Archive of ‘Lamedagliadelrovescio’ category

I “te lo avevo detto” che non aiutano a crescere

“Pronto, mamma”
“Quindicenne…”
“Volevo dirti che sono salita sul pullman che porterà me e i miei amici in montagna e che è partito”
“Bene, mi raccomando guarda sempre la strada davanti a te e divertitevi”

“Pronto mamma”
“Quindicenne…”
“Volevo dirti che ho appena vomitato, ma tranquilla l’autista si è fermato appena in tempo e ho vomitato sulla strada”
“Ecco questo è consolante”
“Anche la mia amica ha vomitato, subito dopo di me”
“Non vi faranno più salire sui pullman. Ora come state?”
“Benissimo mamma, tranquilla (si ode risata)

“Pronto madre”
“Santo cielo, quindicenne”
“Volevo dirti che l’area pic nic qui in montagna è tutta bagnata e ci sono nove gradi. Ci sai consigliare un posto dove andare?”
“Tornate nella piazza del paese e cercate lì”
“Ok madre, grazie”
“Prego, figlia”

Nel giorno di tutti ma proprio tutti i Santi, la quindicenne, ha fatto una gita in montagna, con i suoi amici altrettanto quindicenni. Con il pullman, per la prima volta. Si è dovuta così districare con l’acquisto del biglietto, con il riacquisto del biglietto, perché il primo era sbagliato, con le curve di montagna, l’autista Barrichello, il suo primo vomito da viaggio verso i monti da sola, un’area pic nic vivamente sconsigliata da adulti più consapevoli, il tempo da gestire in compagnia, il freddo. Tutto questo in un luogo fermo, che in questo periodo dell’anno ha i colori appassionati degli animi chiassosi. Come l’adolescenza che non sa di estate, ma è mutevole e capricciosa come l’autunno in montagna. Così i quindicenni, ormai convinti che non fosse il quindici agosto, ma il primo novembre, hanno trovato rifugio in una taverna, previo acquisto di panini montanari.
C’erano molti “te l’avevo detto” in quello che è successo in montagna il giorno di tutti ma proprio tutti i Santi, alla quindicenne e ai suoi amici. Ma Tizianeda è convinta che con i “te l’avevo detto” non è mai cresciuto nessuno. Anzi. Tizianeda pensa che si cresce sbagliando il biglietto che ti deve portare altrove, si cresce guardando dritte le curve che ti portano in alto, si cresce anche vomitando, si cresce capendo che certe idee sono una cazzata e cercando la soluzione, si cresce allontanandosi dalla protezione preventiva dei genitori e dai loro postumi “te lo avevo detto”, che mettono solchi e distanze, che costruiscono insicurezze, che sono un dito sterile puntato ai loro errori.
Poi per tornare in città, i ragazzi e le ragazze hanno nuovamente preso il pullman. La quindicenne si è seduta vicina al conducente, ha guardato in avanti, non ha vomitato e non ha mai chiamato sua madre. A Tizianeda ha detto che si è divertita e che era molto stanca. Non sa se ritornerà ancora in montagna con il pullman, ma quella sera era sorridente e serena. E questo basta.

Tizianeda

La filosofia, l’impasto e la gatta

La quindicenne è seduta alla mia sinistra, la gatta Tàlia alla mia destra, io sono al centro in piedi. Siamo sistemate ai tre lati del tavolo della cucina. La ragazza ripete le lezioni di filosofia, io impasto farina e lievito, la gatta ci osserva e risponde solo se interrogata con il suo articolato linguaggio. Tàlia di piace Parmenide? Miao. E Anassimene? Miao. Anassimandro? Miao. Vuoi mangiare? Miao. Lo conosci Kant? Miao. Ci vuoi bene? Miao. Io continuo a impastare dentro al piatto smaltato bianco che era stato di mia nonna. Vorrei avere la stessa coerenza di pensiero di Tàlia, ma ho studiato filosofia molti anni fa, come la quindicenne, e sono perduta per sempre.
Tutto scorre, non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, ciò che è è ciò che non è non è, la tartaruga riesce a trovare sempre il modo di fottere Achille, già messo male con il tallone, che non la raggiunge mai. Guardo Tàlia, per vedere se lei c’ha capito qualcosa di questa tartaruga. Tra animali, magari. Mi dice “miao”. Le rispondo: “anche io, Tàlia”, mentre sistemo le consistenze della materia. La ragazzina scorre, io non affondo mai le dita due volte nello stesso impasto, Tàlia se ne frega, come la tartaruga di Zenone che non sa neanche che sta uccidendo l’ego di Achille. Zenone che non è più, se la ride da qualche parte, Anassagora ci ha lasciato semi, di cui pare sia fatto anche il mio impasto, che forse non è quello che è, ma faccio come Tàlia. Non ci penso. Siamo una scuola filosofica noi tre. Forse stiamo svelando i segreti dell’esistenza, senza saperlo. La quindicenne ci ricorda le meraviglie e gli abissi incomprensibili della mente, io li contrasto con l’apparente permanenza della materia, che ci rassicura. Poi c’è il maestro del simposio, la gatta e il suo miaopensiero. Ci guarda, immobile e distante dal nostro dire e fare umano. Sbadiglia, si stiracchia, salta dalla sedia. La lezione è finita, o forse no. Si accomoda davanti alla sua ciotola vuota. Aspetta. Achille ancora insegue la tartaruga, il fiume scorre, i figli crescono, le mamme imbiancano, niente è come sembra, niente è come appare. Solo una certezza. L’ha incarnata in sé Tàlia, attraverso l’osservazione senza pensieri. Presto qualcuno prenderà la scatola dei croccantini e le riempirà la ciotola. Lei intanto aspetta e sa senza saperlo.

Tizianeda

La mamma vecchietta, il nosocomio e la poesia

Lunedì mattina Tizianeda ha accompagnato la mamma vecchietta in ospedale, per delle innocue analisi al reparto di genetica. Il motivo preciso di questo controllo Tizianeda non lo ricorda, benché la zia Dada, sua sorella più grande di un anno, glielo abbia spiegato più volte. Ma come le succede sovente in questo periodo, lei ha fatto “sì” con la testa e ha detto “tranquilla vado io”, confidando sulla capacità di acquisizione dei dati medici genitoriali della compita zia Dada. Così lei e la mamma vecchietta, seduta sul lato passeggeri, sono partite in macchina. La mamma vecchietta, che fa parte della sempre più nutrita schiera di detrattori della Tizianeda automobilista, per tutto il tragitto ha mostrato una certa freddezza di nervi e un consistente auto controllo. Tizianeda questo lo ha molto apprezzato. Le due parenti strette, giunte sul luogo, si sono recate nel laboratorio preposto, sotto la guida della più energica, lucida e dal passo veloce delle due: la mamma vecchietta. Poi mentre la mamma vecchietta attendeva il suo turno all’interno dell’ospedale, Tizianeda è stata mandata da un medico in un’altra ala, per reperire le provette. Il medico le ha spiegato dettagliatamente dove recarsi. Tizianeda, come le succede sovente in questo periodo, ha fatto sì con la testa e poi si è persa. Però, sempre come le succede sovente in questo periodo, ha ritrovato la retta via ed è tornata trionfante con le provette in mano dalla mamma vecchietta. La mamma vecchietta quando l’ha vista si è commossa, come il padre del figlio prodigo. Tizianeda ha abbracciato la sua mamma piccola e le ha detto di non preoccuparsi ché anche se l’avessero rapita, l’avrebbero restituita subito per sfinimento. Quando le due donne consanguinee sono entrate nella stanza, Tizianeda ha notato l’infermiera che sedici anni prima la teneva stretta tra le braccia, mentre un’anestesista poco gentile le infilavano un grosso ago nella schiena. Stava per nascere sua figlia e Tizianeda cantava per non sentire la paura delle gambe che sparivano dai sensi. Tizianeda guardando la donna nella stanza delle analisi, ha sentito un’emozione potente e l’ospedale brutto è sparito. Così ha deciso che l’ospedale non lo chiamerà più ospedale, ma “nosocomio”, che è una parola più poetica, che fa anche rima con manicomio. Ché il nostro nosocomio è anche un manicomio pieno di caos e dolore. Eppure, come può accadere in ogni istante, anche in quelle stanze brutte appaiono scorci di poesia a cui aggrapparsi. Come riesce a fare la memoria, per esempio, che ha trasformato un taglio antico sulla pancia, in una porta attraverso cui, quasi sedici anni fa, una bambina è passata.

Amiche e amici, questa domenica sarò a Roma a parlare di ciò che il libro “La medaglia del rovescio” racconta. Nella locandina troverete tutti i dettagli. Io vi aspetto amorevoli.

Tizianeda

Le attese delle madri

Aspetto sul viale che si chiama della Libertà, tre volte a settimana, per più di un’ora. Aspetto che escano, lei e la sua amica, poi torniamo a casa, quando ormai è sera. Porto il mio pc, un libro e la stanchezza di una giornata. Mi chiudo dentro la macchina, parcheggiata sotto un lampione. La macchina trema a ogni passaggio di vetture, camion, autobus. Il viale è costruito sopra una fiumara. E’ come un ponte. Però, invece di unire due sponde, ha impedito all’acqua di passare. E allora il viale vibra, con la fiumara asciutta e arrabbiata sotto, con la mia macchina sopra e con me, dentro la macchina, che aspetto. Siamo matrioske. La più piccola sono io, il cuore pulsante in attesa, a pochi metri della palestra dove la figlia impara a dare calci e pugni. Lo chiamano kick boxing e così sia.
Le madri aspettano, imparano da subito. Nove mesi tanto per incominciare, tanto per gradire. E’ un’attesa che cresce e che pesa ogni giorno di più. L’attesa è uno spazio prepotente, è il cortile di una scuola, è la fila, è un telefono che non risponde, è la notte, la porta del bagno chiusa, un corpo che non mostra più le nudità, è distanza necessaria, sono parole da cercare, silenzi da rispettare, ossa che si allungano, un pensiero che matura, l’odore del cloro, palloni che rimbalzano o rotolano su un prato, le partenze, i ritorni, lasciarli andare, sapere e non sapere.
L’attesa è come i baci dati nel sonno. Una presenza che non ingombra, la matrioska nascosta, quella piccola, la più forte che regge le altre.
Intanto aspetto sul viale che si chiama della Libertà, anche se ha impedito all’acqua di scorrere. Aspetto, mentre mia figlia impara la fatica e la forza del corpo. Aspetto, con la pazienza di Penelope, ma senza disfare tele, da ricomporre il giorno dopo. Non ne ho bisogno. Aspetto e scrivo, aspetto e leggo, oppure chiudo gli occhi e mi riposo sulla macchina che vibra e sogno fiumi liberi che scorrono.

Tizianeda

Tizianeda, il bar e il magico mondo maschio

Tizianeda, da un po’, la mattina, al ritorno dalla sua camminata davanti al mare, finita la salitona ripida della sua città, si siede a uno dei tavolini all’aperto di un bar. Lì inizia a chiacchierare con i due astanti che bevono il caffè, dopo avergli sottratto il bicchiere d’acqua ancora intonso appoggiato sul tavolino. Non le importa se è sudata, spettinata, con le scarpe da ginnastica vecchissime e comode, i pantaloncini larghi e consunti come la maglietta. Non le importa, perché si sente a suo agio, come a un incontro tra vecchi compari in una bettola puzzolente, per giocare a tre sette o a ruba mazzetto. Uno dei due tipi seduti, lei lo conosce da quando era bambina, l’altro è il migliore amico del primo. Così si accomoda e i due, le disvelano il magico mondo maschio.
“Allora aiutatemi a capire il pensiero maschio. Magari ci scrivo qualcosa” “Tizianeda non c’è molto da capire, noi maschi siamo semplici” “Già siete proprio basici” “Sveglia, pipì, cacca, lavoro, donne, sport, passioni, amici, divertirsi, dormire. Questo siamo”. Loro lo dicono.
E in queste mattine, i suoi amici basici, le hanno insegnato parole che lei disconosceva, appellativi nuovi, visioni sconosciute, tattiche, preferenze anatomiche, raccontato esperienze di vita vissuta. Il tutto corredato da esempi efficaci, esplicativi e così illuminanti che si è sentita come messa al corrente del terzo segreto di Fatima. Le hanno spiegato, con grande onestà intellettuale, anche il motivo per cui a tratti si assentano e discretamente guardano altrove, con una tecnica che Tizianeda ha ritenuto perfetta e una capacità di osservazione quasi prodigiosa, che va dal generale al particolare. Non ne possono fare a meno, le hanno spiegato. E quel bar con i tavoli all’aperto, garantisce un panorama mutevole e ricco.
Però, tra una visione e un’altra, parlano. Tizianeda gli invidia la capacità di aprire e chiudere le stanze interiori. Lei che donna, le porte interiori a volte le lascia spalancate, creando incredibili correnti d’aria.
Tizianeda parla anche se poco e loro ascoltano con pazienza e poi si raccontano con calma, portandola in una dimensione meno contorta, a tratti cialtrona, ma anche felicemente leggera e lineare.
Lei non sa, se dopo queste sedute di autocoscienza mista, riuscirà a rassegnarsi pienamente alle profonde diversità tra i generi, o a porre le giuste distanze, o a non preoccuparsi più di non poterle comprenderle con le complesse categorie mentali delle donne, o a non scoraggiarsi davanti a inevitabili incomprensioni tra mondi. Sa però che tutte le volte che potrà, si fermerà con quei due che tanto la fanno sorridere e rilassare, ma con cui riesce a parlare di cose persino serie. Sa che comprendendo, ascoltando e accogliendo, può imparare impercettibilmente una certa libertà di visione, un distacco serafico, la bellezza e la fatica di un punto di vista diverso, sebbene non sempre condivisibile. Intanto continuerà a sedersi al tavolino del bar con loro, a rubargli l’acqua, a chiacchierare e a bloccarsi suo malgrado, dinanzi alla loro visione di una bella donna, che tanto li incanta, se pure per un attimo.

Tizianeda

Buon Inizio

Lui si è svegliato arruffato, con lo sguardo altrove, l’umore lamentoso. Si è seduto sconsolato attorno al tavolo della cucina per la prima colazione, chiudendosi nella dolcezza del suo silenzio contrariato. Ha mangiato biscotti e latte, poi si è vestito con le prime cose che l’armadio gli suggeriva, perché, come dice da sempre, è indifferente allo stile. Sua sorella lo ha criticato, sua madre avrebbe voluto che indossasse la camicia di jeans, che è proprio un bonazzo con quella, ma a lui non piace. Preferisce le magliette colorate e stropicciate. Avrebbe voluto starsene a casa, con i suoi interessi primari, in cui la scuola non è inclusa. Perché lui la scuola non la vive. La subisce, con i compiti, le relazioni con insegnanti e compagni, la sveglia, la disciplina che stoico si auto impone, come un monaco zen. Poi è andato via con lo zaino, i quasi dodici anni, i capelli corti, il corpo ossuto e ancora senza segni di pubertà, la follia ironica e altrove. Ancora si fa abbracciare e baciare, anche se non lungamente. Così sua madre, che nei momenti di distrazione ne approfitta, lo ha abbracciato e baciato, anche se non lungamente, augurandogli “buon inizio” e ricevendo come risposta un mugugno lamentoso.

Lei si è svegliata assorta e silenziosa ancora impastata di sonno. Fa parte di quella incomprensibile setta di umani che la mattina appena svegli non parlano e non vogliono sentire suono umano. Nei 90 mq tre quarti vi aderiscono. Tizianeda è la minoranza discriminata. Quando ha ritrovato il senno e la parola, ha iniziato a prepararsi con gesti sereni. Sapeva già come vestirsi, truccarsi, pettinarsi. Era contenta e curiosa di conoscere gli insegnanti del terzo Liceo Classico. Di iniziare a studiare la filosofia, che Tizianeda spera le servirà ad affinare la profondità di pensiero, a moltiplicare le categorie mentali, a sviluppare la capacità di guardare critica le cose del mondo. Spera anche che impari a non sopravvalutare il pensiero, e a non farsene imbrigliare. Spera che sviluppi il coraggio di mandarlo a quel paese quando diventa nemico della fluidità vita. Sulla porta Tizianeda l’ha abbracciata e baciata e le ha augurato “buon inizio”.
Lei ha sorriso ed è andata via.
Così Tizianeda è rimasta sola in casa con la gatta Tàlia, perplessa per le stanze improvvisamente svuotate dei sue due abitanti preferiti. Poi ha iniziato a fare ciò in cui un gatto eccelle: niente. Tizianeda mentre la guardava raggomitolata e sonnacchiosa sul suo letto, godendo del silenzio delle stanze vuote, ha pensato alle tristi carte che l’aspettavano nel suo studio di avvocata, un piano più giù dei 90 mq. Ha accarezzato la gatta Tàlia persa nel suo magico mondo gatto e ha iniziato la giornata, senza pensarci troppo.

Tizianeda

Gli occhi e lo specchio

E’ stato un attimo, un guizzo dentro i suoi occhi dal colore che non ha nome, quelli che sono verdi, azzurri, grigi, boh. Quelli che intorno si modificavano le geometrie. Un crescere di corpo, naso, bocca, guance, mani, spalle, braccia, seno, fianchi, gambe, attorno alla staticità di cellule visive. C’è da perdersi o ritrovarsi nella fedeltà tridimensionale degli occhi, nella loro coerenza di grandezza.
C’è da perdersi quando dentro l’immobilità degli occhi di una quindicenne, si affaccia un movimento nuovo di sguardo, di fronte allo specchio che la osserva e misura.
Ed è successo, nel giro di un attimo, che io guardavo lei, lei guardava lo specchio, lo specchio si riempiva di lei, e i suoi occhi per la prima volta sorridevano a se stessa. E’ successo che io, che rubavo l’intimità dei riflessi, continuavo a guardare la ragazzina, le sue iridi colorate di sorpresa, i due identici corpi giovani e pieni, fuori e dentro, che per la prima volta si riconoscevano.
Un regalo inaspettato delle ore, che lo sguardo ha assorbito, come uno specchio che attira la vita.
Gli occhi sanno la coerenza delle cellule immutabili. Lo sguardo no, comprende e cattura. E’ moltiplicazione, sottrazione, a volte divisione. Lo specchio senza menzogna dei nostri accadimenti. La misura mutevole del nostro stare alla vita, che ci scivola dentro, attraverso una finestra spalancata.
Lo sguardo di Agnese mi ha regalato la sua bellezza intima. La stessa che accade tutte le volte che ci specchiamo per guardarci negli occhi. E così ritrovarci nelle nostre dimensioni uniche e immutabili, per rassicurarci che la vita non ha incattivito il nostro vedere, rendendolo distante e d’acciaio. Lo facciamo per ritrovare la nostra presenza di visione, per dirci va tutto bene, ascolta, l’anima è ancora qui.

Tizianeda

Tipo Medjugorje dei 90 mq

Giacciono sopra il pavimento. Gli abitanti passano accanto più volte e pare che nessuno li veda. Ogni tanto vengono raccolti, per l’invito poco amichevole di una voce. O perché la donna da cui la voce proviene si arrende e li fa sparire, o perché lo sposo della donna, nel vedere l’imminente deriva dei 90 mq, raccoglie e mormora. Gli oggetti però misteriosamente si riproducono come i Gremlins con l’acqua. Così le apparizioni mistiche si ripetono, tipo Medjugorje dei 90 mq. Riappare il calzino spaiato, il foglio dell’altra volta, la maglietta che era nella cesta del bucato, una scarpa solitaria. Un libro, un quaderno, le penne. Una forchetta, un tovagliolo, pantaloni, la gatta che dorme. Pinzette, reggiseni, un pezzo di carta, un cerotto usato.
L’oggetto cade, viene abbandonato, dimenticato, lasciato in circostanze misteriose. Resta, come una installazione artistica voluta da un’amministrazione sciagurata, come la spada nella roccia, come la piccola vedetta lombarda.
E si dovrebbe studiare questa roba degli oggetti abbandonati e dimenticati sui pavimenti delle case abitate. Che nessuno raccoglie fino a che non si vedono più, tipo rimozione da trauma, anche se sono sempre lì nella loro materialità tangibile.
E non c’è verso di venirne fuori. E’ un rompicapo, oppure una importante metafora della vita, risolutiva di tutto l’incomprensibile natura umana. Per esempio, forse abbandoniamo le cose perché non sono importanti, oppure non le vediamo perché altrimenti dovremmo confrontarci con il nostro disordine interiore, come se dentro fossimo solo un groviglio di calzini e scarpe spaiate, di fogli stracciati, magliette sporche, cerotti con la crosta attaccata. Oppure perché ognuno spera nell’altro, nel suo estremo sacrificio da raccoglitore rassegnato.
Oppure no. Forse quasi niente ha un significato. E un calzino abbandonato sul pavimento di una casa abitata, è quello che è. Un piccolo pezzo di cotone che prima o poi qualcuno rimuoverà, da rimettere al suo posto, fino alla prossima inevitabile, identica apparizione.

Tizianeda

Il Grande Cocomero

“Quindi ricapitolando, amica tutta bella, sulla spiaggia vicino casa tua incontri sempre un signore sotto una specie di capanna”
“Sì, Tizianeda, quando passeggio in riva al mare”
“Questo signore è con la famiglia ”
“Proprio così”
“E quando ti vede, anche se non ti conosce ti offre sempre fette di cocomero”
“Non solo a me, ma a tutti”
“Poi per caso, parlando di questa storia con una tua amica, hai scoperto che è suo zio”
“Sì, pensa un po’ che coincidenza. Mi ha raccontato che ama offrire il cocomero, anche perché lo coltiva lui ed è molto orgoglioso”
“Ma che meraviglia. E stamattina cosa è successo?”
“Oh da non crederci. Proprio mentre stavo per acquistare un cocomero da portare oggi da Antonella per pranzo, è spuntato questo signore con la mia amica, la nipote. E sai cosa aveva tra le braccia?”
“Cosa?”
“Un cocomero enorme. Per me. Quello che poi ho portato qui al mare”
“Ma lo sai che questa è una bellissima storia. Come si chiama il signore?”
“Non lo so. Ero così stupita che ho dimenticato di chiederglielo”
“Il Grande Cocomero esiste ed è gentile, amica tutta bella”
“Sì è vero”
Poi il cocomero del signore senza nome, è stato mangiato in compagnia, nella casa al mare di Antonella. Era dolce e dissetante e aveva il sapore buono della gentilezza. Tizianeda ha pensato, mentre il succo rosso e spugnoso le allietava i sensi, che il mondo sarebbe davvero un affare fastidioso se non ci fossero uomini e donne come il signore senza nome. Quelli che arrivano con la semplicità dei gesti protesi, consolandoti di giornate fredde, o regalandoti semplicemente un po’ di tenerezza.
Il Grande Cocomero esiste, ha ancora pensato Tizianeda. Linus aveva ragione. Ma sbagliava ad aspettarlo soltanto di notte, una volta l’anno, nell’orto dei cocomeri. Forse per questo, lui, ha riflettuto Tizianeda, il Grande Cocomero, non lo ha mai visto.

Tizianeda

La tonsillite perfetta e le punture

“Eh, ma, stai messa proprio male. L’hai presa potente!”
Così ha sentenziato il dottore vecchio vecchio e bravo, dove Tizianeda si reca quando perde fiducia nella scienza medica. Cioè quando dopo l’assunzione di svariati prodotti chimici che solitamente lei aborrisce, non si riprende di una cippa. Così è successo con la sua tonsillite perfetta, che ha avuto l’oscuro potere di fermarla, chiuderla in casa, trasformarla in Gollum, con un incarnato paludoso, un talento oscuro per il delirio e con i peli superflui da corpo abbandonato al suo destino moribondo (che poi se sono superflui, perché questi maledetti crescono con così tanta ostinazione).
E il dottore vecchio vecchio, che si muove lento e ha il sorriso rassicurante di chi vive la vita con pacato distacco, dopo aver ammirato la gola di Tizianeda come si fa con una visione mistica, ha sentenziato: punture. Sorridendo però.
E lei le punture se le è fatte. Con la rassegnazione dei martiri. Come quando era bambina e non si sottraeva all’amaro destino. Non come sua sorella, solitamente molto più coraggiosa di lei in tutto. Ma la casa, alla visione dell’ago, si trasformava nel set di Kubrick, con suo padre e la siringa in mano a invitare poco amichevolmente la figlia maggiore, a uscire dal bagno. Ma niente, lei, non apriva, mentre il padre quella porta l’avrebbe sfondata anche a craniate.
Tizianeda invece usava un metodo infallibile per affrontare il martirio. Pregava. Se le diceva tutte le preghiere, anche il SalveoRegina e l’Attodidolore per sicurezza. Il l’Eternoriposo no, però, che le sembrava definitivo.
Oggi le preghiere non le dice più da un pezzo, anche se suo padre, con i suoi pericolosi 86 anni, continua a preparare le pozioni malefiche e dispensarle ai bisognosi.
Tizianeda pensa, che quindici giorni di permanenza nei 90 mq siano troppi per una tonsillite, per quanto perfetta sia. E dovrebbe uscire dal Triangolo delle Bermude poltrona/sedia/letto, prima di scomparire nel centro, anche se ha la forza di Superman con la kriptonite iniettata per endovena. Confida, tuttavia, prima o poi, nella sparizione dell’incarnato verde palude e del malumore. Intanto, visto che si diventa saggi ed essenziali, meditativi e profondi quando si sta come d’autunno sugli alberi le foglie, ha deciso di eliminare tutto ciò che è superfluo in lei. Quindi si recherà dalla sua maestra zen mettilaceratoglilacera, che è certa appena ispezionerà il suo corpo, avrà una visione mistica.

Tizianeda