Ottobre 2021 archive

Prove tecniche

Tutti

Quando ero bambina, faceva prove tecniche di morte e di resurrezione. Mi schiantavo, sentivo dolore , chiudevo gli occhi e sparivo. Neonata piangevo con teatrale parossismo e il mondo si fermava. Andavo altrove, il tempo di riprendermi dal troppo. Negli anni mia madre, aveva acquisito l’impassibilità di Socrate con il bicchiere di cicuta in mano. Rassicurava gli astanti non abituati ai giochi di prestigiazione della mia mente. “Non vi preoccupate, fa sempre così, poi torna”, come se fosse un colpo di tosse. E in effetti non l’ho mai delusa mia madre. Tornavo, sempre. Poi ho perso i super poteri dello svenimento infantile corredato di zucchero al risveglio e invece di tele-trasportami, sognavo, per noia. L’altrove era meglio della sequenza dei giorni. Sogni banali, per una bambina senza grandi talenti, che però trovava ingiusto che si morisse nella vita, o che succedessero le infelicità e altre drammatiche faccende umane, che subiva il fascino tragico delle storie di Buzzati o di signori come lui, che la maestra faceva leggere a scuola. Perché nel libri puoi morire, ma poi ne prendi un altro e vivi un’altra storia.Ora non so perché mi è venuta in mente questa faccenda di morte e resurrezione. Sarà che è settembre, che è il mese inventato dagli umani per avere un pretesto di malinconia. O perché ho scattato una foto alla mia faccia e ho visto il naso di mia madre. Si cresce con dentro i volti dei genitori, che il tempo partorisce su quello di noi figli. O perché penso spesso a quella bambina che aveva trovato il suo modo personale di costruire nidi sugli alberi, per sottrarsi al caos che si muoveva sotto. Quella bambina che ancora oggi, a volte, mi fa dannare e mi invoca dal sottosuolo e che devo tranquillizzare raccontandole storie di meraviglia, di morte e resurrezione. Allora le dico di resistere, almeno per il gusto di vedere, un giorno, non solo i cambiamenti e i colpi di teatro della vita, ma anche il materializzarsi, come un gioco di prestigio, del naso di sua madre sul suo volto.

Tizianeda

Eccomi eccomi vengo

Mia madre parla della morte come se raccontasse una storiella divertente. Per il suo funerale ha scelto la colonna sonora. La canzone d’ingresso in chiesa si intitola: “Eccomi eccomi vengo”. Lo ha scritto su un biglietto custodito in un cassetto. Per lei la vita e la sua fine sono eventi scontati e lineari, come la vecchiaia, il tempo che passa, le belle canzoni, sposarsi, fare figli, imparare le tabelline, i padri che vanno alla guerra, il corpo che cambia, i pidocchi da sfollati, gli amori che iniziano e quelli che finiscono, le malattie, le nascite, il rosario la sera, le paste la domenica, il mare a luglio, il salotto con la porta chiusa a chiave, doppia mandata rafforzativa del concetto. La predica a Don Marco non l’ha scritta, non sta bene dice, anche se io la esorto a farlo ché quel giorno non la può ascoltare. Ridiamo. Non solo della morte, ma anche della vita. Ché io mica l’ho capita la vita e allora se rido con mia madre, mi pacifico di ogni mia mancanza e difetto di nascita. E a volte lei annusa che ho ‘sti dubbi e punti interrogativi nella testa e smarrimenti e mi interroga e io cambio discorso, come i canali della televisione, perché non so come spiegare, perché lei mi sembra da proteggere e basta. Così si parla d’altro, tipo il suo funerale, le sue amiche, il libro che sta leggendo, il corpo che le duole a portarselo sempre appresso e parla, parla tantissimo, che non so dove trova tutte le parole e il fiato per tirarle fuori. L’ascolto, a volte mi assento, a volte mi chiedo che creatura è mia madre. Che creature diventano le madri quando invecchiano e il corpo si accartoccia. Non lo so. Allora sto con lei e giochiamo, siamo due bambine che lanciano dadi sul tavolo. Il tempo diventa un’architettura che capovolge le regole dello spazio. Ridiamo.

Tizianeda

Padri

Quando è arrivato, sembrava uno scherzo. Qualcosa di diverso, nella falsa tranquillità della provincia meridionale fine anni ‘80. Fumava anche. Un prete gesuita, figuriamoci. Si incazzava, a volte, mandandoci a quel paese. Amava il teatro e i testi che potessero smuoverci le viscere. A noi ragazzi, poco più che maggiorenni, diceva che dovevamo essere liberi e rivoluzionari, di ricordarci di essere preparati, di amare e servire. Perché? Dove era il trucco. Nessuno si espone così, se non ha uno scopo, un fine opaco. Padre Vincenzo, gesuita, di Napoli. I genitori avevano paura, noi ragazzi oscillavamo tra il bisogno di fidarci e la diffidenza imparata. Perché le sue parole riscaldavano e accoglievano, erano nuove e coraggiose. Sono rimasta e non solo io. Ho continuato ad ascoltarlo. Poi ventiquattrenne sono salita su altre strade, decidendo di non pensare più a quel Dio da lui tanto amato, relegandolo nella convinzione della sua inesistenza. Mi ha benedetta, come sanno fare i padri. Negli anni arrivati dopo, avrò rivisto Vincenzo una manciata di volte. Era bello incontrarlo, come tutto ciò che pacifica.Pochi giorni prima che morisse, neanche un mese fa, parlando di lui e della malattia che lo aveva assalito, un’amica, con cui avevo condiviso le ore lontane, mi ha detto: “ti ha salvato la vita”. Lo penso anche io, ancora oggi, che lui abbia salvato la mia e la vita di molti, con le parole e i gesti, dando a quel tempo un assetto inaspettato. Lui mi ha fatto credere in una possibilità, dentro un mondo, quello dell’adolescenza, in cui ero attraversata da scie dolorose, da interrogativi a cui non trovavo risposte adeguate, dalla ricerca spigolosa di una identità. E in tutto questo magma informe di cui lo rendevo partecipe, lui mi ha fatto sentire meritevole di essere amata.Ho pensato a Vincenzo in queste settimane. Si invocano i padri quando attraversiamo tempi che non riusciamo a decifrare e ci sembrano oscuri e malati. In cui l’irrazionale senza passione ed entusiasmo, senza la follia dello stupore, fa un chiasso avvilente e ti chiedi cosa fare, ma non trovi risposta. Eppure, forse, le risposte le ho avute molti anni fa, quando ero una ragazzina senza una direzione certa e con vie tortuose in testa e un giorno, un padre, senza chiedere nulla in cambio, mi ha salvato la vita.

(nella foto una Tiziana bambina di vent’anni, con un bambino bellissimo)

Tizianeda