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Insieme

L’otto marzo non è una festa. E’ un rinnovo di memoria. E’ ritrovarsi. E’ possibilità di parole. E’ piazza, insieme. Che poi in piazza, anche nella mia città, ci siamo incontrate e incontrati. Gli uomini erano tanti, a ribadire che la battaglia per i diritti, il desiderio di allargare sguardi e orizzonti, non appartiene a una categoria, ma sempre, a chi naviga su questo mare, con una visione e una rotta. Con noi le donne del passato. Di loro, portiamo la storia e il peso per tutto quello che non sono potute essere. Per ricordare, oggi, le donne che avrebbero voluto studiare, viaggiare, amare liberamente, non sposarsi o sposarsi con chi sceglieva il loro cuore, dipingere, danzare, lavorare, scrivere, sfuggire dai ruoli imposti. Esprimere le multiformi energie interiori. Le donne a cui hanno detto, streghe, pazze, strane, isteriche, esaurite, puttane. Proprietà privata, o di Stato. Le donne mai libere, perchè il loro sentire veniva trattato come uno stigma. Con noi anche le donne di questo tempo, le sedie vuote, divenute letteratura da obitorio.
Se vi va di fermarmi qualche minuto sulle parole, qui troverete il racconto che io ed Eleonora Scrivo abbiamo scritto e letto in Piazza, l’otto marzo. Sarà dentro un libro di storie, che insieme stiamo scrivendo. Ma oggi, avevamo il desiderio di condividerlo insieme a voi.

Tizianeda

L’isola del giorno prima (e un post scriptum)

Siamo seduti attorno alla tavola. In cinque. Tre generazioni. E’ il momento sud suddissimo. La pausa dal delirio. Pranziamo. Saliamo attraverso le scale, di un piano, Olivia e io, tragitto studio/casa. Approdiamo all’isola del giorno prima. Una diciassattenne, due tredicenni, i due cugini gemelli, una trentenne e io. Si parla. Gli argomenti sono vari. Dalle interrogazioni, al ciclo. Dalle prof nervose, alle caramelle di trenitalia. Dai lenti che non ci sono più alle feste, al patriarcato che resiste. Quattro donne e un uomo. C’è sempre questo rapporto sbilanciato tra uomini e donne. Chissà perché.
Parliamo delle mestruazioni, oggi. Una volta la donna che aveva il ciclo era “indisposta”, il dolore bisognava sopportarlo e tacerlo ai maschi. Si andava ugualmente a scuola, anche se invocavi l’esorcista per farti uscire dal corpo. Per le nostre nonne era peggio. Le giovanissime, si sentono fortunate a essere nate in questa epoca qui, in cui si parla con disinvoltura, del nostro appartenere ai moti dell’universo. Di antico ci è rimasto il nervosismo ormonale che incute timore, specie ai maschi, che hanno imparato, con l’evoluzione, a starci alla larga e a non farci incazzare troppo, almeno in quei giorni. Agnese, la diciassettenne, poi prende il cellulare e ci mostra una locandina. Un manifesto fatto da una sezione di Crotone, di un partito che qui al sud, risuona come un ossimoro offensivo. E’ una specie di proclama per l’otto marzo. Lo leggiamo, ne facciamo un’ esegesi. Parla delle donne e del loro ruolo “naturale”, di mogli, madri. Fattrici della patria, insomma. Non capiamo se siamo nel 2020, o al tempo nefasto delle mie nonne, in cui le mestruazioni si nascondevano come una colpa. Siamo tutti turbati dai movimenti reazionari, dalla negazione dell’evoluzione del pensiero.
Oggi, che è l’otto marzo, penso all’ennesimo femminicidio italiano. E alla ragazza violata e uccisa dalla sua famiglia, perché lesbica. E’ un’epoca strana questa. Un’ epoca in cui il ciclo non è più un tabù, vivadio, ma dove ancora la violenza patriarcale e sessista allunga le sue mani velenose. Che vorrebbe la donna proprietà di Stato, oggi, in certe sacche reazionarie, fermo ai tempi delle mie nonne.
E’ tempo di lotta. La si fa anche attorno a una tavola imbandita. Tra donne di generazioni diverse, e uomini illuminati. Lo si fa per le nostre nonne e per le loro sofferenze, e per chi ancora verrà.

p.s.: Oggi nella mia città, Reggio Calabria, a Piazza Italia, dalle 17,00 in poi, ci saranno tanti interventi, presenze, movimenti, pensieri in occasione dello “Sciopero Globale Transfemminista” dell’8 marzo. Ci sarò anche io che leggerò un brano scritto insieme a Eleonora Scrivo (la donna che mi fece conoscere Napoli). Vi aspettiamo con la lotta e la gioia nel cuore.

Tizianeda

Dimmi, tu

Ciao tu. Ma dove sei andata tu, che sembrano anni che ci taciamo. Tu distratta da vortici e pozzi, e corse mozzafiato e sentire di vento e il mare e le mani e il cuore nel petto e altro e ancora.
Dimmi tu, se stai bene, se sei felice almeno a tratti, se resisti o ti arrendi, se trattieni o lasci andare. Dimmi se ti siedi comoda in questa altalena che non si decide. Tra il su che solleva gonne e piedi scalzi, e poi torna in un vuoto di pancia.
Dimmi tu, dove sei stata, dove corri. Tu che taci passi di solitudine e nascondi la voce conficcata in gola, come una spina.
Dimmelo quando sai di essere forte e quando invece soffi tempesta sulla tua fragilità. Lasciala stare, lasciala fare. Non la nascondere, non la rimproverare e se altri lo fanno per te, non li ascoltare. Non li ascoltare, tu. Non smettere di essere fragile e di divertirti con lei, con questa forza di sabbia tra le dita.
Dimmi la stanchezza, e se sei cambiata in questi anni amici e ostili. Raccontami in segreto, chi ti ha amato veramente, chi ti ha delusa, chi ti ha tradita e se tu, tu hai deluso e sbagliato, e aggiustato e sbagliato, aggiustato e sbaragliato l’insopportabile, l’indicibile, pentendoti a volte, o cambiando assetti e illusioni, voci di fuoco, silenzi d’acqua. Sentendo che poi, è così. Raccontami le assenze, chi si è seduto accanto senza toccarti, sapendoti di cristallo, chi si è fermato, chi ha appoggiato la testa sul tuo ventre, chi hai riposato, chi hai stancato. Raccontami la mancanza, cerca le parole per dire. Scavale. Ma qualsiasi cosa tu, disobbedisci alle prigioni e ai pozzi. Prenditi per mano, sali su un treno, abitati e poi, dimmi, tu, come stai, adesso.

Tizianeda

Come un fuoco primitivo

Ciao ragazza. Si accomoda bene la parola “ragazza” nei tuoi diciassette anni. Stamattina hai aperto le braccia, con il sorriso che è già donna, per raccogliere i nostri baci, miei e di tuo padre. E hai chiuso gli occhi, mentre ci stringevi alle tue morbidezze, regalandoci un frammento di perfezione. Ciao ragazza, che vorrei dirti tante cose, ma davvero, non so da dove cominciare. Se non da te. Dall’attimo del tuo approdo qui e ora, che mi ha cucito, come una tasca nascosta nel petto, una fragilità nuova. Nessuna raccomandazione, oggi. Nessun consiglio mirabolante per il futuro, nessuna rivelazione pretenziosa da madre saggia e imparata. Sono io a guardarti di nascosto, e fare dei tuoi occhi, un approdo magnetico.
Il tuo compleanno lo vivi con la felicità di esserci. Ti sei truccata per andare a scuola. Vibravi. L’ho sentito. Hai lasciato nelle stanze una certa felicità silenziosa. Come silenziosa sei tu e ti riveli solo a tratti, mentre immagino il mare che hai dentro, pieno di abitanti sommersi. Sento la tua forza e la tua fragilità, compagne sicure di viaggio. Da proteggere, come un fuoco primitivo.
Auguri mia ragazza bella. Auguri, Agnese.

Tizianeda

Napoli suona

Napoli mi aspettava. Con le sue voci, per regalarmi lontananza e incanto, troppe volte sottratti in questo tempo di affanni. Pochi giorni, tre, dalla densità degli attimi esatti.
“Napoli suona”, mi ha detto Eleonora, che ha il cuore bambino di chi sa, con ardore semplice, condividere la felicità dei minuti, e ha l’insistenza delicata di chi sente che quello è il momento giusto per dirti di partire. E Napoli ha suonato. Lo fa per chi sa ascoltare. Ti ammalia, con la musica delle voci, gli odori, i vicoli, i panni stesi, le luci di presepe, lo zolfo, il tufo poroso come le ossa dei morti. Napoli è tanta e fantasiosa. Ha lo sguardo del disincanto di chi la strada l’ha raschiata con i piedi e ha la fame della terra nascosta che ribolle. Ho mangiato, visto, camminato con Eleonora e Luca, che a Napoli è nato e vissuto e ha una famiglia che è una conchiglia che ti fa accomodare dentro, con gli occhi commoventi di mamma Annamaria. In tre giorni, ho ascoltato storie di macchinette del caffè che scoppiano nelle case, di acqua e pozzi di un tempo figlio della povertà, di donne e teschi da ripulire e accomodare, per dare dignità ai morti senza nome di una città stratificata nel tufo. E poi il teatro tra strade e palazzi, nei bassi e nei vicoli. Che ogni angolo è uno sgranare di occhi, e un dimenticarsi del mare che ti porta solo nostalgia e la voglia di andartene. E invece a Napoli vorresti restare.
Napoli è stata anche lontananza. E’ stata dormire sola in un B&B. Ma questa è un’altra storia, che mi ha regalato altra gioia, altra pienezza. La gioia dell’abitarsi, la pienezza del bastarsi. Come ancora, su questo treno, che mi sta riportando a casa.

Tizianeda

La mamma circo

Da sempre lo faccio, ogni volta che accorcia i capelli e torna a casa senza ciuffi sugli occhi. Lo faccio ancora, che ha tredici anni, perché gli è toccata in sorte la mamma circo. Lasciamelo fare gli dico. Lasciamelo fare, anche quando avrò cent’anni sarò sdentata e cieca, come la nonna di Heidi. E lo accolgo scalza sulla soglia, quando torna dal barbiere e lui ride e mi dice basta. E faccio i numeri buffi che mi viene bene ed è sempre la stessa stupida battuta. E’ che mi manca la sua voce di caramella, ma non lo dico. E lui scuote la testa e non sa quanto mi salvano questi attimi e la bellezza del suo sorriso. Attimi di tempo esploso e gioioso, di tempo senza tempo. E il fuori dalle finestre di clacson e rabbia, finalmente tace.
E lei non sa cosa è accarezzare le sue guance, cosa stringere a me le morbidezze ostinate, che lei guarda con cruccio. Ma così è, e so che imparerà, e sto tra il dire e il tacere, come il mio battito nascosto. E Agnese non può conoscere cosa è la grazia dei suoi occhi e la bellezza del suo nome, caduto sul cuore quando ancora era me. E loro non sanno questo sentire che mi salva e partorisce ancora una volta, in questo tempo invecchiato. E resto ferma con il mio stupore colorato che mi ritorna bambina, mamma circo che aspetta scalza sulla soglia.

Tizianeda

Le dita di mia madre

– Tizianeda mi sa che vado via.
– Dove te ne vai, mamma vecchietta?
– Sopra.
– Dalla signora Romeo?
– No, in cielo da tuo padre.
– Oh figlia, lascialo un po’ in santa pace. Dopo cinquant’anni di matrimonio, credo abbia diritto di riposarsi.
Mia madre scuote la testa, e ride. Poi le dico altre amenità e qualche sconcezza, ché tanto ormai non si arrabbia più, o mi sgrida senza convinzione, o speranza di redimermi. L’abbraccio, piano, che c’ha le ossa di gesso, anche se, quando ti stringe con le mani un braccio, ha la forza giovane. Forse il calcio è tutto nelle dita. Per il rimestio, nello spazio lungo di una vita. Per l’arte della presa, che impari sin da piccolo. Per il coraggio del lancio, per gli intrecci che sanno fare, per gli adii impressi nella memoria del tatto. Per i tagli di lama e le bruciature nell’attimo della distrazione. Perché dalle dita impari a contare, impari il ritmo sopra i ripiani. E per le carezze, e per la rabbia nei nodi del tempo, per ogni cosa riposta, o dimenticata.
Devo andare. Le dita di mia madre si allentano, fino a lasciare il braccio. Le dico ancora qualche amenità. Lei scuote la testa rassegnata. La bacio. Le dico “torno”.
Le dita non posso stringere a lungo, altrimenti lasciano segni sulla pelle. In fondo, anche questo, le sue dita lo sanno.

Tizianeda

Una vita come tante

Sto leggendo un libro denso e fluido, come densa e fluida è la vita che scorre. Mi è stato regalato da un’amica di storie e di assonanze, che lo ha letto in questa estate incerta, tra sole e nuvole. E’ uno di quei libri che non puoi mettere in borsa. Bisogna essere resistenti per portarlo in giro e avere una borsa molto capiente. E’ un libro che dopo un po’ le braccia si stancano a reggerlo, anche se le parole, lì dentro, scorrono ed entrano con facilità dentro. A dire il vero, spesso precipitano nel fondo del nostro fondo, toccando dolori accomodati. E’ un libro di un chilo e quattrocento grammi, circa. La mia amica lo ha pesato, come si fa con i neonati. E’ un libro di mille e novantatré pagine, ma non pensi alla fine. Ti fa stare su ogni impronta di parola.
Racconta l’amicizia di quattro uomini. Qui ho trovato l’immagine più potente e lieve di questo grande sentimento che avvicina gli esseri umani e li fa riconoscere, dentro gli inciampi e i garbugli e le dissonanti architetture. Un camminare accanto senza invadere, un tacere e un sentire. L’attenzione commovente verso il mistero che ognuno di noi è. E anche la paura di colpire fragilità mai dette, ma percepite. Una bella fatica insomma. Forse per questo il libro pesa così tanto. Devi proprio volere arrivare fino in fondo per sopportarne la stanchezza di tenerlo tra le dita.
Ma si sa, leggere è un moto d’amore degli occhi e delle mani. La ricerca di profondità in cui ritrovarsi in silenzio. Un incontro di fragilità riconosciute e custodite. Come succede tra noi umani che ci scegliamo per poterci afferrare al volo, sopra strade innevate e scivolose.

Tizianeda

Ancora

“Mi sento come se non avessi più le braccia”, dice mia madre.
Deve essere così che accade, quando la vita partorisce al contrario presenze consolidate nelle ore e nei gesti. Non si spezza il cuore. Quello è ostinato, continua, con il silenzio e il battito, rumoroso quando tace. Come rumorosa è l’assenza, che si è presa in pegno le braccia di mia madre, diventata figlia a noi figli.
Arriva il momento del rimestio dei ruoli. Un ribaltamento. L’immagine allo specchio esce fuori.
La prendiamo per mano quando usciamo, io e i miei fratelli. Sgraniamo le raccomandazioni delle madri. Trattenendo l’ansia, come si fa con i figli. Non aprire la porta, non uscire con la borsa, stai attenta, copriti, non affacciarti sul balcone a salutare i nipoti per strada quando fuori è freddo, mangia. Lei sorride di queste attenzioni e puntualmente, le disattende. Senza braccia, esce, prende il vento, brucia le pietanze sul fuoco acceso, ci manda a quel paese, parla, parla tanto. I vecchi hanno un bisogno affannato di parole e della nostra pazienza, per ripagare le attese. Per quella tenerezza che ancora una volta ci salva, da questo urlare che è la vita, che ci tiene stretti a un àncora, o a un ancora, come ancora è Natale, come ancora è qui e ora.

Tizianeda

Ogni mercoledì sera

Ogni mercoledì sera, salgo su una nave, che mi porta a casa. Il tempo si ferma, il mare sparisce, le voci attorno sono un teatro, le montagne si allargano piano. C’è un nero fuori che è quieto e le onde si muovono sotto i piedi.
Sulla nave del mercoledì sera, sto zitta, insieme al mare, che sembra sparire. E spariscono i pensieri dentro il nero mare che contiene la nave, che contiene me.
Ogni mercoledì sera, su quella nave, attraverso lo Stretto, che è un rimestio di voci e le sento mute e il tempo smette ed è ritorno.
E so che questi attimi sono per la grazia che mi regala l’Isola. Di quando condivido insieme ad altri una passione accesa, seduta attorno a un tavolo nel centro del palco di un piccolo teatro a parlare di vita, in un mischiarsi di architettura e poesia. E forse, ogni mercoledì, lo sogno quell’uomo che è di un altro mondo e sa le parole che incantano e ci insegna suoni e costruzioni nuove, come è la costruzione di un amore. Ed è stupore, ed è lividi e fatica, per quel niente che è la preghiera del racconto, fatto di carne e di sputo nel buio di un teatro. Come il mare quando è notte.
E succede ogni mercoledì. Da due mesi. Dentro lezioni di scrittura drammaturgica, che pensavo “non ci riesco” e invece ci riesco. Alla fine ci riesco, ogni mercoledì.
Ed è questo che sento sulla nave che mi riporta a casa. Che va a dritta, e non ho più paura del mare che si nasconde e posso guardare le montagne che si allargano e vibro, con le onde che mi accompagnano. E’ un racconto imprevedibile questa vita, di lividi e stupore.

Tizianeda