Febbraio 2019 archive

Dimmi, tu

Ciao tu. Ma dove sei andata tu, che sembrano anni che ci taciamo. Tu distratta da vortici e pozzi, e corse mozzafiato e sentire di vento e il mare e le mani e il cuore nel petto e altro e ancora.
Dimmi tu, se stai bene, se sei felice almeno a tratti, se resisti o ti arrendi, se trattieni o lasci andare. Dimmi se ti siedi comoda in questa altalena che non si decide. Tra il su che solleva gonne e piedi scalzi, e poi torna in un vuoto di pancia.
Dimmi tu, dove sei stata, dove corri. Tu che taci passi di solitudine e nascondi la voce conficcata in gola, come una spina.
Dimmelo quando sai di essere forte e quando invece soffi tempesta sulla tua fragilità. Lasciala stare, lasciala fare. Non la nascondere, non la rimproverare e se altri lo fanno per te, non li ascoltare. Non li ascoltare, tu. Non smettere di essere fragile e di divertirti con lei, con questa forza di sabbia tra le dita.
Dimmi la stanchezza, e se sei cambiata in questi anni amici e ostili. Raccontami in segreto, chi ti ha amato veramente, chi ti ha delusa, chi ti ha tradita e se tu, tu hai deluso e sbagliato, e aggiustato e sbagliato, aggiustato e sbaragliato l’insopportabile, l’indicibile, pentendoti a volte, o cambiando assetti e illusioni, voci di fuoco, silenzi d’acqua. Sentendo che poi, è così. Raccontami le assenze, chi si è seduto accanto senza toccarti, sapendoti di cristallo, chi si è fermato, chi ha appoggiato la testa sul tuo ventre, chi hai riposato, chi hai stancato. Raccontami la mancanza, cerca le parole per dire. Scavale. Ma qualsiasi cosa tu, disobbedisci alle prigioni e ai pozzi. Prenditi per mano, sali su un treno, abitati e poi, dimmi, tu, come stai, adesso.

Tizianeda

Come un fuoco primitivo

Ciao ragazza. Si accomoda bene la parola “ragazza” nei tuoi diciassette anni. Stamattina hai aperto le braccia, con il sorriso che è già donna, per raccogliere i nostri baci, miei e di tuo padre. E hai chiuso gli occhi, mentre ci stringevi alle tue morbidezze, regalandoci un frammento di perfezione. Ciao ragazza, che vorrei dirti tante cose, ma davvero, non so da dove cominciare. Se non da te. Dall’attimo del tuo approdo qui e ora, che mi ha cucito, come una tasca nascosta nel petto, una fragilità nuova. Nessuna raccomandazione, oggi. Nessun consiglio mirabolante per il futuro, nessuna rivelazione pretenziosa da madre saggia e imparata. Sono io a guardarti di nascosto, e fare dei tuoi occhi, un approdo magnetico.
Il tuo compleanno lo vivi con la felicità di esserci. Ti sei truccata per andare a scuola. Vibravi. L’ho sentito. Hai lasciato nelle stanze una certa felicità silenziosa. Come silenziosa sei tu e ti riveli solo a tratti, mentre immagino il mare che hai dentro, pieno di abitanti sommersi. Sento la tua forza e la tua fragilità, compagne sicure di viaggio. Da proteggere, come un fuoco primitivo.
Auguri mia ragazza bella. Auguri, Agnese.

Tizianeda

Napoli suona

Napoli mi aspettava. Con le sue voci, per regalarmi lontananza e incanto, troppe volte sottratti in questo tempo di affanni. Pochi giorni, tre, dalla densità degli attimi esatti.
“Napoli suona”, mi ha detto Eleonora, che ha il cuore bambino di chi sa, con ardore semplice, condividere la felicità dei minuti, e ha l’insistenza delicata di chi sente che quello è il momento giusto per dirti di partire. E Napoli ha suonato. Lo fa per chi sa ascoltare. Ti ammalia, con la musica delle voci, gli odori, i vicoli, i panni stesi, le luci di presepe, lo zolfo, il tufo poroso come le ossa dei morti. Napoli è tanta e fantasiosa. Ha lo sguardo del disincanto di chi la strada l’ha raschiata con i piedi e ha la fame della terra nascosta che ribolle. Ho mangiato, visto, camminato con Eleonora e Luca, che a Napoli è nato e vissuto e ha una famiglia che è una conchiglia che ti fa accomodare dentro, con gli occhi commoventi di mamma Annamaria. In tre giorni, ho ascoltato storie di macchinette del caffè che scoppiano nelle case, di acqua e pozzi di un tempo figlio della povertà, di donne e teschi da ripulire e accomodare, per dare dignità ai morti senza nome di una città stratificata nel tufo. E poi il teatro tra strade e palazzi, nei bassi e nei vicoli. Che ogni angolo è uno sgranare di occhi, e un dimenticarsi del mare che ti porta solo nostalgia e la voglia di andartene. E invece a Napoli vorresti restare.
Napoli è stata anche lontananza. E’ stata dormire sola in un B&B. Ma questa è un’altra storia, che mi ha regalato altra gioia, altra pienezza. La gioia dell’abitarsi, la pienezza del bastarsi. Come ancora, su questo treno, che mi sta riportando a casa.

Tizianeda

La mamma circo

Da sempre lo faccio, ogni volta che accorcia i capelli e torna a casa senza ciuffi sugli occhi. Lo faccio ancora, che ha tredici anni, perché gli è toccata in sorte la mamma circo. Lasciamelo fare gli dico. Lasciamelo fare, anche quando avrò cent’anni sarò sdentata e cieca, come la nonna di Heidi. E lo accolgo scalza sulla soglia, quando torna dal barbiere e lui ride e mi dice basta. E faccio i numeri buffi che mi viene bene ed è sempre la stessa stupida battuta. E’ che mi manca la sua voce di caramella, ma non lo dico. E lui scuote la testa e non sa quanto mi salvano questi attimi e la bellezza del suo sorriso. Attimi di tempo esploso e gioioso, di tempo senza tempo. E il fuori dalle finestre di clacson e rabbia, finalmente tace.
E lei non sa cosa è accarezzare le sue guance, cosa stringere a me le morbidezze ostinate, che lei guarda con cruccio. Ma così è, e so che imparerà, e sto tra il dire e il tacere, come il mio battito nascosto. E Agnese non può conoscere cosa è la grazia dei suoi occhi e la bellezza del suo nome, caduto sul cuore quando ancora era me. E loro non sanno questo sentire che mi salva e partorisce ancora una volta, in questo tempo invecchiato. E resto ferma con il mio stupore colorato che mi ritorna bambina, mamma circo che aspetta scalza sulla soglia.

Tizianeda