Giugno 2020 archive

Di stanze e di portoni

“Mamma, che vuol dire che quando si chiude una porta si apre un portone?”

Penso. Non può essere ovvia la risposta. Agnese lo sa. I detti che si tramandano da secoli,  contengono la saggezza della vita. Non posso dire a mia figlia che per ogni cosa che perdi ne ottieni una più importante e più grossa. Sarebbe una bugia banale, lo zucchero per coprire la medicina amara. La vita mica funziona così. Come se fosse tutta una rivalsa tra occasioni perdute, delusioni, assenze e riconquiste. Non erano scemi i nostri avi e sapevano le cadute e i lividi, la fatica del procedere e degli incontri, non erano venditori di futuro scontato e di strade in rosa. Quelli conoscevano lo schianto. I detti tramandati e resistenti al tempo sono haiku dello stare al mondo. Che poi è quello che mi sta chiedendo Agnese, stasera e ogni volta che arriva con l’agguato di una domanda. Come si sta al mondo, mamma? A me che imparo ancora, a ogni giro d’angolo, a stare e ad andare.

Le rispondo e così rispondo a me stessa. Ché siamo tutti collezionisti di stanze  guardate per l’ultima volta senza voltarsi, da cui allontanarsi. Succede anche con quelle interiori, con quei labirinti spaziosi che esploriamo dentro di noi. Succede che ci imbattiamo nello sgradevole, o nel non più riconosciuto. È una continua ricerca di centro e identità.

Ecco che vuol dire, Agnese, questa frase che arriva veloce. Vuol dire che  la nostra esplorazione dentro una stanza a volte finisce, perché ci ha stancati, perché quello non è più lo spazio da abitare, perché semplicemente ci sono avventure, relazioni, esperienze che finiscono, perché ci ha dato tutto ma proprio tutto e possiamo solo ringraziarla per il viaggio e andare via. Se ci ostiniamo diventa zavorra, l’albatros legato al collo del vecchio marinaio.  Non è una questione di centimetri di felicità,  di comparazioni tra porte. In quel portone che si apre ci sono le possibilità di una scacchiera, di una partita che si può ancora giocare, di aria nuova da sentire. Come ora, per te, dopo il tuo ultimo confronto a scuola, e per il  dopo da esplorare. È così. I nostri avi sapevano l’intelligenza della vita, che non si impara a scuola o all’università. Bisogna saper abitare molte stanze e valicare qualche portone, con coraggio, semplicemente.

Tizianeda

Il senso della cura

Ora che la scuola è finita, ci siamo riappropriati delle stanze divenute per settimane aule monocellulari. È  entrata nelle case degli studenti e le case sono entrate nella scuola, a volte spiandola dietro le porte chiuse. Con le raccomandazioni dei figli, di non entrare, di parlare a voce bassa, di stare attenti ecc ecc. A tratti disattese, per dimenticanza. Con gli schermi improvvisamente oscurati e gli audio mutati. Per evitare l’imbarazzo adolescenziale.

Adesso ci sono gli esami di maturità per l’altra figlia. Ché me lo devo ripetere più volte che la ragazza ha diciotto anni. Diciotto e non mi capacito quando. Lei, concentrata su elaborati e materie da collegare tra di loro, come i punti della settimana enigmistica alla ricerca di una forma sensata. E ne parlavamo ieri con le amiche conosciute il primo giorno di scuola di Agnese, di dodici anni fa, tutte ad accompagnare i figli nella stessa aula della scuola elementare. Le amiche che mi riportano al concreto delle ore e alle matasse da sbrogliare, perché i nostri figli non diventino astronauti abbandonati nello spazio, a muoversi a casaccio e senza direzione. Le mie tre tutte belle, che mi fanno sentire qui e ora. E nelle mie stranezze di modi, accolta. E abbiamo tutte un po’ paura per questo futuro slabbrato, e siamo vigili anche se scostate, per non intasare le scelte loro  nel dopo che verrà. E divento carne e ossa e muscoli per sollevare i pesi del tempo, per non farmi spaventare da questa vita che muta ogni momento. Che mutano i luoghi, le persone, le stanze abitate e quelle disabitate, mutano i rapporti e i figli crescendo. E li guardi e pensi: “se ne vanno” e fai della casa il luogo dell’attesa e del ritorno. E sai che in tutti questi anni hai lavorato perché arrivasse questo qui e ora, perché fossero pronti ad allontanarsi, ché le radici servono solo per sapere dove ritornare, non  per restare inchiodati a un dovere di ruoli imposti. E così saremo pronti a raccontare il tempo che verrà, e a saperlo abitare nel suo mutare forma e a capire che la vita è questa cosa qui che non puoi trattenere, un po’ come i figli che ti insegnano il senso della cura e della parola “amore” e della parola “altrove”.

Tizianeda