marzo 2019 archive

I ricordi della mamma vecchietta

“Questa era la casa di zio ‘Ndruzzo e zia Gaetana”
La mamma vecchietta mi mostra la serranda in legno di un vecchio palazzo. Piano terra. E’ polverosa. La vernice è un ricordo di verde. Lo zio Ndruzzo era il fratello di Nonno Carmelo, suo padre. Mi racconta. Vivevano, un tempo, dietro quelle persiane. Superiamo il palazzo tenendoci per mano. Poi c’è la sosta ai manifesti. La mamma vecchietta fa parte di quel mondo salvo, in cui la morte è un processo, niente di più. Può essere letta tra le righe di uno scritto funebre, senza timore. Quella generazione salva, che la vecchiaia è una scocciatura, ma non puoi farci niente. Legge il nome di una signora che conosce. Novantatré anni. Mi racconta i viaggi in treno con quella signora. Erano giovani. Insegnavano nei paesi. Mentre il treno andava avanti e indietro, mia madre lavorava con i ferri una sciarpa di lana rossa. Ora capisco perché è così ampia e lunga. Molti anni dopo l’ho indossata anche io questa sciarpa, negli inverni Frozen della casa dei miei genitori. E’ ancora lì, in un cassetto. Odora di antico. Naftalina. Camminiamo, c’è vento. La mamma vecchietta mi sgrida, per la camicetta aperta sul petto. Mi ricorda che non ci si può fidare del sole di marzo. Io le sorrido. Il giorno dopo ho mal di gola e mal di testa. Ultima fermata, l’edicola. E’ un approdo gentile. C’è un mio coetaneo all’edicola. Lei lo saluta chiamandolo per nome. Poi mi chiede: “te lo ricordi?”. No, non me lo ricordo. Mi dice che giocavamo insieme al mare quando eravamo bambini. Non so cosa pensare dell’ostinazione della mia memoria nel cancellare volti, nomi, eventi del passato remoto e prossimo. Se dare un nome alla mia dimenticanza, se darle una spiegazione, una rassegnazione. In compenso mia madre ricorda tutto. Torniamo a casa. Lei nella sua, io nella mia, divise da un pianerottolo. Lei con l’abbondanza dei suoi ricordi. Io… lasciamo perdere.

Tizianeda

Insieme

L’otto marzo non è una festa. E’ un rinnovo di memoria. E’ ritrovarsi. E’ possibilità di parole. E’ piazza, insieme. Che poi in piazza, anche nella mia città, ci siamo incontrate e incontrati. Gli uomini erano tanti, a ribadire che la battaglia per i diritti, il desiderio di allargare sguardi e orizzonti, non appartiene a una categoria, ma sempre, a chi naviga su questo mare, con una visione e una rotta. Con noi le donne del passato. Di loro, portiamo la storia e il peso per tutto quello che non sono potute essere. Per ricordare, oggi, le donne che avrebbero voluto studiare, viaggiare, amare liberamente, non sposarsi o sposarsi con chi sceglieva il loro cuore, dipingere, danzare, lavorare, scrivere, sfuggire dai ruoli imposti. Esprimere le multiformi energie interiori. Le donne a cui hanno detto, streghe, pazze, strane, isteriche, esaurite, puttane. Proprietà privata, o di Stato. Le donne mai libere, perchè il loro sentire veniva trattato come uno stigma. Con noi anche le donne di questo tempo, le sedie vuote, divenute letteratura da obitorio.
Se vi va di fermarmi qualche minuto sulle parole, qui troverete il racconto che io ed Eleonora Scrivo abbiamo scritto e letto in Piazza, l’otto marzo. Sarà dentro un libro di storie, che insieme stiamo scrivendo. Ma oggi, avevamo il desiderio di condividerlo insieme a voi.

Tizianeda

L’isola del giorno prima (e un post scriptum)

Siamo seduti attorno alla tavola. In cinque. Tre generazioni. E’ il momento sud suddissimo. La pausa dal delirio. Pranziamo. Saliamo attraverso le scale, di un piano, Olivia e io, tragitto studio/casa. Approdiamo all’isola del giorno prima. Una diciassattenne, due tredicenni, i due cugini gemelli, una trentenne e io. Si parla. Gli argomenti sono vari. Dalle interrogazioni, al ciclo. Dalle prof nervose, alle caramelle di trenitalia. Dai lenti che non ci sono più alle feste, al patriarcato che resiste. Quattro donne e un uomo. C’è sempre questo rapporto sbilanciato tra uomini e donne. Chissà perché.
Parliamo delle mestruazioni, oggi. Una volta la donna che aveva il ciclo era “indisposta”, il dolore bisognava sopportarlo e tacerlo ai maschi. Si andava ugualmente a scuola, anche se invocavi l’esorcista per farti uscire dal corpo. Per le nostre nonne era peggio. Le giovanissime, si sentono fortunate a essere nate in questa epoca qui, in cui si parla con disinvoltura, del nostro appartenere ai moti dell’universo. Di antico ci è rimasto il nervosismo ormonale che incute timore, specie ai maschi, che hanno imparato, con l’evoluzione, a starci alla larga e a non farci incazzare troppo, almeno in quei giorni. Agnese, la diciassettenne, poi prende il cellulare e ci mostra una locandina. Un manifesto fatto da una sezione di Crotone, di un partito che qui al sud, risuona come un ossimoro offensivo. E’ una specie di proclama per l’otto marzo. Lo leggiamo, ne facciamo un’ esegesi. Parla delle donne e del loro ruolo “naturale”, di mogli, madri. Fattrici della patria, insomma. Non capiamo se siamo nel 2020, o al tempo nefasto delle mie nonne, in cui le mestruazioni si nascondevano come una colpa. Siamo tutti turbati dai movimenti reazionari, dalla negazione dell’evoluzione del pensiero.
Oggi, che è l’otto marzo, penso all’ennesimo femminicidio italiano. E alla ragazza violata e uccisa dalla sua famiglia, perché lesbica. E’ un’epoca strana questa. Un’ epoca in cui il ciclo non è più un tabù, vivadio, ma dove ancora la violenza patriarcale e sessista allunga le sue mani velenose. Che vorrebbe la donna proprietà di Stato, oggi, in certe sacche reazionarie, fermo ai tempi delle mie nonne.
E’ tempo di lotta. La si fa anche attorno a una tavola imbandita. Tra donne di generazioni diverse, e uomini illuminati. Lo si fa per le nostre nonne e per le loro sofferenze, e per chi ancora verrà.

p.s.: Oggi nella mia città, Reggio Calabria, a Piazza Italia, dalle 17,00 in poi, ci saranno tanti interventi, presenze, movimenti, pensieri in occasione dello “Sciopero Globale Transfemminista” dell’8 marzo. Ci sarò anche io che leggerò un brano scritto insieme a Eleonora Scrivo (la donna che mi fece conoscere Napoli). Vi aspettiamo con la lotta e la gioia nel cuore.

Tizianeda