ottobre 2018 archive

Gracias a la vida

Domenico ha tredici anni, quasi. I ciuffi neri disordinati in testa, come quando era bambino, il corpo ossuto, disinteresse estremo per gli accostamenti cromatici dei vestiti che indossa. Parla solo se necessario, ha la compostezza di un nobile dell’era vittoriana, non dice parolacce, e per smuoverlo dai suoi convincimenti bisogna faticare, non sempre con risultati positivi. E’ riservato, distratto, disordinato, sa custodire le confidenze degli amici, non ha malizia e ha una passione smodata per i video giochi, da contenere quotidianamente. Domenico sorride. E lo fa spesso.
Giorni fa sono stata invitata dalla scuola che frequenta, per parlare di libri, scrittura e libertà. Che prima sono entrata in una classe e i ragazzini si sono alzati ed è stato bello sentire tutto quello strusciare di banchi e sedie. E avevano gli occhi curiosi e il taccuino in mano che gli aveva regalato Manuela, la prof di lettere appassionata, che sa parlare con loro e ha creato un laboratorio di scrittura. E c’era la cugina gemella di Domenico con i capelli a molla che era contenta. E dopo un’ora di chiacchiere lì, sono entrata in aula magna con altri tredicenni e altri occhi e domande che neanche un adulto avrebbe avuto tanta sagacia. E c’era Domenico, che si vedeva che era felice assai. E non potevo stare a guardarlo a lungo, che mi si rivoltavano le viscere e sentivo tutto un rimestio di cuore. E poi è arrivata la mamma vecchietta, che in quella scuola, molti anni prima, era stata insegnante di Italiano. E i ragazzini la guardavano con incanto, come quei personaggi strani che per magia escono dalle pagine di un libro, o di un blog. E anche se le sue orecchie catturano suoni confusi, sembrava anche lei molto contenta. Come i suoi nipoti. Come lo ero io. Perché quando arrivano mattini o giorni o ore così, è un bel vivere, è un bel sorridere a questa esistenza che certo a volte è proprio torva e faticosa e non sai dove poggiarci i piedi, ma poi all’improvviso, succede che arrivano regali inaspettati e per fortuna sorridi e le viscere si rivoltano ed è tutto un rimestio di cuore.

Tizianeda

Il Teatro e le Stagioni

Un po’ di tempo fa ho scritto un monologo. Poi ho chiesto a Silvana di leggerlo. Con Silvana, che è un’attrice dai capelli ricci e rossi e di una bellezza antica, ci siamo incontrate e ogni volta che riflettevamo sulle parole, il testo è stato limato, cambiato, riassemblato. Poi il monologo è stato letto da Christian, che è un regista. E un giorno, in un posto davanti al mare dove lo avevo incontrato per caso, Christian ha detto: “si fa”. E io che c’ho l’entusiasmo fisico, l’ho abbracciato e pure tanto. Silvana e Christian hanno un Teatro che si chiama Primo ed è a Villa San Giovanni, vicino la mia città sbilenca. Ha le poltroncine rosse, si può bere vino ed è un bel posto dove sostare.
“Se dici Eva”, che è il titolo del monologo che ho scritto, non è come i post lievi di questo blog, non è un diario autobiografico, e nel parlare di donne mostra il lato nascosto della luna. Sono felice che Eva avrà la voce, il corpo e l’intensità di Silvana e che a dirigerlo sarà un uomo dalla sensibilità rotonda. Perché questa è la cosa più femmina che io abbia mai scritto. E sono contenta che verrà la mamma vecchietta, che per l’occasione, ha detto, andrà prima dal parrucchiere, ma visto che è a maggio, non è sicura di arrivarci. Io ci confido, così come confido nella sua sordità senile, che non le farà sentire, per fortuna di entrambe, tutte le parole del testo.
Però se la mamma vecchietta aspetterà maggio, voi venite prima al Teatro Primo. Seguite, se potete, la stagione, che inizierà a novembre. Venite per diventare parte di quei luoghi del sud suddissimo che creano cultura e movimento. In primavera, poi, ci sarà Eva. Avrà qualcosa da dirvi anche lei.

Tizianeda

Le parole che non so

E’ un periodo che Tizianeda si sente strana. Così strana che si piazza davanti allo schermo del suo pc per scrivere, ma le parole non arrivano. Chi la conosce e le vuole bene, le dice che passerà, che succede, di lasciar perdere, di vivere e non pensarci. Allora lascia che la vita scorra normale. Per esempio la mattina va davanti al mare e cammina. Quaranta minuti a passo veloce, per rafforzare il cuore, il respiro e il silenzio. Ogni mattina saluta il pescatore che vive sulla spiaggia con le sue barche. Il pescatore che le sorride sempre, le dice di essere felice, e di stare attenta a dove appoggia i piedi scalzi sulla battigia. Tizianeda gli è molto grata per questa attenzione di padre. Quando è con i piedi che spostano le onde, pensa che lì è tutto fermo e profumato. Anche se il mare non smette di muoversi mai. E Tizianeda chiede al mare dove siano finite le parole che devono essersi incastrate da qualche parte, che ancora non sa. E allora sbuffa e aspetta. Si siede davanti a lui e sta muta, che per ora il silenzio le viene bene ed è meglio quando le parole si perdono. Si siede e guarda lontano, fino a che gli occhi non inciampano sulle montagne dell’isola di fronte e chissà se lo sguardo le ritorna indietro come una eco. E forse a furia di rimbalzarle addosso, il meccanismo fermo delle parole, riprenderà a girare.
Nel frattempo cammina, respira, sta in silenzio e cerca di non ferirsi con i cocci di bottiglia, che però sulla superficie pulita della battigia, lei non ha mai visto.

Tizianeda