Maggio 2022 archive

Dieci anni di me e di te

Fatto sta che precisamente, oggi proprio oggi, sono esattamente, compiutamente, tignamente dieci, dico dieci annetti di questo bloghettino che è iniziato tutto carino, bellino, garbatino. Che c’avevo dieci anni in meno e ora dieci vite in più, una per ogni anno aggiunto che mi pare che tanto tantissimo fu in questi tempi scapestrati, a volte bistrattati, ma minchia belli se belli e minchia difficili se difficili. Ma forse più difficile è stato il prima del blog, che non lo sapevo e parecchio non lo sapevo, che il prima lo capisci giusto appunto dopo e a volte molto dopo. Ed è questa la vita nostra umana e disumana, che non ti capaciti che cambi, che cambia, che cambiamo in questa coniugazione esistenziale. E che stupidore bello iniziare questo gioco, che ve lo scrivo come viene, tutto sgrammaticato, per questo scoppio di troppa vita extrasistolica. E c’è qui in questo bloghettino, il raccontato che si attorciglia, tutto si attorciglia come l’edera al cuore, con il bisogno spaccato di annaffiare i buchi neri con la luce. E grazie grazie grazie amici e amiche. Abbaiate coraggio, come i cani la notte abbaiatelo il coraggio, meglio se non soli, ma con uno o più accanto che se cadi con il male di buccia di pelle assanguata, c’hai l’accanto che non ti inciampa e continui di anno in anno e i figli crescono e le mamme imbiancano e i padri non lo dice la canzone, ma siamo qui come lumi accesi alle finestre a cercare di capire questa strada trafficata, di incroci e semafori rotti e automobilisti confusi e strisce pedonali scolorite. E questo è il quanto di una delle tante particelle di vita. Una minuscola è racchiusa in questo blogghettino. E ora soffio su questa prova di resistenza, con le penne colorate accucciate nei buchi neri a consolarli per ogni tradimento di luce. Spegniamole ‘ste dieci candeline soffiamo come il vento sotto le gonne, soffiamo come le madri e i padri sui cibi bollenti dei bambini. Restituiamo aria all’aria, perché non sia mancanza, ma sfamare e ringraziare.

Tizianeda

Prosciolte

Quando la nonna Bianca venne “prosciolta dall’obbligo dell’istruzione elementare” della scuola del Comune di Melicuccà, era il 1905. Prosciolta, come se l’istruzione fosse un’accusa di cui finalmente liberarsi. Era brava la nonna a scuola, specie in matematica con quel dieci svettante sugli altri voti, più che nei lavori donneschi, cui si dedicò comunque, una volta uscita dalle aule. Ché a continuare gli studi fino alla laurea, tanto, ci pensavano i fratelli. E sì che lei veniva da una famiglia che i libri, come il pane, non mancavano, affezionato com’era, il padre Carlo, alle parole, che nutrivano il pensiero e la malinconia. Ma il destino delle donne, anche in una casa illuminata, quello restava. Dentro le stanze, a lasciare che i fratelli studiassero, partissero, vivessero la vita, quando non interrotta dal padreterno o dal bisogno di altri uomini di sconvolgere i confini delle Nazioni, facendo della gioventù carne fresca per le bare e pianto per le madri. La nonna Bianca aveva delle sorelle, prosciolte anche loro dalla scuola, ma non dai doveri delle donne, che creavano un solco largo abbastanza, da dividere i destini tra maschi e femmine, tra la vita fuori e quella dentro.
La nonna Bianca non l’ho mai vista giovane, se non molti anni dopo la sua morte, in una foto nascosta in una scatola di latta, tra i ricordi degli assenti. Da vecchia sorrideva poco e leggeva molto seduta nella penombra accanto all’anta della porta-finestra semi aperta. Mi piaceva la nonna e io piacevo a lei, spaventata com’era che mi potessi sgretolare nel vedermi fragile e vinta dai sussulti dell’anima. Non so se ha mai pensato a un destino diverso per noi nipoti femmine, un destino riversato nella vita, che in parte si era costruita la figlia, mia madre, con l’ostinazione dello studio e con lei le sue cugine. Parlava poco mia nonna e ci intratteneva con i suoi giochi di bambina, di quando stava attorno al braciere con le sue sorelle e fratelli e il mondo ancora, non era stato frantumato dalle vicende della natura e degli uomini. Ci guardava come chi ama, con il pensiero del nostro futuro addosso. Ci guardava come ora guardo la sua pagella del 1905, in un rimbalzo palindromo del tempo, con la pronipote Valentina. Penso a mia nonna, penso alle donne prima di noi, che chissà cosa avrebbero voluto e non hanno potuto. Guardo Valentina che la nonna Bianca l’ha conosciuta attraverso i nostri racconti. Ci capiamo e sorridiamo.

Tizianeda

Geografie temporali

Il giorno di Pasqua si partiva, genitori e fratelli, con la Fiat 127 verde, per attraversare quella roba esistenziale che è l’autostrada Salerno – Reggio Calabria. Un’estensione atemporale della geografia calabra, per intenderci. Se c’era nebbia, cosa che accadeva spesso, esploravi tutta la tua religiosità, raccomandandoti a santi, madonne, Dio, Gesù e a quant’altro immaginavi in cielo, anche se con la nebbia il cielo non lo vedevi. Poi si arrivava a Melicuccà, per un miracolo del destino. Si arrivava nel paese delle prozie Lena e Lulù, le sorelle della nonna Bianca, il paese appoggiato sull’acqua, che la senti scorrere, ma non la vedi, ché la malinconia non è solo roba degli uomini, ma anche dei paesi. Melicuccà che ha la voce degli oliveti ripiegati, che l’assediano. Il paese di Lorenzo Calogero, bloccato e senza tempo tra le anse degli alberi, anche se l’olivo non è un albero, ma un essere trascendente, proprio come lo sono i poeti. Appena arrivati, scendevamo per le scale di pietra, attraversavamo il giardino e entravamo nella casa voluta, un tempo, dall’ ostinazione del bisnonno, con le chiavi nella toppa ad aspettarci, la tavola apparecchiata nella sala da pranzo, il braciere rimestato, il profumo di carne e strutto, gli occhi dei morti a vegliare in tutte le stanze, gli affacci sul campanile, l’umidità spappola ossa, Bettina e le zie governanti della cucina, delle stanze e delle storie che scricchiolavano sotto i piedi e si nascondevano nei cigolii delle porte, nei materassi di lana, nel palmento, nelle volte esagonali, nei panni appesi alle canne di bambù, nella soffitta che non ci potevi salire perché era pericoloso. Poi le storie apparivano, attorno al braciere, dopo il pranzo pasquale, con la coperta e il tepore condivisi. Nella stanza, uno alla volta, arrivavano i morti. Ritornavano, con la resurrezione orale della memoria, di cui le zie erano custodi. Noi stavamo lì al caldo, e le ascoltavamo, come al cinematografo, con gli avi che riempivano uno a uno la stanza, sfuggiti ancora una volta alla dimenticanza. Tutti in silenzio, vivi e morti, nella preghiera dell’ascolto.
Oggi la casa è ancora lì. Sembra solo più stanca e una stanza ha la porta chiusa a chiave, ché il pavimento è sfinito ormai e non regge i pesi. L’acqua scorre e lava ché si muore e si rinasce, sempre. Le zie non ci sono più da un po’. Ci hanno lasciato i morti in attesa, che ci guardano da ogni angolo. Guardano noi, che rispetto al passato siamo la storia presente, la seconda storia, a guardare quello che loro non hanno visto, a fare quello che loro non hanno potuto, soprattutto le donne. Ci ammoniscono, chiedendoci di credere nelle possibilità di rinascita, nella memoria e nel tempo presente. Per i morti e per i vivi.

Tizianeda