Febbraio 2022 archive

Il senso buono

Volevo che al pediatra rimanesse una traccia di loro, un oggetto, bello, da toccare e vedere. Per salutarlo e ringraziarlo di essersi preso cura dei miei figli. Perché allo scoccare del sedicesimo compleanno, ti viene assegnato il nuovo medico, dei figli fatti grandi dal tempo caino che tutto cambia e che non si muove lineare, ma spariglia e disaccomoda. Ma tant’è. Ho scelto una teiera in ceramica e una ciotola con cui sorseggiare bevande lente. Sarà che a lui ho affidato per sedici anni due creazioni, nate dall’impasto di elementi, energia, calore, attesa, trasformazione della materia, corpo che si fa forno per accogliere speranze alchemiche. Un richiamo d’oriente, perché per noi è stato come un Buddha che esortava alla calma e al buon senso. “Buon senso signora”, ha risposto spesso, alle mie domande sul cosa fare, quando non avevo un bugiardino dell’agire, scritto con indicazioni e controindicazioni. Buon senso, ripetendolo due volte, come a ribadire un concetto che invece mi spiazzava. Sono solo un genitore, mi dicevo, destinato ad accudire due tra gli elementi più destabilizzanti dell’esistenza, con l’aggravante dei difetti di fabbricazioni della mia anima e della paura. Che senso è il buon senso? Aspettavo risposte e lui mi indicava una strada dentro cui potevo anche perdermi. Eppure il suo era un richiamo alla misura, all’equilibrio, allo stare, al sentire, al fare, o al non fare. L’invito a trovare qualcosa che non fosse necessariamente dentro il senso comune, spesso mala pianta di pensieri deformi se pur collettivi, ma che andasse oltre per rispondere a un’istanza antica, non solo dell’essere madre, ma che ora la maternità mi sollecitava con urgenza, perché richiamo alla cura, esortazione a riconoscere l’oggetto dello sguardo e ad agire come fanno i giusti. Anche se lo diceva a un ramo torto, come mi sentivo io. Non vale, ovvio, solo per la genitorialità. Il buon senso dovrebbe essere il mantra che ci attraversa di questi tempi qui. Come quello di Gennaro, il padre di “Napoli Milionaria”, che ho sentito l’urgenza di rileggere in questi giorni, Gennaro che tornato dalla guerra vede il suo mondo incattivito e le anime ridotte a macerie, a narrazione drammatica del tutto è perduto. Il padre che non grida, non giudica, non condanna, esercita la cura, accoglie e sa che la ricostruzione non dipende solo da lui che offre, attraverso se stesso, una strada e il dolore calmo dell’attesa, dentro la notte. E ora, come dal pediatra sia arrivata a Eduardo, non lo so. Sarà che siamo legati dall’umano fragile, sarà che le voci buone dicono tutte la stessa cosa, richiamano allo stare, sia che si debbano crescere figli da affidare al mondo, o a cui affidare il mondo con tutte le nostre responsabilità di predecessori, sia che si debba ricostruire una comunità smarrita, pezzo pezzo, con amore, tornando al buono, tornando al buon senso sepolto dalle macerie, scavando dentro questo tempo che non si muove lineare, come piace a noi, ma che arriva, spariglia e disaccomoda.

Tizianeda

Con amore, se possibile

C’è un film americano  che si intitola “Il lato positivo”. I due protagonisti che sono ovviamente bellissimi, hanno un groviglio di problemi dentro la testa. Lui è bipolare, un giorno vede la moglie con un tipo sotto la doccia e il dolore e la malattia lo portano dritto dritto dentro una clinica psichiatrica. Lei, l’altra protagonista, è una “vedova dinamica”, come scrive Netflix, che è un modo discreto di chi cura le trame, per dire che dopo la morte del marito, la poverina, per il troppo dolore, ha avuto una quantità oltremodo considerevole di amplessi occasionali (“data alla promiscuità” secondo Wikipedia). Quando lui esce dalla clinica conosce lei. Tra i loro mondi disconnessi con il reale, si crea un collegamento empatico, al punto che i due bellissimi fanno un patto. Lei aiuterà lui a riconquistare la moglie ormai ex e lui parteciperà con lei a una gara di ballo.  I due, nel ballo, come nella vita, sono un disastro. Fuori ritmo, scoordinati come calzini spaiati,  capricciosi, a volte furenti, arresi, poi gasati, poi di nuovo arresi. I movimenti non sono fluidi,  rovinano  a terra, stanno sull’orlo dell’abisso. Eppure continuano, studiano il ritmo in sincronia con la musica, coordinando i loro passi dislessici dominati da fragilità e perdite. Perché  ci si muove per come è capitata la vita, come se lo scheletro e i muscoli, avessero una memoria inconsapevole che non cancella i fatti accaduti e il dolore che li ha sostenuti. Dei due ci si innamora, così come della loro fatica di stare tra le cose. E in questo sperdimento che la vita offre come una tavola apparecchiata,  nel groviglio di mancanze e sottrazioni, c’è un’attesa vigile e disperata di chi aspetta che la notte passi, che la paura si slabbri perdendo la sua identità mostruosa, che si riuniscano i lembi dell’umanità scucita, imparando a danzare su un bordo stretto e ferito,  non da soli, riconoscendosi, accogliendosi,  con amore,  se  possibile.

Tizianeda