Mamma passero

“Posso pettinarti i capelli, Tizianeda?”
“Davvero vuoi farlo, mamma vecchietta?”
“Sì”
“Va bene, domattina vengo e procediamo”
E così l’indomani ho attraversato il pianerottolo e sono andata da lei.
Ci somigliamo di più da quando indossiamo le mascherine, abbiamo lo stesso becco bianco. Metà umane metà uccelli. Mia madre mi fa sedere, porta spazzole, pettini e il ferrettino. Cazzo il ferrettino. Sono pronta, catapultata nel ritorno al passato. Noi bambine degli anni ’80 eravamo un po’ tutte così. Cento colpi di crespo e ferrettino. L’anarchia tricologica non era contemplata nel grande libro delle madri. La lascio fare. Lei mi ricorda di quando i miei capelli erano tanti, lunghi, ricci, neri, quasi blu di quanto erano neri e lucenti. Poi me li spazzolava, però. Quei capelli non ci sono più, mamma, le dico. E neanche quella ragazzina. E tante altre cose ancora, che a furia di fare buchi nelle suole, le ho seminate. Non si arrende. Spazzola, cambia riga, fa la frangia. Tanto il trend della pandemia è capellidimerda. Il crespo li valorizza. Ridiamo dentro ai becchi. Da quant’è che non ti bacio, mammina? Ecco ha finito, è l’ora del fermaglio. Non si capacita di quei riflessi rossi che ho in testa. Perché, mi chiede. Non so spiegartelo il perché. Perché è così, perché devo cambiare, altrimenti mi sento perduta, perché sono abitata da moltitudini e una di queste ha i riflessi rossi. E comunque ora il rosso è sbiadito, è piuttosto colore pandemia. Ci guardiamo allo specchio. Siamo carine, le dico, con questi becchi bianchi.
Lo so che volevi ritornare madre, pettinandomi, sentire che la vita non sfugge tutta, che c’è qualcosa che si può appuntare, come un ferrettino, tra i capelli, apparentemente domati.
Devo andare. Le moltitudini chiamano, mamma. Torna, mi dici. Piccola, sull’uscio, con il tuo corpo da passero. Torno, certo che torno, e poi giochiamo. Facciamo che tu sei la madre e che io sono la figlia.

Il disegno meraviglia è di Fabiana Canale

Tizianeda

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