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La stanza di mia madre

La mamma vecchietta me lo mostra. È soddisfatta. Ha acquistato un giubbotto  fucsia. La riparerà dal vento e la renderà più visibile per le strade.

“Devi metterci le pietre nelle tasche, mamma, ché se c’è vento, ti vola sicuro”

È contenta mia madre. Lo indossa, così vedo anche io come le sta. Mia sorella  scatta foto. Giochiamo nella camera da letto tra specchi e  mobili scoloriti. Giochiamo perché impariamo da subito i trucchi per dimenticare  le nostre nature provvisorie. Mia madre ci sta insegnando il futuro, o almeno a crederci ancora, a persuaderci di vivere resistendo.

Indosserà il giubbotto quando esce, e quando andrà nell’unico luogo mondano che frequenta: la chiesa. Per fortuna che non gliele hanno chiuse a mia madre le chiese. Specie in questo tempo qui, in cui le geografie interiori stanno andando al diavolo, e ci costringono a ridisegnare spazi e a trovare profondità.  Vorrei dirle che hanno però chiuso i teatri e che nessuno ha spiegato il perché.  Che ognuno ha bisogno dei propri luoghi per decodificare meglio la vita e anche la morte, per sentirsi meno soli. È così che fanno la poesia, la letteratura, la musica e la bellezza quando assumono la sostanza della narrazione, dentro luoghi dove si rinnovano miracoli. Proprio come accade ora, nella stanza di mia madre, dove la tenerezza ci unisce, un giubbotto fucsia  ci rende coraggiose, anche se fuori il vento soffia forte e abbiamo bisogno di pietre da mettere nelle tasche.

Tizianeda

Come una gatta

La gatta Tàlia rosicchia fili come i topi e piscia sul divano. C’ha un disagio. Ci guarda torva come se fossimo noi i colpevoli. Come glielo spiego che non funziona così la vita. Che la stanzialità appartiene ai gatti e non agli umani. A lei che è cultrice della immobilità sul cuscino. È arrabbiata perché l’unico essere vivente che  ha scelto di amare disinteressatamente, Agnese, è uscita fuori dalle sue traiettorie quotidiane. Al sud, è cosa frequente che si vada a studiare altrove dopo i diciotto anni. Anzi, a Tàlia è andata bene. Agnese non sta a troppi chilometri da qui e può tornare il fine settimana a casa, almeno ogni tanto. Anche se la Calabria  è la teoria della relatività delle distanze e la patria delle bestemmie del viaggiatore. Qui la geografia è un’illusione ottica. Ma questo non è un post sulla Calabria. Anche se si scrive spesso  di ciò che è controverso e richiede narrazioni multiple perché la realtà è un caleidoscopio. Un po’ come la maternità. Questa roba che sembra tanto astratta e invece si pianta negli organi del corpo. Quando ho salutato Agnese nella sua casa da studentessa nella città altra, abbracciandola, mi sono chiesta dove sentissi il cambiamento di prospettive. Nel corpo, intendo. Perché c’è sempre un sentire di cellule in ogni accadimento, specie quando questo riguarda le persone che amiamo da dentro. L’astrazione è per pochi privilegiati. Mi sono chiesta se mi facesse male da qualche parte. Non ho sentito dolore. Come non lo sento adesso che Agnese non abita le stanze dei 90 mq. Mi basta saperla. È serena, studia, lei sa che c’è il luogo metafisico del ritorno e mi piace che sappia abitarsi. Nella sua solitudine si accomoda come un gatto sul cuscino. Per questo, credo, le mie cellule sono calme quando la penso lontana e non ho bisogno di chiedermi che genere di madre sia. So che Agnese continua a scorrermi dentro e a ogni suo ritorno, tanto, l’annuserò forte, come una gatta.

Tizianeda

Io non lo so

C’è un prima e un dopo? C’è una linea che si sposta  in avanti, perché così ci hanno insegnato a contare la vita?  Un prima e un dopo di questa frattura. Ci accorgeremo di essere cambiati. Non lo so. Meno tolleranti, meno indulgenti, o più spaventati, o più adulti, o regrediti, più egoisti, più empatici, più qualcosa e meno altro.  Oppure  come prima saranno gli alberi, le case, il mutare ingannevole delle nuvole, gli arrivederci e gli addii, le mattonelle calpestate e le fughe incrostate dai nostri passi. Il respiro, la pausa del battito, il fermarsi del sangue nei giorni di paura. Le canzoni ci porteranno altrove con i ricordi. Oppure uguali le iridi di chi  invade lo sguardo, l’angolo delle labbra di chi non abbiamo amato mai, le panchine nei parchi, le mani estranee, i tavolini nei bar, la carta caduta sul marciapiede e poi raccolta senza attenzione, gli sguardi rubati.  Continueremo a impastare figli dentro amplessi segreti, a non  credere nella morte sapendola,  insegneremo  passi e attese, imparando dagli altri nuove andature, o dai precipizi cucendo, nella fretta del vuoto, paracaduti. Io non lo so. Ne faremo impasto di disillusioni e impazienza. Saremo  come ci siamo lasciati, oppure no, il tempo sarà più rapido e inclemente. Oppure no. Avremo  il coraggio della domanda avvelenata. Forse la smetteremo con l’aggressione dei  punti esclamativi, con lo sberleffo dello stupore da due soldi. Abbiamo nascosto qualcosa sotto le ore, nelle orazioni sussurrate,  tra le briciole cadute dalle tavole imbandite, sotto la polvere di un’abitudine imparata a memoria. Cosa? Chi? Io non lo so. Anche riducendo a seme piccolo questo “io” che mi ingombra il respiro, non lo so. Cerco dentro la frattura, ne faccio scavo e archeologia, ascolto i poeti e il furore dei matti. Aspetto imparando dai gatti. Lascio fare al vento, che passa roteando come un Derviscio. Mi quieto facendomi piccola con lo sforzo di un d’accapo. Un’altra volta ancora. Guardo il corpo dei miei figli espandersi. Mi metto in ascolto del rumore delle ossa e dei tendini che crescono. L’incomprensibile che non so.

Tizianeda

Fall in love

 “Pensa mamma, sono così innamorata che gli ho fatto una playlist”,  hai detto, mentre guidavo. Che già non ho una guida a fuoco, io. Che imprudenza, ragazza, poggiare  il tuo cuore sulle orecchie, come fosse semplice, come fosse normale, all’improvviso.  “Te la faccio sentire mamma” Avrei voluto guardare lo spettacolo  che mostri quando parli di lui. E invece fissavo la strada per evitare inciampi di buche e ruote, che tanto anche a stare attenta ci finisco sempre in qualcuna più caina e nascosta. O forse no, è sempre questa distrazione che ci fa inciampare e imprecare e inciampare e imprecare.  “Gli è piaciuta?” “Sì molto, mamma” “È bella”. E poi zitte ad ascoltare. Pensa sono anni che mi sforzo di trasformare la parole “amore”  in allineamento di alfabeti. Neanche fosse una buccia oleosa da cui ricavare essenze da usare all’occorrenza. Poi arrivi  tu  e lo musichi dentro lo spazio ristretto della macchina.  Con il suono allegro di un presente da scartare senza fretta. Lo fai rimbalzare tra umori e  cose contaminandole, fregandotene della forma, della geografia, del tempo in attesa, dell’oceano in mezzo, dei continenti messi lì come punti a unire una linea retta, attraversata da connessioni che vi fanno spuntare nello schermo dell’altro, con i sorrisi accesi dalla voglia di scoprirvi. Allineate ogni giorno migliaia di lettere nella lingua di poeti che  hanno costruito architetture di dubbi e incantamenti. Ché l’amore è lì in mezzo, tra gli interrogativi degli umani, nascosto e rintanato. Una volpe che aspetta la lontananza degli sguardi per rivelarsi alla sua natura primitiva. E rimbalza da te a me che guido male e ti ascolto. C’è un contagio di cellule, anche gli oggetti lo sentono, assorbono i tuoi umori. Forse anche l’auto, eccitata da questa contaminazione, evita le buche da sé, compensa il tuo inciampo in amore e la mia incapacità di percepire le distanze seduta con il volante tra le dita. Non c’è bisogno di trovare definizioni, o formule matematiche che ci diano l’illusione del controllo, di una perfezione che non esiste. Non adesso. Oppure  la perfezione a tratti esiste, fugace come la vita, come un allineamento improvviso di pianeti, come una sincronia inaspettata, come quando io guidavo e tu sorridevi.

Tizianeda

L’aggiusta cuori

È arrivato con la borsa arancione, i vestiti  sgualciti, la giacca sghemba, la faccia di chi è stato interrotto in qualcosa di importante. Tipo rilassarsi, godersi le ferie in montagna, cenare e cose così. Specie dopo mesi di lavoro faticoso. Più fatico di sempre. È arrivato con la mascherina, si è seduto accanto alla donna sdraiata su un divano, che non si sentiva proprio benissimo. Un amico lo aveva chiamato, lui ha lasciato la tavola imbandita ed è certo avrà detto: “va bene vengo”.  Si è seduto, ha preso tra le dita il polso della donna, ha contato i battiti del cuore, le ha misurato la pressione del sangue. Non si è scomposto. Neanche quando si è accorto in una frazione di secondo, che una tipa, un po’ in disparte, lo osservava, senza pudore. Seria, per darsi un tono di normalità. Poi lui, con quel corpo grande di chi  ha spalmato la giovinezza su migliaia di pagine di libri, si è alzato, ha aperto la borsa arancione  e, come se fosse la cosa più normale del mondo, ha tirato fuori un elettrocardiogramma portatile. Pieno di tubi  ingarbugliati,  da sbrogliare. Lo ha fatto, come tutto il resto che pensava fosse giusto. A quel punto la tipa in disparte, avrebbe voluto baciarlo quel dottore lì, e così la normalità delle mani e degli occhi, la calma dei gesti, la giacca sghemba, la borsa arancione che lo segue anche se è in ferie, l’umano disordine, la sua divina discrezione. Ma niente, non lo ha fatto. Poi il dottore, così come era arrivato è andato via. In silenzio, inconsapevole, con i grovigli nella borsa arancione, le macchine ascolta-cuori, la grazia generosa di chi non permette che il mondo sia solo chiasso e vergogna,  ma non lo sa.

Tizianeda

Di stanze e di portoni

“Mamma, che vuol dire che quando si chiude una porta si apre un portone?”

Penso. Non può essere ovvia la risposta. Agnese lo sa. I detti che si tramandano da secoli,  contengono la saggezza della vita. Non posso dire a mia figlia che per ogni cosa che perdi ne ottieni una più importante e più grossa. Sarebbe una bugia banale, lo zucchero per coprire la medicina amara. La vita mica funziona così. Come se fosse tutta una rivalsa tra occasioni perdute, delusioni, assenze e riconquiste. Non erano scemi i nostri avi e sapevano le cadute e i lividi, la fatica del procedere e degli incontri, non erano venditori di futuro scontato e di strade in rosa. Quelli conoscevano lo schianto. I detti tramandati e resistenti al tempo sono haiku dello stare al mondo. Che poi è quello che mi sta chiedendo Agnese, stasera e ogni volta che arriva con l’agguato di una domanda. Come si sta al mondo, mamma? A me che imparo ancora, a ogni giro d’angolo, a stare e ad andare.

Le rispondo e così rispondo a me stessa. Ché siamo tutti collezionisti di stanze  guardate per l’ultima volta senza voltarsi, da cui allontanarsi. Succede anche con quelle interiori, con quei labirinti spaziosi che esploriamo dentro di noi. Succede che ci imbattiamo nello sgradevole, o nel non più riconosciuto. È una continua ricerca di centro e identità.

Ecco che vuol dire, Agnese, questa frase che arriva veloce. Vuol dire che  la nostra esplorazione dentro una stanza a volte finisce, perché ci ha stancati, perché quello non è più lo spazio da abitare, perché semplicemente ci sono avventure, relazioni, esperienze che finiscono, perché ci ha dato tutto ma proprio tutto e possiamo solo ringraziarla per il viaggio e andare via. Se ci ostiniamo diventa zavorra, l’albatros legato al collo del vecchio marinaio.  Non è una questione di centimetri di felicità,  di comparazioni tra porte. In quel portone che si apre ci sono le possibilità di una scacchiera, di una partita che si può ancora giocare, di aria nuova da sentire. Come ora, per te, dopo il tuo ultimo confronto a scuola, e per il  dopo da esplorare. È così. I nostri avi sapevano l’intelligenza della vita, che non si impara a scuola o all’università. Bisogna saper abitare molte stanze e valicare qualche portone, con coraggio, semplicemente.

Tizianeda

Il senso della cura

Ora che la scuola è finita, ci siamo riappropriati delle stanze divenute per settimane aule monocellulari. È  entrata nelle case degli studenti e le case sono entrate nella scuola, a volte spiandola dietro le porte chiuse. Con le raccomandazioni dei figli, di non entrare, di parlare a voce bassa, di stare attenti ecc ecc. A tratti disattese, per dimenticanza. Con gli schermi improvvisamente oscurati e gli audio mutati. Per evitare l’imbarazzo adolescenziale.

Adesso ci sono gli esami di maturità per l’altra figlia. Ché me lo devo ripetere più volte che la ragazza ha diciotto anni. Diciotto e non mi capacito quando. Lei, concentrata su elaborati e materie da collegare tra di loro, come i punti della settimana enigmistica alla ricerca di una forma sensata. E ne parlavamo ieri con le amiche conosciute il primo giorno di scuola di Agnese, di dodici anni fa, tutte ad accompagnare i figli nella stessa aula della scuola elementare. Le amiche che mi riportano al concreto delle ore e alle matasse da sbrogliare, perché i nostri figli non diventino astronauti abbandonati nello spazio, a muoversi a casaccio e senza direzione. Le mie tre tutte belle, che mi fanno sentire qui e ora. E nelle mie stranezze di modi, accolta. E abbiamo tutte un po’ paura per questo futuro slabbrato, e siamo vigili anche se scostate, per non intasare le scelte loro  nel dopo che verrà. E divento carne e ossa e muscoli per sollevare i pesi del tempo, per non farmi spaventare da questa vita che muta ogni momento. Che mutano i luoghi, le persone, le stanze abitate e quelle disabitate, mutano i rapporti e i figli crescendo. E li guardi e pensi: “se ne vanno” e fai della casa il luogo dell’attesa e del ritorno. E sai che in tutti questi anni hai lavorato perché arrivasse questo qui e ora, perché fossero pronti ad allontanarsi, ché le radici servono solo per sapere dove ritornare, non  per restare inchiodati a un dovere di ruoli imposti. E così saremo pronti a raccontare il tempo che verrà, e a saperlo abitare nel suo mutare forma e a capire che la vita è questa cosa qui che non puoi trattenere, un po’ come i figli che ti insegnano il senso della cura e della parola “amore” e della parola “altrove”.

Tizianeda

Per ogni abbraccio non dato

Abbiamo giocato per quasi tre mesi a “un due tre, stai là”. Stai là nella tua regione, stai là nel tuo comune, nella tua città, dentro la tua casa. Lo abbiamo fatto, abbiamo obbedito. Abbiamo comprato farina e lievito, abbiamo impastato e aspettato. Le strade sono diventate cartoline, fotogrammi di deserti western senza pistoleri. E poi noi, nascosti e fermi, abbiamo delegato la nostra libertà, per proteggerci, perché la paura fa fare cose pazzesche all’uomo, così come l’amore. Siamo saliti sulle terrazze, abbiamo lasciato crescere i capelli, ascoltato la matematica dei malati, dei guariti, dei morti. Abbiamo fatto del futuro palline accartocciate.  Poi è arrivato il momento di aprire le porte. Lasciandole socchiuse.  Ci è stata restituita una libertà con i “ma”. Sport all’aperto, ma a due metri da tutti. Locali ni, assembramenti no. Baci? Per carità. Pomiciare? Peggio della morte nera. Chiese forse sì, teatri boh. La saliva non è mai stata così centrale nei nostri pensieri. Gli amici li puoi vedere ma non toccare, in macchina devi stare dietro,  i capelli te li taglia  Dart Fener, ché ti chiedi come minchia fanno i parrucchieri a non farti un buco in testa bardati come sono. Tutto questo per un virus stronzettino che pasteggia dentro di noi con noncuranza, predatore, come predatori siamo noi umani,  da sempre, con la terra dataci in prestito. Siamo disorientati e fragili, ora. Stanchi di uscire come dei giustizieri mascherati solitari. Tutti super eroi, con la kriptonite nelle tasche. Ora patiamo la lontananza e l’assenza dell’altro e forse di noi stessi. Capiamo come questa sottrazione di vita e di vite, è divenuta particella di ossigeno che respiriamo.  Capiamo quanto gli altri sono tutto ciò che ci resta, sono cura, per quanto provvisoria, dei nostri tratti fragili. E stiamo lì a cercarci, come amanti clandestini, nella memoria da ravvivare, di ogni abbraccio non dato.

Tizianeda

Otto

Ciao Blog, che oggi sono otto, otto anni che stiamo insieme. Otto che è il numero perfetto in questo tempo così palindromo. Che è uno sforzo di sguardo in più e altrove, verso un infinito che i giorni richiamano. Otto a ricordarmi che si può fare, che si può deviare dalle strade sicure, sapendo che c’è anche pazzia e disperazione nelle scelte di tragitti sconosciuti, come una voce irresistibile. E forse lo era un po’ disperato, anche il Dio in cui non credo,  per volerci così presenti e impacciati nella vita, per crearci, pur così deformi e orribili a tratti. Ma non deviamo Blog, che su certi terreni, di questi tempi arrabbiati è bene non sostare. Oggi è giorno di festa. È la festa dell’osare, ché senza di te molto meno sarebbe accaduto. Meno storie, meno ricordi da conservare, meno incontri, meno stupore e sguardi, e sempre meno, meno porte da aprire e stanze in cui sostare, meno scrittura da sperimentare. Rinchiusa a domandarmi cosa mi mancasse. E nella vita a furia di chiedersi cosa, finisce che ti perdi il molto che potrebbe accadere. E scusa se c’è stato un tempo che avrei voluto smettere con te, come si fa con un amante che ti ha deluso,  ché mi sembravi non più vero, non più me. Era il tempo della scoperta di altre identità, meno morbide meno rassicuranti, e di nuove parole. Poi mi sono arresa alla consapevolezza che in ognuno c’è un condominio e amen. Ed è come dare un party, con quelli che bevono e quelli che invece prendono il succo d’arancia perchè poi devono guidare per riportare tutti a casa sani e salvi. E tra levate di cuore e anima, tra il precipizio e l’ostinazione di un passo davanti all’altro, nel tentativo a volte maldestro e inutile di trovare un ordine nel casino cosmico delle cose, volevo dirti che non smetterò di raccontare la meraviglia che mi cade addosso. Resta sobrio, però, ché poi dopo il party, sarai tu a dover guidare per riportarmi a casa.

Auguri Blog e auguri a me e alla ostinazione e alle passioni che si nutrono di ossessioni e che ci fanno dire fare e baciare e abbracciare (gli ultimi due spero presto prestissimo).

Tizianeda

Mamma passero

“Posso pettinarti i capelli, Tizianeda?”
“Davvero vuoi farlo, mamma vecchietta?”
“Sì”
“Va bene, domattina vengo e procediamo”
E così l’indomani ho attraversato il pianerottolo e sono andata da lei.
Ci somigliamo di più da quando indossiamo le mascherine, abbiamo lo stesso becco bianco. Metà umane metà uccelli. Mia madre mi fa sedere, porta spazzole, pettini e il ferrettino. Cazzo il ferrettino. Sono pronta, catapultata nel ritorno al passato. Noi bambine degli anni ’80 eravamo un po’ tutte così. Cento colpi di crespo e ferrettino. L’anarchia tricologica non era contemplata nel grande libro delle madri. La lascio fare. Lei mi ricorda di quando i miei capelli erano tanti, lunghi, ricci, neri, quasi blu di quanto erano neri e lucenti. Poi me li spazzolava, però. Quei capelli non ci sono più, mamma, le dico. E neanche quella ragazzina. E tante altre cose ancora, che a furia di fare buchi nelle suole, le ho seminate. Non si arrende. Spazzola, cambia riga, fa la frangia. Tanto il trend della pandemia è capellidimerda. Il crespo li valorizza. Ridiamo dentro ai becchi. Da quant’è che non ti bacio, mammina? Ecco ha finito, è l’ora del fermaglio. Non si capacita di quei riflessi rossi che ho in testa. Perché, mi chiede. Non so spiegartelo il perché. Perché è così, perché devo cambiare, altrimenti mi sento perduta, perché sono abitata da moltitudini e una di queste ha i riflessi rossi. E comunque ora il rosso è sbiadito, è piuttosto colore pandemia. Ci guardiamo allo specchio. Siamo carine, le dico, con questi becchi bianchi.
Lo so che volevi ritornare madre, pettinandomi, sentire che la vita non sfugge tutta, che c’è qualcosa che si può appuntare, come un ferrettino, tra i capelli, apparentemente domati.
Devo andare. Le moltitudini chiamano, mamma. Torna, mi dici. Piccola, sull’uscio, con il tuo corpo da passero. Torno, certo che torno, e poi giochiamo. Facciamo che tu sei la madre e che io sono la figlia.

Il disegno meraviglia è di Fabiana Canale

Tizianeda