Aprile 2019 archive

Appartenenza

Hanno attraversato il
mare, stretto tra le sponde vicine. Sono venute con la macchina della sorella
più giovane. Tipo Thelma e Luise, ma senza il desiderio di precipizi in cui
cadere. La più giovane ha poi guidato fino alla casa della mamma vecchietta. Le
ho trovate così, nel salotto, le tre cugine, che parlavano fitto delle loro vite
sparse sulla triade Messina, Reggio, Roma. Dei loro tempi, che hanno saputo la
guerra, delle zie signorine, amate e indimenticabili. All’improvviso, nell’attimo
della memoria, sono sedute sulle loro poltrone, attorno al braciere condiviso,
tra uncinetti e storie. Parlano del paese, Melicuccà, che è  richiamo di appartenenza e nostalgia d’infanzia.
La cugina di Roma, mi racconta felice che ancora guida la sua macchina. Mi dice,
accarezzandomi la mano, delle cose che fa. Dei nipoti orgogliosi della nonna
indipendente a  ottantaquattro anni.

“Lo faccio anche per
loro”, mi racconta Teresa, che la vita le si è accartocciata più volte tra le
dita. “Lo faccio perché penso che posso essere di esempio. Gli insegno ad
andare sempre avanti”. Gli insegna a non abbandonare la vita, a prendersene
cura, nonostante, penso. C’è un segreto di  coraggio in queste donne.

Devono andare. Le
scorto per le strade sconosciute della città. Mi studio il tragitto. E’  la ricerca di una strada per non perdersi.  Io avanti con la mia macchina, una delle due
dietro con la sua. La più grande seduta accanto a me, per una tregua reciproca tra
sorelle. Un amico le aspetta affacciato sul balcone. Novantenne, o giù di lì.
Compagno dei giorni passati, oggi di estati al paese.

Arriviamo. Mi
ringraziano, nella voce il suono di Melicuccà. Entro in un luogo sicuro. Sa di
uliveti, di vento e di tregua.  

Tizianeda

Scavare

Mi dicono che non scrivo più come un tempo. Che il blog lo aggiorno senza disciplina. E’ vero. Sono passati quasi sette anni da quando ho scritto per la prima volta un post. Esponendomi. Ma poi, in fondo, neanche tanto. Ho soltanto aperto una porta dentro un’altra stanza. La scrittura è questa cosa qui. Ti rassomiglia e cammina dentro di te. Il blog non lo curo come una volta. C’è un sentire mutato che mi ha scavato parole nuove. Non sempre arrivano luminose e lievi. C’è stato l’affondo delle cose e dello sguardo. Non so quanto ancora il blog sarà arredato. Sette anni non sono pochi. Anzi, sono proprio tanti. Ha resistito alle mutazioni. E’ iniziato con uno sposo errante, due figli piccoli, oggi adolescenti. E’ iniziato che un po’ piccola ero anche io. Tizianeda. Ingombrante. Come lo sono i bambini, anche se unici custodi dell’incanto. Così Tiziana, ha solo chiesto a Tizianeda di continuare a proteggerlo questo incanto, questa piccola luce che resiste alle offese, all’incomprensibile, all’osceno di noi umani. Ma volevo aprire nuove porte, per raccontare non solo la quotidianità rassicurante di un interno familiare. E così sono arrivate altre storie. I miei cantieri. Alcuno conclusi, altri ancora aperti. Zuppi di un nuovo furore. Per la vita vissuta in questi sette anni, per le assenze inevitabili, perché ho smesso di essere figlia, per la cura data, per ogni cosa perduta e mai più ritrovata, per ogni cosa vista e ricordata. Per ogni dolore da trasformare. Perché le parole ci accompagnano e ci sanno, e forse, ci salvano.

Tizianeda