio guaio. Mi sono appellata a sua santità della fantasia e simpatia. Ho disegnato percorsi, cerchi, lampadine e rette, blaterando parole sconnesse. E siccome la legge di Murphy bussa sempre due volte, in quel momento ha bussato alla porta dell’aula il Preside. Ho pensato, è fatta, torno al posto. Invece il Preside, vedendomi lì, come una vergine immolata a una divinità malvagia,lo scaldabagno appunto, mi ha chiesto di continuare. Ho continuato, deglutendo vergogna. Lo scaldabagno, secondo me. Cosa abbia detto non lo ricordo. Ricordo il prof però, cambiare colorito come un camaleonte schizofrenico. Bianco, giallo, verde, rosso. L’acqua è diventata miracolosamente calda, nei miei racconti alla lavagna. L’acqua calda secondo me. Nessuno ha apprezzato il valore letterario della mia narrazione, tuttavia. Il Preside mi ha guardata, ha sorriso ironico. E’ così che funziona lo scaldabagno, mi ha chiesto, sei sicura? E che ne so, avrei voluto rispondergli, a me lo scaldabagno neanche piace. Sono stata zitta, invece, e ho alzato le spalle. Quando il Preside è andato via, il prof mi ha intimato di cancellare subito l’orrore disegnato alla lavagna, imprecando, come se gli avessi offeso la madre. Fanculo alla scaldabagno. Ho cancellato e sono tornata a posto, trovando conforto nei sogni.
Ora vado da mio figlio e me lo faccio spiegare come funziona questo maledetto scaldabagno, perché sono trentacinque anni che vivo in un limbo di ignoranza. Bisogna pur riconciliarsi con i buchi neri del passato. Poi lo scaldabagno lo archivio per sempre, con tutta la sua bruttezza estetica e meccanica. Tanto, ormai, c’è il metano, che l’acqua calda ce l’hai, senza bisogno di interruttore.
“Dodicenne, allora questo scaldabagno, me lo spieghi?”
“Aspetta che lo cerco sul libro… non c’è mamma, parla solo del metano”
Fanculo, scaldabagno.

Tizianeda

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