Dicembre 2020 archive

Lo stesso fiato

Arriva puntuale il bisogno  di misurare, di contare, di definire i bordi, di cucire gli orli. Di salutare un anno che va via, come fosse una persona, che afferra una valigia, un cappello e un cappotto abbottonato e prende un treno, per un altrove a noi estraneo o metafisico o solo sognato.

E gli facciamo la radiografia, anche se mai come quest’anno, l’anno si è svelato, dalle nostre abitazioni, coi filtri delle assenze, con le nostre costrizioni, con molte imprecazioni e l’impazienza di tornare interi. Anche se poi interi non siamo stati mai.

Eppure lui mi ha insegnato, maestro senza concessioni, l’impermanenza e il resistere delle  passioni. Ho ricucito pezzi di trame perse e ho osservato ché dentro a ogni assenza, da questa lontananza, nel perdonare e perdonarsi c’è spazio all’indulgenza, si lascia l’amarezza, si torna all’essenziale. E non mi serve niente se non saper contare, non di ogni cosa il quanto, ché l’infinito è fatto per i poeti e i santi. Mi serve respirare, sapere che il dolore non è il mio piedistallo.

Mi servono le sedie, così per riposare, e un posto sempre vuoto, così per aspettare. Perché io so che il molto, ma anche il poco poco, nascosto nasce in grembo, se i piedi sono a terra, la testa in un miscuglio di voci e labirinti. Ma so con maggior forza che chi mi è stato accanto in queste ore lunghe, anche se chiudo gli occhi e cerco con la mano,  lo riconosco al tatto e come in uno specchio, chi afferra e chi è afferrato, sono lo stesso fiato.  

Tizianeda

La scelta del proteggere

Per la prima volta dopo vent’anni (vent’anni sigh!) nei 90 mq non monteremo l’Albero di Natale. Non per un ravvedimento improvviso, per un’austerità ricercata o un integralismo dell’ultimo momento. Non si farà – con le musiche, i ragazzi che appendono palle e orpelli tamarri, lo sposo che  fa quasi tutto il lavoro e io che creo confusione –  per gatta Tàlia. Lo scorso anno, attratta da quel monolite colorato e sbrilluccicante, dalle forme insolite, o per un ennesimo disagio interiore cui pare abbia talento, ha leccato e mangiato aghi di pino finti, polverine dorate e chissà cosa altro. Risultato: ricovero, operazione e chimmibeni natalizia. Non si fa, si è sentenziato senza esitazione. Perché alla fine è meglio avere una gatta Tàlia viva, che  un albero di Natale finto. Non si farà perché gatta Tàlia, benché ci guardi con il disgusto di chi sa di essere un essere superiore, va protetta, anche dalle sue ottuse abitudini onnivore.  È un non fare, che scardina consuetudini familiari, ma che cambia i significati, le visioni e le priorità. Del resto, questo sarà il Natale dell’ assenza e del desiderio e non certo per l’albero mancante. In questa attesa, che gli eventi incontrollabili ci hanno imposto da quasi un anno, celebreremo l’unica  scelta possibile, la scelta del proteggere. Nonostante la mestizia di un tempo straordinario che agisce per sottrazione e che impone, nella distanza, la forma dell’amare e della cura.

Tizianeda