Dicembre 2021 archive

Sul bordo

Sono a casa di mia madre, cerco una foto. Le fotografie sono conservate disordinatamente dentro scatole di biscotti di latta, di quelle che si usavano regalare un tempo, quando si andava a visita nelle case degli altri.  Una volta era un andirivieni di scatole di latta piene di dolci industriali,  di buona qualità, per non sfigurare. Quando sul fondo restavano le briciole, i contenitori non si buttavano. Vi si custodivano biglietti, lettere, appunti e fotografie. Guardo i miei genitori giovani, poi di mezza età, poi bambini e poi me e i miei fratelli adolescenti e neonati e i miei nonni sposi,  anziani, vecchi poi ancora giovani,  gli zii nel vigore degli anni, foto di trisavoli,  volti sconosciuti, prozie, le cugine di mia madre, Teresa e Iole, nel fienile, pettinature anni ’50,  capelli raccolti in trecce e code,  vestiti che cambiano a seconda delle mode, osservo il tempo non lineare dei morti e dei vivi che mi sfila rapido tra le dita. La foto che cerco sembra perduta in questo impasto disordinato di facce. C’è una celebrazione strana dentro il miscuglio alchemico di immagini fissate in un fotogramma. Sembriamo, sulla carta lucida,  resistenti all’accadere delle cose, al dopo che è venuto e nessuno di noi sapeva, nei volti e nelle posture che rimandano a una nostalgia di immortalità. Le fotografie familiari sono una geografia di attimi felici, la festa dello stare insieme. Il resto, il banale o l’irraccontabile,  non ci sono.  Afferro la fotografia di una ragazza, i capelli neri e ricci, sorride, l’abito scuro. “Chi è” chiedo a mia madre. “Come chi è. È tua nonna”. Non ci credo. La nonna Bianca non è mai stata giovane, ha avuto sempre i capelli come il latte e una crocchia sulla nuca, era piccola e accartocciata, sorrideva poco, presa come era dagli eventi della vita. “Ha anche le tette, qui” le dico.  Il poi non c’è nella foto da ragazza di mia nonna. Non c’è la guerra, le perdite, le malattie, dodici o tredici fratelli e sorelle a cui badare, il matrimonio quando i sui capelli erano di un grigio precoce. Poi ricordo che sono qui da mia madre per una sola foto, anche se sono stata sommersa da  una straziante bellezza senza parole e suono.  La trovo, alla fine, dopo cento e più volti con cui ci siamo guardati. Luglio 1977. Così è scritto sul retro. Una foto felice, anche questa.  È al mare, c’è una ringhiera a cui noi villeggianti siamo appoggiati, ho un  vestito rosso, non ho più gli incisivi e aspetto quelli nuovi, sorrido a chi ci sta fotografando, il tempo non esiste, le cose non sono accadute. Nessuno di noi – fermi in un gesto qualunque, distratti e fiduciosi, come se quell’attimo fosse eterno – poteva sapere che quell’istante estivo, molti anni dopo, sarebbe stato cercato per il bisogno antico e misterioso  di raccontare  le nostre esistenze. Sul bordo a trattenere abissi, a trattenere amore.

Tizianeda

Mentre osservo

Mia sorella da qualche mese si è trasferita nello stesso palazzo in cui abito io. Che poi è quello dove siamo nate e cresciute e dove vive anche la mamma vecchietta. Ora che è qui, ci scambiamo i vestiti, come quando eravamo ragazze e suoniamo alle porte l’una dell’altra. Io scendo di un piano, mentre lei le scale le percorre salendo. Quando vado giù mi piazzo sul divano o le tengo compagnia in cucina, poi mia sorella prende tutti i pacchi di biscotti che ha e insiste perché li mangi. Io dico sempre di no, solo che vince il desidero e assaggio prima mezzo biscotto, poi un altro mezzo e mezzo alla volta finisco per mangiarmene più di uno. L’altro giorno ha tirato fuori da una vecchia busta, delle lettere anni ’90 scritte da me a lei. Le aveva conservate e le ha trovate per caso tra le carte prese durante il trasloco. Sono lunghe lettere strampalate di auguri, sfoghi amorosi di un’ironia melodrammatica, che mi ha fatto rivalutare la me adolescente, che nella mia memoria attuale è sempre malmostosa e arrabbiata. Ma soprattutto rivelano nel loro essere naif e a tratti folli, l’amore intimo tra sorelle, che incurante delle profonde e incolmabili diversità, si accomoda tra le pieghe dei giorni, offrendo delle possibilità di salvezza da se stessi e dagli eventi, educandoci anche all’idea di una comunità, in questo caso di due persone, di cui prendersi cura e a cui rivolgersi, quando pensi che il mondo e tu con lui, siate perduti.
Mentre osservo in questi mesi l’andamento degli eventi e cerco di capire cosa ha provocato, dentro tutti noi, la frattura ancora aperta di questi ultimi due anni, mi accorgo che mi aggrappo sempre più al piccolo, all’impercettibile, al gesto minuto, o a quelle apparizioni improvvise che si offrono dentro giornate faticose, ma che mi restituiscono il senso di umano che a tratti si sbiadisce perdendo colore. Tutto questo mio sostare è un atto di resistenza all’incomprensibile e alla paura, pensando, forse ottusamente, che il buono dell’esistenza possa essere custodito lì. Come nelle vecchie lettere di un’adolescente sciocca che lascia messaggi alla lei del futuro per poterla rivalutare. O come nel sorriso da Buddha illuminato di un bambino, rivolto a una me sconosciuta che lo guarda. E lo fa mentre attraversa la strada con la madre, così pieno di fiducia e inconsapevole della scintilla che è stato capace di innestare in una donna chiusa in una vettura, a tratti più tentata dal cinismo e dalla disillusione che dalla meraviglia.

Il disegno è di Fabiana Canale (a proposito di meraviglia). Tratto dalla sua pagina Fabiana Canale – Arteterapia e SoulCollage a Firenze

Tizianeda