Febbraio 2021 archive

Diciannove

Ciao tu, mio tu, che ogni anno è così, puntuale, a ritrovarci per dirci quel che c’è. Dentro un gomitolo che io sono madre e tu figlia, che è un sentire strano e antico come è amore mai scontato, ma caro e prezioso e taciuto e innominabile. Ciao tu che sono diciannove ed è tempo che corre e sembrava ieri che c’eri all’improvviso come il punto e a capo di entrambe. Ciao, che lo so che questo crescere di ore e di pensieri ha un suono strano, come un sentire diverso di ogni cellula di carne e vorrei davvero, vorrei, che ti guardassi senza l’ostacolo dei pensieri. Ciao ostinata fino al nervoso in ogni cosa che dici e che fai. Ciao e non sempre è facile, lo so, che la vita è architettura di scale, dentro cui annusare le sfumature tra gli estremi. Ciao, che vorrei baciarti ora, mentre dormi che per la prima volta sono altrove. Guardarti nel sonno, pronunciarti alle orecchie oracoli di fiducia, seminarli nei sogni. Ciao tu, che misuri le scelte, fa’ del tuo corpo uno spazio abitato in cui sentire il sacro. Ciao Agnese, che bel nome Agnese, scelto con cura, per te, quando eri promessa di carne, dentro la mia terra d’acqua. Nominata prim’ancora di tenerti così, sangue e grido. Portati con l’amorevolezza delle belle giornate, spalancati a porte finestre, mia tutta bella, mia ragazza a tratti  spaventata. Accogli la paura, se necessario, e quella voce che trema quando la racconta, come note stonate che ci rendono veri. Scriviti addosso parole che piacciono a te soltanto, fanne tatuaggio e pensiero. Fallo ora, mia coraggiosa, testarda ragazza. 

Auguri Agnese auguri mia tutta bella.

Tizianeda

Zucchero e caffè

La nonna Bianca, la nonna che mi ha lasciato il suono di un nome nuovo, Tizianeda, perché crescendo ricordassi la bambina sghemba che ero, non permetteva alla dimenticanza di non farle  acquistare pacchi di zucchero e caffè, da tenere da parte. Quando è morta, ne trovammo tanti, nascosti e stipati, in un mobile. Mia madre diceva che era stata la guerra a farle avere questa abitudine. La guerra con la mancanza di tutto. E dove ci sono mancanza e sottrazione dentro una frattura che divide il prima dal dopo, si sa, resta un sigillo di paura che ti porti nel futuro. Nascosto,  come i pacchi di zucchero e caffè, che la facevano sentire al sicuro. Così ne faceva salvagente, preghiera, memoria , un po’ come con il pane, che mio padre comprava a chili che non si consumava in giornata e lui poi ci faceva le zuppe con il latte. Le dispense piene sono state la risposta dei nostri avi alla paura scampata per un mondo improvvisamente impazzito, vinto dall’odio e dall’assenza, in cui si sono dovuti reinventare una vita diventata fragile e affamata. Il lutto mai del tutto elaborato, o, forse, solo la reazione dei sopravvissuti, che non avrebbero voluto mai più farsi trovare impreparati.

Mi chiedo, oggi, quando tutto questo nostro pandemonio sarà finito, cosa porteremo nel futuro come sigillo. Qual è la mancanza che ci sta segnando dentro questa strada che ha diviso in due il tempo, come una faglia prodigiosa. C’è una normalità  sottratta sopra un cielo non attraversato da aerei e bombe, dove i padri non sono scomparsi per uccidere altri uomini, dove il dentro e gli schermi dei pc sono il microcosmo in cui organizzare le ore e il fuori è carta velina. Dove il corpo è perimetro prepotente di una nazione di carne da proteggere dagli altri corpi e la fame non risiede nello stomaco, ma altrove.  Non ho risposte. Forse non è necessario averne una.  Non quanto una riserva di zucchero e caffè in dispensa, preludio buono dei primi passi appoggiati su ogni risveglio, in cui dovremmo sentirci astronauti attenti, con il cuore bambino. La nonna Bianca aveva ragione. L’unione alchemica di zucchero e caffè, è, in fondo,  il primo vero atto di fede e di pacere, verso il giorno che arriva. 

Tizianeda