novembre 2018 archive

Il tredicenne rampante

Ciao Domenico. Quanti, domani? Tredici. Sono tredici, lo so. Tredici anni che ti guardo. Che ti annuso come le lupe, arresa alle ossa che crescono e si allungano, alla voce che cambia, al saluto dell’infanzia. Un ibrido ora. Un ritmo di mezzo. La rincorsa prima del salto.
Ciao Domenico, che ogni anno sono qui, a dirti ciao. Con il rimestio di nostalgia, la risacca muta del mio sentire. Ciao, che l’altro giorno abbiamo parlato in macchina io e te. Che mi hai aperto un pezzo di mondo, quello fuori, che affronti solo, che devi decodificare e attraversare perché, a volte, non ne capisci le logiche. Ti fermi, davanti alle dissonanze dei marchingegni, di questo orologio che è la vita, che cambia il ritmo a ogni istante di lancette. Ciao, che sei silenzioso, riservato, gentile, altrove, un passo in là, sopra gli alberi. Il Barone rampante, che mi fa innervosire, per l’ostinazione dei pensieri. Ciao, che devi imparare a essere più morbido e duttile, quando il mondo fuori ti investe.
Ma fai anche come sai, con quel modo che mi innamora e non mi posso soffermare, di sederti composto e distante. E perdona i miei agguati di abbracci e baci, che a volte ti faccio a sorpresa, come un clown buffo. Perché, sul serio, sarebbe troppo. Sarebbe ingiusto. E tu così ridi e dici “mamma” e io mi scosto e poi ti guardo quando non vedi e dici “ciao”, di spalle, già sopra gli alberi, ad aggiungere tasselli di ore. Le tue.
Auguri Domenico, auguri mio bel ragazzo.

Tizianeda

E ritornano le cose

La mamma vecchietta è seduta a capotavola. Interno cucina. La sua. Le stesse mattonelle di cinquant’anni fa, come il tavolo e le sedie. Il posto era di mio padre, che non c’è più. Sulla sedia di mia madre io, accanto mia nipote, la cugina gemella di Domenico, mio figlio, impegnato altrove con la sorella. E’ l’ora di pranzo. Abbiamo fame. La mamma vecchietta ha cucinato il timballo di riso. Nessuno ha il coraggio di dirle quello che veramente pensa del suo timballo di riso e ce lo mangiamo, tutto quanto è nel piatto. La mappazza di riso all’uovo. Ma chi se ne frega che non è buono. La mappazza ha fatto sedere insieme noi tre e con un po’ di vino scende bene, in fondo. E si chiacchiera noi donne. Poi arriva la zia Dada, mia sorella, che è più grande di me di un anno, ma sembra una ragazza con il suo corpo da adolescente e il viso di pesca. Perché nella distribuzione dei geni, la natura fa sempre un po’ come minchia le pare. E ci si stringe e la zia Dada si siede pure per mangiare la mappazza di riso. E le dico, bevi che è meglio. Stiamo ancora sedute, anche quando sua figlia, la cugina gemella di Domenico si alza. E rimaniamo, noi tre donne adulte, a chiacchierare. E si sta anche per il caffè e i biscotti con i semi di sesamo, che mia madre tiene sempre per noi. E si sta ancora un po’, noi a sentirci figlie e la mamma vecchietta meno sola. Si sta dentro la cucina, il luogo del calore e della consolazione. Di una pausa, dal mondo fuori che fa rumore.
Sulla tavola, lasciamo briciole e semi.Il ricordo dei biscotti. Il caffè, invece, si è preso la stanza con il suo odore buono e lì resta. Devo andare. Esco dalla cucina. “Vado” dico. “Te ne vai? Non andare” mi risponde. Ma vado. Bacio le tre generazioni della mia famiglia. Il mio miscuglio di donne.
Esco e ritornano le cose.

Tizianeda