Marzo 2020 archive

Le cose che ci cambiano

La prima volta,  di un sentire  mutato, è fiorita nel  ventre.  La seconda dentro una pandemia. Lei, si è presa le ore dello spazio fuori e la geografia di un fiatare che avevo dimenticato, con un seme di  spavento e di grazia. Un punto e a capo. La  commozione di un altro amare e soffrire. Come la maternità  che ha rimestato  geografie, confini, il corso dei fiumi, il moltiplicarsi delle stagioni. Un meteorite schiantato nell’utero. Ha regalato  annusi allargati. Un mai più come prima. Un inghiottire diverso di lacrime. Da subito. Il pianto di una donna abitata è due, è un raddoppio di fiato, è lo spavento dell’accadimento.

Così la pandemia, ci ha ingravidato i sensi e le ombre. Ci
chiede uno sforzo di attenzione e di gesti, di grazia e tenerezza. Un rimando
di rabbia e rancori. Quando partoriremo questo tempo dal sapore di acciaio, con
le unghie mangiate a furia di nervi, spettinati, piccoli e grandissimi, confusi
e accecati dalla voglia di luce,  forse
migliori, uscendo dalle case increduli, lentamente per non perdere gli istanti,
ci guarderemo dentro gli occhi vicini a sentirci. Le punta delle dita
toccheranno lo strazio della mancanza dei corpi, e forse, in quel momento,
capiremo cosa siamo diventati,  chi
abbiamo trattenuto davvero dentro di noi custodendolo nel segreto del ventre e
chi invece nel delirio dei giorni lo abbiamo lasciato andare, perché la Storia
ci ha rivelati tutti. E scopriremo che le cose che ci cambiano, sono  un parto di vita,  che ci restituisce nudi.

Tizianeda

Sospesi

 Mia madre mi dice di stare chiusa in casa, di
riguardarmi,  specie quando tossisco. Sì
ho la tosse. Io inizio a pensare che abbia una figlia immaginaria con cui mi
confonde, che se la spassa ed esce tutte le sere. Io che invece sono una
cultrice delle otto ore di sonno notturne e i posti dove mi piaceva andare, i
luoghi delle meraviglie,  peraltro in
orari quasi da parchetto geriatrico, la domenica pomeriggio,   sono
chiusi per decreto e questo fa male davvero.

Io a mia madre dico di
non uscire. Ma se a lei togli la messa e la parrocchia, diventa nervosa. Le
chiese sono aperte, ancora. Basta stare ognuna in una panca diversa, mi
risponde,  che tanto ormai il pubblico è
poco e c’è spazio tra di loro. Dio si prega senza sfiorarsi.

Un amico dice che bisognerebbe
parlare di Rilke. Ma non ne ha voglia nessuno di questi tempi. Eppure ci
farebbe bene essere  pazienti  verso tutto ciò che è irrisolto nei nostri cuori
e poi, se la poesia non aggiusta le nostre vite difettose, tuttavia scava fosse
segrete nell’anima e ci fa sentire meno soli.  

Quelli che invocavano
l’asteroide hanno smesso di farlo. Che  pare che un asteroide passerà davvero  vicino alla terra, senza toccarla. Questo a
ricordarci che quando ci sembra di  controllare tutto, anche le nostre battute, la
realtà  piscia sopra le nostre certezze.

Gli integralisti dell’aldilà
dicono che la colpa è dei peccatori. Che mi spiegassero allora perché i bambini
soffrono per cose indicibili. Che me lo spiegassero, questi cultori di un dio a
basso costo, il dolore dei bambini.

È un tempo strano
questo, per noi abituati a vivere dentro tacche segnate. Dentro geometrie che
ci regalano illusioni di onnipotenza.

Tutti dicono qualcosa.  Vorrei saperlo fare anch’io. Invece mi limito a tossire dentro il gomito e mi basta  sapere che i miei figli attraversano i giorni meglio di noi adulti, sapere che mia madre è così resistente da cadere mille volte e non sbriciolarsi mai. Mi basta sapere che continueremo a incontrarci e che non smetteremo di annusarci, anche se da lontano.  E penso al dopo,  quando questa mestizia sarà finita. A quel preciso istante, che guardandoci capiremo che la paura è passata, o abbiamo imparato a domarla. E voglio credere che il ricordo di questo tempo sospeso e incredulo, lo trasformeremo in poesia, bellezza, amore. Altrimenti, non sarà servito a niente.

Tizianeda