Aprile 2019 archive

Le cose che si rompono presto

“Lo sai che ho fatto Tizianeda?”

“No mamma vecchietta, cosa hai fatto?”

“Ho regalato per
Pasqua, una bottiglia di vino a quel signore marocchino che ha la bancarella
per strada. Quello dove comprava le cianfrusaglie tuo padre”

“Il vino? Ma sarà musulmano,
mamma. E’ marocchino”

“Oh, pure tu come tua
sorella!”

“Te lo ha detto anche
lei?”

“Certo. Ma prima che
glielo portassi”

“E tu glielo hai
regalato ugualmente?”

“Sì. Ma, tranquilla,
sono andata a chiederglielo”

“Se era musulmano?”

“Sì, perché volevo
regalargli una bottiglia di vino”

“Santo cielo. E lui?”

“Mi ha detto che lui è
da trent’anni in Calabria”

“E quindi?”

“E quindi ormai è
Calabrese e il vino lo beve. Sai che bella confezione gli ho fatto fare… è stato
felice”

“Mamma vecchietta… hai
fatto bene”.

Il signore che ha
ricevuto in dono dalla mamma vecchietta, per Pasqua, una bottiglia di vino, ha
una bancarella, piena di cose che si rompono presto. Molto di quell’inutile
indispensabile, è ammassato dentro i cassetti della casa di mia madre.
Accendini da cucina smonchi, ombrelli autorompenti,  torce perdi molle di tutte le dimensioni. Mio
padre comprava, mia madre faceva una cosa da coniuge: mostrava disappunto senza
 speranza di cambiamento. Poi mio padre è
morto e mia madre ha iniziato a vedere le cose che vedeva lui. Anche la
bancarella del signore che viene dal Marocco ed è in Calabria da trent’anni. “Suo
marito?” le ha chiesto un giorno.  “E’
morto” gli ha risposto la mamma vecchietta. E lui ha sentito un dispiacere vero
e la mamma vecchietta glielo ha visto, tutto dentro agli occhi. Adesso che lei
ha compreso il perché di quegli acquisti, che hanno riempito i cassetti di
oggetti e gli angoli di ombrelli rotti, ogni tanto, ne porta qualcuno a casa
anche lei. E ora, che il signore che viene dal Marocco, l’ho osservato con più
attenzione, ne ho capito anche io il motivo profondo.

Tizianeda

Appartenenza

Hanno attraversato il
mare, stretto tra le sponde vicine. Sono venute con la macchina della sorella
più giovane. Tipo Thelma e Luise, ma senza il desiderio di precipizi in cui
cadere. La più giovane ha poi guidato fino alla casa della mamma vecchietta. Le
ho trovate così, nel salotto, le tre cugine, che parlavano fitto delle loro vite
sparse sulla triade Messina, Reggio, Roma. Dei loro tempi, che hanno saputo la
guerra, delle zie signorine, amate e indimenticabili. All’improvviso, nell’attimo
della memoria, sono sedute sulle loro poltrone, attorno al braciere condiviso,
tra uncinetti e storie. Parlano del paese, Melicuccà, che è  richiamo di appartenenza e nostalgia d’infanzia.
La cugina di Roma, mi racconta felice che ancora guida la sua macchina. Mi dice,
accarezzandomi la mano, delle cose che fa. Dei nipoti orgogliosi della nonna
indipendente a  ottantaquattro anni.

“Lo faccio anche per
loro”, mi racconta Teresa, che la vita le si è accartocciata più volte tra le
dita. “Lo faccio perché penso che posso essere di esempio. Gli insegno ad
andare sempre avanti”. Gli insegna a non abbandonare la vita, a prendersene
cura, nonostante, penso. C’è un segreto di  coraggio in queste donne.

Devono andare. Le
scorto per le strade sconosciute della città. Mi studio il tragitto. E’  la ricerca di una strada per non perdersi.  Io avanti con la mia macchina, una delle due
dietro con la sua. La più grande seduta accanto a me, per una tregua reciproca tra
sorelle. Un amico le aspetta affacciato sul balcone. Novantenne, o giù di lì.
Compagno dei giorni passati, oggi di estati al paese.

Arriviamo. Mi
ringraziano, nella voce il suono di Melicuccà. Entro in un luogo sicuro. Sa di
uliveti, di vento e di tregua.  

Tizianeda

Scavare

Mi dicono che non scrivo più come un tempo. Che il blog lo aggiorno senza disciplina. E’ vero. Sono passati quasi sette anni da quando ho scritto per la prima volta un post. Esponendomi. Ma poi, in fondo, neanche tanto. Ho soltanto aperto una porta dentro un’altra stanza. La scrittura è questa cosa qui. Ti rassomiglia e cammina dentro di te. Il blog non lo curo come una volta. C’è un sentire mutato che mi ha scavato parole nuove. Non sempre arrivano luminose e lievi. C’è stato l’affondo delle cose e dello sguardo. Non so quanto ancora il blog sarà arredato. Sette anni non sono pochi. Anzi, sono proprio tanti. Ha resistito alle mutazioni. E’ iniziato con uno sposo errante, due figli piccoli, oggi adolescenti. E’ iniziato che un po’ piccola ero anche io. Tizianeda. Ingombrante. Come lo sono i bambini, anche se unici custodi dell’incanto. Così Tiziana, ha solo chiesto a Tizianeda di continuare a proteggerlo questo incanto, questa piccola luce che resiste alle offese, all’incomprensibile, all’osceno di noi umani. Ma volevo aprire nuove porte, per raccontare non solo la quotidianità rassicurante di un interno familiare. E così sono arrivate altre storie. I miei cantieri. Alcuno conclusi, altri ancora aperti. Zuppi di un nuovo furore. Per la vita vissuta in questi sette anni, per le assenze inevitabili, perché ho smesso di essere figlia, per la cura data, per ogni cosa perduta e mai più ritrovata, per ogni cosa vista e ricordata. Per ogni dolore da trasformare. Perché le parole ci accompagnano e ci sanno, e forse, ci salvano.

Tizianeda