Carapace

Mi stiro più che posso, come le tartarughe che allungano il collo attaccato al carapace. Faccio scivolare sulla scrivania di Domenico, il figlio liceale, la spremuta di arance Calabresi. Non dovrei entrare,  è a scuola, anche se la scuola si è trasferita nella sua stanza da due anni. Sto per uscire mentre  noto il suo outfit-dad pigiama inclused e un   calzino nero abbandonato dall’era mesozoica sul pavimento che mi suscita interrogativi filosofico-esistenziali, ma  taccio. Permane il silenzio, come un fioretto da mantenere. È a scuola mi dico, non posso interagire ed esco. Un’altra stanza è occupata da Agnese, l’universitaria. Anche lei fa lezione attraverso il pc. Novanta metri quadri, due dad, due gatte, noi due genitori.  Sembra un Rave, però non puoi cantare, ballare, fare casino, bere e drogarti. Anche le gatte si sono adeguate. Un po’ meno i vicini del piano di sotto, trasferiti da poco, che urlano sempre, come se fossero tutti sordi e penso che se Dio dovesse fare un contest per trovare nuove piaghe per gli umani, tra i vincitori ci sarebbero i vicini  che parlano urlando e dormono poco. Poi penso a questa roba strana che è la vita, che ti sembra che hai tutto sotto controllo e invece all’improvviso la scuola si trasferisce a casa tua, il vocabolario del quotidiano cambia, hai sempre  in faccia mascherine che ti irritano la pelle,  qualcosa di silente  si è insinuato nei pensieri, l’appartamento vuoto del piano di sotto si riempie di The Others urlanti. Non so trovare ancora il volto di questo tempo, che ci ha fatto arretrare dentro carapaci dalla consistenza esistenziale, così come non so se i miei vicini smetteranno di urlare perché saremo noi a chiederglielo. Ci sono  variabili incontrollabili e non previste, con cui devi scendere a patti e trovare strategie. Non  è facile quando la tendenza è alzare il volume della voce che non fa distinguere il senso delle parole.  Perché il rischio è che stiamo diventando un po’ tutti i the others degli altri e non è facile trovare un nuovo lessico della vicinanza, quando la vita progetta  distanze in cui lo spazio vuoto è abitato dalla paura e dalla perdita di  senso.  Forse dobbiamo infilarci dentro questa frattura che delinea un prima e un dopo. Entrarci con tutto il coraggio di cui siamo capaci, come la testa dell’ostetrica tra le cosce di una futura madre e con i guanti insanguinati e la mascherina, sorridere a quel mistero lì, anche se i tuoi vicini di casa urlano e non sai perché.

Tizianeda

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