Nancy e TamaTrump

La storia è andata così. Donald Trump arriva al Congresso. Deve fare un discorso. Lì nell’aula c’è una donna, Nancy Pelosi, la speaker della Camera. Mica pizza e fichi. Donald le consegna le pagine del suo discorso, Nancy porge la mano a Donald per salutarlo. Il tamarrazzo  le volta le spalle e la lascia con il braccio sospeso. Nancy che fa? Aspetta. Ascolta in silenzio il discorso del tipo. È incazzata nera in realtà. Anzi peggio. È incazzata nera con un uomo.  Lei è già magma sotto la terra. Però non può mica dare di matto. Allora Nancy sta. Stabat furente Nancy al Congresso.  Poi TamaTrump finisce il discorso. Lei, non si adegua alla folla acclamante, lei strappa i fogli che le erano stati consegnati. Strappa le parole di Tramp, che è come vederle cadere e frantumarsi. Poi va via.  Sembra una roba semplice. Non lo è. Era sola, mentre tutti applaudivano al re nudo. Ha azionato il menefottismo interiore Kantiano, ha avuto coraggio, e si è schierata. Dalla sua parte. Non ha ascoltato la brava bambina, non è stata asservita e quieta. Non ha rinunciato a se stessa.  Ogni dissonanza andrebbe stracciata, ogni parola che offendo, ogni gesto che umilia, ogni sguardo che nega la nostra umanità, ogni tentativo di renderci insignificanti.  Nancy lo ha fatto. Ha risposto all’uomo più potente del mondo con un gesto, svelandolo nella sua drammatica miseria.  Perché i gesti più che le parole, ci qualificano e condizionano, sono la nostra geografia. Ogni gesto fatto, così come ogni gesto mancato sono un graffio nell’anima, la traccia di una strada che può innalzarci o condurci verso un precipizio.  Poi, Nancy – mentre Trump stringeva mani, riceveva pacche e lodi, senza sapere di essere stato oscurato  dalla donna alle sue spalle e un passo indietro e  che non era riuscito a rendere piccola e inerme –  è andata via sul suo pezzo di strada tracciata. Anche per noi.

Tizianeda

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