Novembre 2019 archive

Quattordici

Ciao ragazzo, che mi piace guardarti di nascosto, un passo indietro, quando non sai, ché certi amori vanno annusati così, dentro una tana, dietro una tenda, da sotto un tavolo, dall’alto di un dirupo, dalle viscere e dal cuore, dal principio del ventre. Ciao regalo di carne, amore taciuto dentro l’espandersi del petto, nel mio respiro pieno, quando ti guarda e impallidisce la vita come fiato sul vetro, che sparisco davanti al tuo naso e alle orecchie e agli occhi. Occhi che non so le profondità nascoste e non le oso. Ed ecco che la inscatolo questa commozione così assurda e la vorrei stracciare ma poi lei resta, da qualche parte resta.

Marchio di madre che ha dimenticato il prima, quando il tempo era lento e tu e tua sorella, non eravate misura del passare. Ciao che ho quattordici tacche incise, che sono stipite, muro scarabocchiato, diario segreto, alfabeto decifrato. Ciao ragazzo che a volte arrivi e mi sorridi, così con noncuranza e mi artigli alla vita e si dilata il cuore. Ciao, che mi innamori, da quattordici anni ormai, tu sei qui che mi innamori.

Auguri Domenico. Auguri bel ragazzo.

Tizianeda

Darci un taglio

Come prima cosa, sono
andata a guardarmi allo specchio, come seconda
mi sono detta: che minchia ho fatto, come terza ho cercato di
dimenticare le parole pronunciate dalla madre, che si trovava giusto
appunto sul pianerottolo di casa, al mio rientro dalla parrucchiera.
“Figghia che cumbinasti, sìì paccia, mah!” che tradotto significa: “Sei la solita dissennata, qual è il disagio
interiore che vuoi esprimere, figlia mia?”.
Cosa spinga una donna a modificare radicalmente l’assetto
dei suoi capelli, la scienza ancora non lo ha scoperto. Ma succede che
un bel giorno ci svegliamo e decidiamo. E’ un po’ come il quadro che
frana all’improvviso. E così accorciamo, cambiamo colore, taglio,
intenzione dentro quel luogo colorato e onirico, pieno di feromoni e
acidi delle tinte, di chiacchiere, di specchi a cui riponi tutte le
aspettative estetiche.
Quel luogo che entri Miserynondevemorire e vorresti uscire Jennifer Lopez.
“Tagliamo” ho detto a Teresa. E lei serafica, certa della sua arte, lo
ha fatto, nella sua casa-laboratorio, rifugio, dispensatore di
aspettative e possibili felicità, o di terribili delusioni in cui la
tipa di Misery potrebbe vincere e Jenny andare via con il suo culone
perfetto. Ma Teresa sa, e ha proceduto con destrezza e non si è fermata,
anche quando ho accennato timidamente: mamma mia sono corti assai e lei
ha risposta: ancora non abbiamo finito e ha continuato a tagliare con
piglio chirurgico e la sicumera di Edward, svelandomi il volto.

Perché è questo il punto. Il volto, che compone la geografia dell’anima,
la narrazione spietata delle nostre ore interiori, senza la boa di
ciuffi e ricci. E allora che fai? Stai e ti guardi, anche se c’è un
certo dolore nel rivelarsi a sé. Guardi il volto restituito dallo
specchio, la tua nudità e senti che è tutto lì, che il primo sguardo da
cercare deve essere il tuo. E ringrazi te stessa per la follia e le
inquietudini, per le fragilità esibite che a volte vincono sulla paura
di mostrarle e per la tenerezza di chi ti sta accanto, nonostante i
nostri fantasmi, o forse, proprio per questo loro abitarci.

Tizianeda