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Lo stesso fiato

Arriva puntuale il bisogno  di misurare, di contare, di definire i bordi, di cucire gli orli. Di salutare un anno che va via, come fosse una persona, che afferra una valigia, un cappello e un cappotto abbottonato e prende un treno, per un altrove a noi estraneo o metafisico o solo sognato.

E gli facciamo la radiografia, anche se mai come quest’anno, l’anno si è svelato, dalle nostre abitazioni, coi filtri delle assenze, con le nostre costrizioni, con molte imprecazioni e l’impazienza di tornare interi. Anche se poi interi non siamo stati mai.

Eppure lui mi ha insegnato, maestro senza concessioni, l’impermanenza e il resistere delle  passioni. Ho ricucito pezzi di trame perse e ho osservato ché dentro a ogni assenza, da questa lontananza, nel perdonare e perdonarsi c’è spazio all’indulgenza, si lascia l’amarezza, si torna all’essenziale. E non mi serve niente se non saper contare, non di ogni cosa il quanto, ché l’infinito è fatto per i poeti e i santi. Mi serve respirare, sapere che il dolore non è il mio piedistallo.

Mi servono le sedie, così per riposare, e un posto sempre vuoto, così per aspettare. Perché io so che il molto, ma anche il poco poco, nascosto nasce in grembo, se i piedi sono a terra, la testa in un miscuglio di voci e labirinti. Ma so con maggior forza che chi mi è stato accanto in queste ore lunghe, anche se chiudo gli occhi e cerco con la mano,  lo riconosco al tatto e come in uno specchio, chi afferra e chi è afferrato, sono lo stesso fiato.  

Tizianeda

La scelta del proteggere

Per la prima volta dopo vent’anni (vent’anni sigh!) nei 90 mq non monteremo l’Albero di Natale. Non per un ravvedimento improvviso, per un’austerità ricercata o un integralismo dell’ultimo momento. Non si farà – con le musiche, i ragazzi che appendono palle e orpelli tamarri, lo sposo che  fa quasi tutto il lavoro e io che creo confusione –  per gatta Tàlia. Lo scorso anno, attratta da quel monolite colorato e sbrilluccicante, dalle forme insolite, o per un ennesimo disagio interiore cui pare abbia talento, ha leccato e mangiato aghi di pino finti, polverine dorate e chissà cosa altro. Risultato: ricovero, operazione e chimmibeni natalizia. Non si fa, si è sentenziato senza esitazione. Perché alla fine è meglio avere una gatta Tàlia viva, che  un albero di Natale finto. Non si farà perché gatta Tàlia, benché ci guardi con il disgusto di chi sa di essere un essere superiore, va protetta, anche dalle sue ottuse abitudini onnivore.  È un non fare, che scardina consuetudini familiari, ma che cambia i significati, le visioni e le priorità. Del resto, questo sarà il Natale dell’ assenza e del desiderio e non certo per l’albero mancante. In questa attesa, che gli eventi incontrollabili ci hanno imposto da quasi un anno, celebreremo l’unica  scelta possibile, la scelta del proteggere. Nonostante la mestizia di un tempo straordinario che agisce per sottrazione e che impone, nella distanza, la forma dell’amare e della cura.

Tizianeda

Quando quindici?

Ciao ragazzo. Quindici, minchia quindici. Quando quindici? Dov’eri in questo tempo, così impegnato a crescere, in  trasformazioni pirotecniche del corpo. Quando quindici, ragazzo? Che eri bambino dietro l’angolo svoltato, tu che le ossa si allungavano a sorpresa, e io a rimpicciolirmi accanto. È sul petto che ti arrivo ora, a un passo dal battito che non mi fai ascoltare, perché gli abbracci  sono all’improvviso e  appena, così, per non farti imbarazzare. Ciao ragazzo, che non so in quale mondo scavi i tuoi pensieri che a tratti ti riveli, e mi sorprendo come davanti alla scoperta di un tesoro. Che hai un mondo nascosto che non dici, perché non è importante  raccontarti, ma solo esserci un passo dopo l’altro, rivelarti a te, con la naturalezza di chi non deve dimostrare. Ciao che fuori sei fermo e dentro colorato e senti il mondo e il suo boato e con il fiato ti sembra di mancare, a volte, in questo andare, perché la vita tu la sai annusare  senza bisogno di sforzi di parole. E mi piace quando mi sorridi dall’angolo dei timidi, ché questa mamma circo non la vuoi cambiare. E a me non resta che guardarti, guardarti allontanare. Ché se  la vita mi aveva regalato una bambina che per la prima volta mi ha detto come amare, tu hai completato uno stupore già iniziato. E allora ciao ragazzo, mio tutto bello, ciao, sottile come un giunco, ciao, non smettere di essere gentile, ché questo mondo è monco e va sorretto.

Auguri mio bel ragazzo, auguri mio bel Domenico.

Tizianeda

Colors

Il tempo si è nascosto negli specchi. Anche io  guardo il mio riflesso, l’immagine si ferma sulla faccia. Invecchierò dentro una mascherina, penso.

Lo spazio si è collassato, si ridisegna, il sotto, il sopra, le prospettive, le strade, le piazze, le parole. I colori sono le spettro di un destino.  Esco dai miei pensieri, entro nel mio spazio abitato.

Agnese è tornata dalla sua casa di universitaria. Le lezioni si faranno a distanza. È qui. Siamo tutti qui nei 90 mq. Spiega la matematica a suo fratello. È tardi, lui studia, lei usa un linguaggio che non capisco. Il linguaggio dei numeri, degli incastri con risultati certi e di un affetto di cellule che loro sanno. Ascolto. Osservo da lontano. È uno spazio e un tempo che posso decodificare questo. Mi quieta. È facile da sentire e vedere.  Fuori il disegno, invece, non mostra i perimetri. È  una macchia scomposta e poco amichevole. “Cosa vedi Tiziana Bianca”, mi chiede il mio psicologo immaginario? Cosa rispondo a questo, mi dico. Io vedo un dito medio alzato. Glielo dico? E se poi pensa che c’ho un disagio?

“Vedo un gattino”, mento. “Hai proprio un disagio” mi risponde scuotendo la testa e scompare.

Vabbè mi corico. Entro nella mia capsula onirica, come il tenente Ripley dopo che ha ammazzato l’alieno. Mi chiedo come faccia a mantenersi figa, salda e con un intimo  Ace candeggina dopo tutto quel bordello. Magari la sogno e glielo chiedo. Ma sì, chi se ne frega. Mi tengo il mio bianco grigioperlato, la mia inadeguatezza, i segni di stanchezza della sera, tanto mica devo ammazzare alieni, io. C’è solo un’esistenza collettiva molto incasinata per adesso, a cui dell’intimo splendido splendente frega ben poco. Ché poi a ben pensarci, io, ce l’ho tutto colorato.

Tizianeda

La stanza di mia madre

La mamma vecchietta me lo mostra. È soddisfatta. Ha acquistato un giubbotto  fucsia. La riparerà dal vento e la renderà più visibile per le strade.

“Devi metterci le pietre nelle tasche, mamma, ché se c’è vento, ti vola sicuro”

È contenta mia madre. Lo indossa, così vedo anche io come le sta. Mia sorella  scatta foto. Giochiamo nella camera da letto tra specchi e  mobili scoloriti. Giochiamo perché impariamo da subito i trucchi per dimenticare  le nostre nature provvisorie. Mia madre ci sta insegnando il futuro, o almeno a crederci ancora, a persuaderci di vivere resistendo.

Indosserà il giubbotto quando esce, e quando andrà nell’unico luogo mondano che frequenta: la chiesa. Per fortuna che non gliele hanno chiuse a mia madre le chiese. Specie in questo tempo qui, in cui le geografie interiori stanno andando al diavolo, e ci costringono a ridisegnare spazi e a trovare profondità.  Vorrei dirle che hanno però chiuso i teatri e che nessuno ha spiegato il perché.  Che ognuno ha bisogno dei propri luoghi per decodificare meglio la vita e anche la morte, per sentirsi meno soli. È così che fanno la poesia, la letteratura, la musica e la bellezza quando assumono la sostanza della narrazione, dentro luoghi dove si rinnovano miracoli. Proprio come accade ora, nella stanza di mia madre, dove la tenerezza ci unisce, un giubbotto fucsia  ci rende coraggiose, anche se fuori il vento soffia forte e abbiamo bisogno di pietre da mettere nelle tasche.

Tizianeda

Come una gatta

La gatta Tàlia rosicchia fili come i topi e piscia sul divano. C’ha un disagio. Ci guarda torva come se fossimo noi i colpevoli. Come glielo spiego che non funziona così la vita. Che la stanzialità appartiene ai gatti e non agli umani. A lei che è cultrice della immobilità sul cuscino. È arrabbiata perché l’unico essere vivente che  ha scelto di amare disinteressatamente, Agnese, è uscita fuori dalle sue traiettorie quotidiane. Al sud, è cosa frequente che si vada a studiare altrove dopo i diciotto anni. Anzi, a Tàlia è andata bene. Agnese non sta a troppi chilometri da qui e può tornare il fine settimana a casa, almeno ogni tanto. Anche se la Calabria  è la teoria della relatività delle distanze e la patria delle bestemmie del viaggiatore. Qui la geografia è un’illusione ottica. Ma questo non è un post sulla Calabria. Anche se si scrive spesso  di ciò che è controverso e richiede narrazioni multiple perché la realtà è un caleidoscopio. Un po’ come la maternità. Questa roba che sembra tanto astratta e invece si pianta negli organi del corpo. Quando ho salutato Agnese nella sua casa da studentessa nella città altra, abbracciandola, mi sono chiesta dove sentissi il cambiamento di prospettive. Nel corpo, intendo. Perché c’è sempre un sentire di cellule in ogni accadimento, specie quando questo riguarda le persone che amiamo da dentro. L’astrazione è per pochi privilegiati. Mi sono chiesta se mi facesse male da qualche parte. Non ho sentito dolore. Come non lo sento adesso che Agnese non abita le stanze dei 90 mq. Mi basta saperla. È serena, studia, lei sa che c’è il luogo metafisico del ritorno e mi piace che sappia abitarsi. Nella sua solitudine si accomoda come un gatto sul cuscino. Per questo, credo, le mie cellule sono calme quando la penso lontana e non ho bisogno di chiedermi che genere di madre sia. So che Agnese continua a scorrermi dentro e a ogni suo ritorno, tanto, l’annuserò forte, come una gatta.

Tizianeda

Io non lo so

C’è un prima e un dopo? C’è una linea che si sposta  in avanti, perché così ci hanno insegnato a contare la vita?  Un prima e un dopo di questa frattura. Ci accorgeremo di essere cambiati. Non lo so. Meno tolleranti, meno indulgenti, o più spaventati, o più adulti, o regrediti, più egoisti, più empatici, più qualcosa e meno altro.  Oppure  come prima saranno gli alberi, le case, il mutare ingannevole delle nuvole, gli arrivederci e gli addii, le mattonelle calpestate e le fughe incrostate dai nostri passi. Il respiro, la pausa del battito, il fermarsi del sangue nei giorni di paura. Le canzoni ci porteranno altrove con i ricordi. Oppure uguali le iridi di chi  invade lo sguardo, l’angolo delle labbra di chi non abbiamo amato mai, le panchine nei parchi, le mani estranee, i tavolini nei bar, la carta caduta sul marciapiede e poi raccolta senza attenzione, gli sguardi rubati.  Continueremo a impastare figli dentro amplessi segreti, a non  credere nella morte sapendola,  insegneremo  passi e attese, imparando dagli altri nuove andature, o dai precipizi cucendo, nella fretta del vuoto, paracaduti. Io non lo so. Ne faremo impasto di disillusioni e impazienza. Saremo  come ci siamo lasciati, oppure no, il tempo sarà più rapido e inclemente. Oppure no. Avremo  il coraggio della domanda avvelenata. Forse la smetteremo con l’aggressione dei  punti esclamativi, con lo sberleffo dello stupore da due soldi. Abbiamo nascosto qualcosa sotto le ore, nelle orazioni sussurrate,  tra le briciole cadute dalle tavole imbandite, sotto la polvere di un’abitudine imparata a memoria. Cosa? Chi? Io non lo so. Anche riducendo a seme piccolo questo “io” che mi ingombra il respiro, non lo so. Cerco dentro la frattura, ne faccio scavo e archeologia, ascolto i poeti e il furore dei matti. Aspetto imparando dai gatti. Lascio fare al vento, che passa roteando come un Derviscio. Mi quieto facendomi piccola con lo sforzo di un d’accapo. Un’altra volta ancora. Guardo il corpo dei miei figli espandersi. Mi metto in ascolto del rumore delle ossa e dei tendini che crescono. L’incomprensibile che non so.

Tizianeda

Fall in love

 “Pensa mamma, sono così innamorata che gli ho fatto una playlist”,  hai detto, mentre guidavo. Che già non ho una guida a fuoco, io. Che imprudenza, ragazza, poggiare  il tuo cuore sulle orecchie, come fosse semplice, come fosse normale, all’improvviso.  “Te la faccio sentire mamma” Avrei voluto guardare lo spettacolo  che mostri quando parli di lui. E invece fissavo la strada per evitare inciampi di buche e ruote, che tanto anche a stare attenta ci finisco sempre in qualcuna più caina e nascosta. O forse no, è sempre questa distrazione che ci fa inciampare e imprecare e inciampare e imprecare.  “Gli è piaciuta?” “Sì molto, mamma” “È bella”. E poi zitte ad ascoltare. Pensa sono anni che mi sforzo di trasformare la parole “amore”  in allineamento di alfabeti. Neanche fosse una buccia oleosa da cui ricavare essenze da usare all’occorrenza. Poi arrivi  tu  e lo musichi dentro lo spazio ristretto della macchina.  Con il suono allegro di un presente da scartare senza fretta. Lo fai rimbalzare tra umori e  cose contaminandole, fregandotene della forma, della geografia, del tempo in attesa, dell’oceano in mezzo, dei continenti messi lì come punti a unire una linea retta, attraversata da connessioni che vi fanno spuntare nello schermo dell’altro, con i sorrisi accesi dalla voglia di scoprirvi. Allineate ogni giorno migliaia di lettere nella lingua di poeti che  hanno costruito architetture di dubbi e incantamenti. Ché l’amore è lì in mezzo, tra gli interrogativi degli umani, nascosto e rintanato. Una volpe che aspetta la lontananza degli sguardi per rivelarsi alla sua natura primitiva. E rimbalza da te a me che guido male e ti ascolto. C’è un contagio di cellule, anche gli oggetti lo sentono, assorbono i tuoi umori. Forse anche l’auto, eccitata da questa contaminazione, evita le buche da sé, compensa il tuo inciampo in amore e la mia incapacità di percepire le distanze seduta con il volante tra le dita. Non c’è bisogno di trovare definizioni, o formule matematiche che ci diano l’illusione del controllo, di una perfezione che non esiste. Non adesso. Oppure  la perfezione a tratti esiste, fugace come la vita, come un allineamento improvviso di pianeti, come una sincronia inaspettata, come quando io guidavo e tu sorridevi.

Tizianeda

L’aggiusta cuori

È arrivato con la borsa arancione, i vestiti  sgualciti, la giacca sghemba, la faccia di chi è stato interrotto in qualcosa di importante. Tipo rilassarsi, godersi le ferie in montagna, cenare e cose così. Specie dopo mesi di lavoro faticoso. Più fatico di sempre. È arrivato con la mascherina, si è seduto accanto alla donna sdraiata su un divano, che non si sentiva proprio benissimo. Un amico lo aveva chiamato, lui ha lasciato la tavola imbandita ed è certo avrà detto: “va bene vengo”.  Si è seduto, ha preso tra le dita il polso della donna, ha contato i battiti del cuore, le ha misurato la pressione del sangue. Non si è scomposto. Neanche quando si è accorto in una frazione di secondo, che una tipa, un po’ in disparte, lo osservava, senza pudore. Seria, per darsi un tono di normalità. Poi lui, con quel corpo grande di chi  ha spalmato la giovinezza su migliaia di pagine di libri, si è alzato, ha aperto la borsa arancione  e, come se fosse la cosa più normale del mondo, ha tirato fuori un elettrocardiogramma portatile. Pieno di tubi  ingarbugliati,  da sbrogliare. Lo ha fatto, come tutto il resto che pensava fosse giusto. A quel punto la tipa in disparte, avrebbe voluto baciarlo quel dottore lì, e così la normalità delle mani e degli occhi, la calma dei gesti, la giacca sghemba, la borsa arancione che lo segue anche se è in ferie, l’umano disordine, la sua divina discrezione. Ma niente, non lo ha fatto. Poi il dottore, così come era arrivato è andato via. In silenzio, inconsapevole, con i grovigli nella borsa arancione, le macchine ascolta-cuori, la grazia generosa di chi non permette che il mondo sia solo chiasso e vergogna,  ma non lo sa.

Tizianeda

Di stanze e di portoni

“Mamma, che vuol dire che quando si chiude una porta si apre un portone?”

Penso. Non può essere ovvia la risposta. Agnese lo sa. I detti che si tramandano da secoli,  contengono la saggezza della vita. Non posso dire a mia figlia che per ogni cosa che perdi ne ottieni una più importante e più grossa. Sarebbe una bugia banale, lo zucchero per coprire la medicina amara. La vita mica funziona così. Come se fosse tutta una rivalsa tra occasioni perdute, delusioni, assenze e riconquiste. Non erano scemi i nostri avi e sapevano le cadute e i lividi, la fatica del procedere e degli incontri, non erano venditori di futuro scontato e di strade in rosa. Quelli conoscevano lo schianto. I detti tramandati e resistenti al tempo sono haiku dello stare al mondo. Che poi è quello che mi sta chiedendo Agnese, stasera e ogni volta che arriva con l’agguato di una domanda. Come si sta al mondo, mamma? A me che imparo ancora, a ogni giro d’angolo, a stare e ad andare.

Le rispondo e così rispondo a me stessa. Ché siamo tutti collezionisti di stanze  guardate per l’ultima volta senza voltarsi, da cui allontanarsi. Succede anche con quelle interiori, con quei labirinti spaziosi che esploriamo dentro di noi. Succede che ci imbattiamo nello sgradevole, o nel non più riconosciuto. È una continua ricerca di centro e identità.

Ecco che vuol dire, Agnese, questa frase che arriva veloce. Vuol dire che  la nostra esplorazione dentro una stanza a volte finisce, perché ci ha stancati, perché quello non è più lo spazio da abitare, perché semplicemente ci sono avventure, relazioni, esperienze che finiscono, perché ci ha dato tutto ma proprio tutto e possiamo solo ringraziarla per il viaggio e andare via. Se ci ostiniamo diventa zavorra, l’albatros legato al collo del vecchio marinaio.  Non è una questione di centimetri di felicità,  di comparazioni tra porte. In quel portone che si apre ci sono le possibilità di una scacchiera, di una partita che si può ancora giocare, di aria nuova da sentire. Come ora, per te, dopo il tuo ultimo confronto a scuola, e per il  dopo da esplorare. È così. I nostri avi sapevano l’intelligenza della vita, che non si impara a scuola o all’università. Bisogna saper abitare molte stanze e valicare qualche portone, con coraggio, semplicemente.

Tizianeda