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Per amore dell’umano

Quando facevo la prima elementare, in classe c’era un bambino con i capelli ricci e i denti grandi. E c’era un altro bambino alto e magro. Almeno oggi, quando ricordo, li rivedo così. Il bambino alto si divertiva a infastidire l’altro bambino, quello con i denti grandi e i ricci. Qualche volta lo spintonava e lo picchiava. Sembrava che la cosa gli piacesse molto, come piace quello che ci fa sentire potenti. Il bambino alto era bravo a scuola, forse il più bravo e brillante. Il bambino altro, no. Faticava con i numeri e le lettere, così come con gli altri bambini. Quando il bambino alto picchiava il bambino altro, mi scaraventavo addosso. Così a essere picchiati finivamo per essere in due. Poi per la rabbia di quel gesto ingiusto, mi infilavo sotto il banco in preda a un umore buio e a pensieri ingarbugliati. E finiva così, con me torva, il bambino alto che continuava ad andare bene a scuola e il bambino altro dentro la sua noce fragile. Non so che fine abbiano fatto i due bambini, che adulti sono diventati nel frattempo, se la vita e gli incontri, o un bravo analista li ha aggiustati. Se chi maneggiava il male, a dispetto dell’età, si è fatto agnello o ha pagato con la solitudine l’assenza di empatia, e se l’altro a furia di prenderle ha iniziato ad attraversare la vita come se non gli importasse, o se il dolore, al contrario, ha generato grazia. Eppure a volte penso ai due bambini e a me arrabbiata sotto il banco. Penso al male, pronto a germogliare, cucito come un segreto dentro le tasche, ma anche al fuoco di chi non arretra per amore dell’umano, quando i contorni sono inghiottiti da nebbie grigie. A questo penso, aggrappandomi al buono dei gesti degli altri. E pazienza se, alle domande della bambina nascosta sotto il banco e che a tratti devo rassicurare, a volte, non so rispondere.

Tizianeda