Maggio 2019 archive

Spaventosi e fragili

Io non so quando è stato l’attimo preciso in cui ho provato a
scrivere un testo teatrale. Non lo sappiamo quasi mai, quando avviene il
momento che, l’istante in cui. Succede. Come l’innamoramento. Sei lì che guardi.
Ascolti una voce, un dialogo, senti un rimestio di cuore e viscere, assisti a
un arrotolarsi di corpo e fiato, che ti piace così tanto da lasciarti scie di
pensiero, e poi ti dici: vorrei anche io. E lo fai perché sei inquieta, o
perché tra le parole e i silenzi ti accomodi, o semplicemente per tigna, perché
è difficile, o ancora perché capisci che dentro quella architettura da affidare
a carne viva che il foglio non trattiene, puoi liberare la voce, puoi far
danzare spettri, senza troppa paura. Raccontare l’indicibile umano, o il
piccolo piccolo, la miseria, gli abissi fragili, o la grandezza illusoria,
l’estremo dei sentimenti, e tutto quello che il pudore della pagina non ti
farebbe dire. Spingi l’acceleratore della poesia, osi, dileggi l’abisso in cui
ogni uomo o donna possono cadere, o da cui sono attratti.

E poi il testo che scrivi lo consegni, come un bambino , a chi sa farlo fiorire tra l’odore del legno e luci. Lo devi lasciare andare affidarlo e fidarti. Che è un esercizio pazzesco per chi, nella vita vera, aspira allo zen, ma si scontra con l’ardore del sentire. Che poi un po’ questa storia dell’essere zen ha pure rotto, ché questo siamo. Battito fragile da accettare, inciampo tra le cose. E le storie narrate, ce lo insegnano, in questo muoverci tra tenerezza e furore. In questo cercarci, per poterci finalmente specchiare e sentirci meno soli. Poco zen, e spaventosi e fragili.

Tizianeda

Dentro gli occhi

Mi hai detto, senza dire, nel fermo immagine di una posa: è qui nelle trame del vestito, che era suo e
ora lo indosso io, pelle e stoffa, stoffa sulla pelle. Mi hai detto con gli
occhi: ho perso l’odore di lei, ora c’è
il mio, così simile. Odore di madre, e ho guardato il mio dentro, mi
hai detto, e lei c’era. E lei c’è, nel tuo
sguardo lei c’è, e ho visto l’assenza. Una
fotografia ha sospeso lo scorrere. E non puoi non
fermarti, non inchinarti, non guardarti allo specchio, perché l’assenza sa
tutti.

E oggi ho sentito un sapore perduto, che mi ha fatto
inchinare per trattenere. La preghiera del resta. Non te ne andare, stai qui a consolare questi anni che a volte non so, se non nel racconto mutato, mi hai detto.

E’ una strofa la vita che ritorna a se stessa, quando è partorita, c’è un ricamo, un sapore, un gesto improvviso, i tuoi occhi allo specchio o soltanto un sorriso che ti dice, tu vai, c’è una trama che aspetta, e anche quando è nascosta, non avere paura, chè non c’è una risposta.

Tizianeda

La stagione smarrita

C’è qualcosa di strano in questo maggio fiorito nel freddo. Che
ci insegna che la vita, non è come ti aspetti e le stagioni sono definizioni,
dentro un tempo che spariglia le carte.

C’è qualcosa di attesa che vorresti svestirti e invece sei
qui, a coprirti. Ho lasciato il piumone, ho indossato il cappotto, ho riacceso
la stufa attaccandola addosso. Ho sentito il mare che racconta l’inverno, e
vorrebbe anche lui spogliarsi, svestirsi, finalmente smarrirsi sotto un sole
gentile, che ti invita a fiorire.

E allora stai zitta, a pensare al cappello che hai nascosto nel fondo, a pensare all’armadio così pieno di inverno. Nella borsa l’ombrello. E mi sento smarrita, o dovrei poi pensare che le cose che accadono, succede che a volte, non le so  controllare. E non è resilienza che ci ha rotto abbastanza, è soltanto pazienza dell’attesa vacanza. E se ancora il vestito che è appeso leggero deve ancora lì stare, mi nascondo nel tondo di coperte pesanti e mi lascio abbracciare. E poi cerco il calore che nell’aria è sparito, io lo cerco nei baci di chi si è smarrito. Come maggio, il tepore, la bella stagione, che si è nascosta nel tempo, sotto qualche piumone.

Tizianeda

Lo sbloccatore professionista di ante scorrevoli

“Huston abbiamo un problema”. Cioè, non  ho detto proprio così, alle otto del mattino, minuto prima, minuto dopo.  Perché era solo un’anta dell’armadio che aveva deciso di non scorrere più. Ferma come un mulo bastaso dell’Aspromonte. Dentro, i miei vestiti. Lo sposo, che non è uno sbloccatore professionista di ante scorrevoli, nel tentativo di risolvere il problema, ha bloccato, senza toccarle, anche le altre due ante. Tipo magia nera.  “E ora come mi vesto?” ho detto, mentre lui non rispondeva e chiamava i soccorsi, prima che la situazione potesse degenerare. Per fortuna sono disordinata e conservo, sulla sedia della vergogna della stanza da letto, roba dismessa o da dismettere in lavatrice. Così ho indossato  un jeans con la sabbia del primo maggio,  e una maglietta nera con i peli di gatta Tàlia, che sono neri pure quelli e fanno molto gattara chic. Lo sposo intanto usciva da casa, per l’urgenza del lavoro e della fuga. Dopo mezz’ora,  arrivava lo sbloccatore professionista di ante scorrevoli. Con il suo aiutante.   Che ho accolto con l’outfit migliore che avessi a disposizione, ché la camicia da notte azzurro tristezza, unica alternativa, era troppo confidenziale per un estraneo. E lo sbloccatore ha sbloccato tutto, con la calma dei  gesti precisi, con il corpo magro e piccolo e le mani commoventi che sanno la fatica. E pensavo, mentre lo osservavo muoversi, che dentro ognuno di noi dovrebbe esserci pronto uno sbloccatore di ante scorrevoli, che lo chiami e lui arriva. Perché succede, a volte,  che anche a noi ci si blocca qualcosa dentro, che impedisce il normale fluire del nostro sentire. E dovrebbe arrivare, mentre sei lì, seduta e piagnucolosa, con addosso dei vestiti di merda e neanche una giacca decente per coprirli. Un po’ come quello sulla riva del fiume che aspetta il cadavere del nemico. Solo che questa storia del cadavere è un imbroglio. Se ti siedi sulla riva del fiume, rancoroso e  in preda al vittimismo cosmico, l’unico cadavere che vedrai passare sarà il tuo.  E se poi, nonostante i millemila sforzi le  ante non si smuovono di un millimetro, e lo sbloccatore professionista è in vacanza a Cuba, gli fai un grande buco alle ante malefiche. E con un po’ di fortuna, se attraversi il buco, puoi anche ritrovarti a Narnia, con il tuo nemico accanto vivo e felice. Perché quel nemico, che sei tu, aveva solo bisogno di lasciarsi andare, per riprendere a scorrere tra le cose e il fluire del tempo.

Tizianeda