Ottobre 2019 archive

L’intuizione del liutaio

Si avvicina con un gesto. Poggia le mani sulle sue guance, lo
accarezza, gli dice: “bello” e poi lo abbraccia. Agnese e suo padre. La
diciassettenne e lo sposo un tempo errante e oggi abitante stanziale dei 90 mq.
Lui ripone la sua giornata torva altrove, si ammorbidisce. Lei si allontana con
la grazia e la forza di chi sa il necessario e il tempo esatto. Li guardo,
faccio i miei commenti stupidi, rovino tutto io a volte. Non sanno, invece,
quanto  mi riposi  la fugace perfezione che la vita ancora mi regala.
E penso. Penso ai gesti. Senza parole, o con pochi suoni ad accompagnarli, perché
il più non serve. I gesti si imparano,  si assorbono, osservando la grazia degli
altri, contagiosa come una cura del fare. Oppure no. C’è un principio che li
innesta, c’è una memoria del prima, che si riattiva ogni volta che il mondo
fuori ne reclama l’urgenza e tu sai già la risposta, sai le braccia, rifugio
del bambino addormentato.

I gesti e le parole. Ci penso spesso ultimamente. Vengono dal corpo entrambi, la stessa genesi. Sono fratelli da accordare, come le note. Siamo  liutai senza più memoria, perché i giorni ce la strappa a morsi e lividi. Perché noi. Difettosi e piccoli, che del dolore e dell’aria attorno ne facciamo poltiglia.

“Bello”, dice Agnese a suo padre. E’ bastato un attimo. E’ bastato
che non fosse dentro uno schermo qualsiasi, è bastato che non fosse arrotolata
su se stessa, è bastato quel giorno, per altri giorni di altrove. Ma in quel
momento è bastato.

Un gesto, una parola, e prima ancora l’intuizione del liutaio
che sente le note smarrite.

I gesti e le parole. Quelle pronunciate. Perché non è vero che queste volano via. Rimangono anche loro, come quelle scritte, forse anche di più. Le parole pronunciate dentro i gesti si posano, diventano boa e confine, se pure momentanei. Giù e dentro i nostri spazi incomprensibili e rumorosi.

Tizianeda

Pause

– Stai con me che mi fumo una sigaretta.

– Va bene madre, allora prendo un sigaro e facciamo le viziose.

Così è stata la mattina tra me e la mamma vecchietta, verso le undici. Lavoravo, poca voglia, molto sonno, colpa del cambio di stagione. Il peggiore tra tutti. Il passaggio dall’estate all’autunno. Il capro espiatorio per l’accidia, il sonno compulsivo, la stanchezza cronica da scalatore di Everest senza bombole, il nervoso cha a tratti sale e non sai perché, il pianto facile, il colon irritato, l’intolleranza al genere umano, l’intolleranza agli specchi, alla sveglia, al clima che cambia come nell’armadio di Narnia che entri con il sandali e il pareo e ti ritrovi in mezzo ai ghiacci antartici, a Jennifer Lopez bona come chi ha venduto le sue cellule al diavolo ma poi ha deciso di diventare paladina delle cinquantenni normocellule  e intollerante quasi a tutto insomma. Nel cambio di stagione puoi. Non è colpa tua. E’ lo sdoppiamento con triplo salto mortale e supercazzola prematurata della personalità. E’ la fine irreversibile delle vacanze, è la fatica del corpo pervaso da zombità e dominato da narcolessia. La mattina mi trovavo appunto in questa condizione di disagio meteoropatico, vinta dal pensiero dell’imminente trasferimento di studio, circondata dalle tristi carte che mi guardavano come un monaco del medioevo che ti ricorda che devi morire e pure male. E così sono andata a trovare la mamma vecchietta, ché su di lei il cambio di stagione ha l’effetto di un moscerino contro il parabrezza di una Ferrari sul circuito di Monza. Intenzionata a bere un po’ del suo caffè freddo per poi tornare immediatamente alle incombenze. Perché nel cambio di stagione disciplina e forza d’animo devono vincere sul male. Ma siccome nella vita le buone intenzioni rimangono nel limbo del “lo faccio dopo”,  il caffè l’ho accompagnato al gelato e poi sono passata al salato e poi la mamma vecchietta mi ha tentata con la lusinga di una pausa prolungata di cinque minuti che sono diventati più infinito. Così siamo andate in salotto e abbiamo fumato. Lei la sua sigaretta, io il sigaro. E mentre ero lì, ho pensato che era la prima volta che facevamo questa cosa qui, la mamma vecchietta ed io, rilassate a chiacchierare, unite dal vizio, come vecchie tabagiste. In realtà la madre monologa, io ogni tanto rispondo, lei sente quello che vuole. Ha l’udito selettivo da saggezza, chiamato impropriamente sordità. In quei momenti ogni paturnia climatica esistenziale è svanita e ogni cambio possibile mi è sembrato superabile davanti a questa donna di ottantasette anni, a tratti naif, che ha sempre argomenti su cui conversare, che fa tutte le parole crociate della settimana enigmistica vergandole di rosso, che compra e legge libri, che si è organizzata il funerale e ride della morte, che ogni pomeriggio alle sei recita e canta i rosari con i preti della televisione e che si è adattata agli ultimi cambiamenti della sua vita, come un monaco zen portato all’improvviso su un altro pianeta.  Poi i nostri vizi sono stati fumati, io ho avuto un rigurgito di responsabilità e sono tornata tra le carte da traslocare. Ogni cosa, però, in quel momento, mi è sembrata più facile.

Tizianeda